Donne che amano serial killer e maniaci omicidi

Jonathan Bryant Moore è stato giustiziato in Texas per aver ucciso un poliziotto, qui è con una sua ammiratrice.

Ogni giorno, assassini, serial killer e maniaci omicidi ricevono centinaia di lettere in carcere. A scrivere loro sono donne che li adorano, che li trovano irresistibili e che vogliono dimostrare tutto il loro amore. Folle? Può essere. Ma la realtà è questa.

Lo dimostra l’imminente matrimonio di Star con Charles Manson.

Ci sono diverse motivazioni per cui una donna, magari sposata, decide di mettersi a un tavolo a scrivere a un carcerato violento e pericoloso. Innanzitutto c’è un nome (e anche un acronimo) che definisce queste persone “Serial Killer Groupie”, SKG.
Secondo uno studio britannico sono più di 100 le donne inglesi coinvolte sentimentalmente con prigionieri che stanno scontando condanne per omicidio e molte di queste relazioni sono nate dopo la sentenza, ovvero dopo che l’uomo è diventato un carcerato.
Per lo psicologo Park Dietz le SKG sono spinte ad amare un violento perché è come se si nutrissero della parte cattiva del serial killer per essere, a loro volta, forti, invincibili. Dato che le storie, come si è detto, sono nate dopo la sentenza, spesso, le SKG sono presenti al processo. Ed è lì, in genere, che sviluppano un’affezione per la vita del criminale che, in genere, è ben diversa dalla loro: è una vita fatta di violenza, sangue, avventura.
Oltre a questo, dopo la sentenza, le donne che amano i serial killer hanno la certezza di dove sia il loro “compagno”, sanno, infatti, che è in carcere e che ci resterà da 25 anni all’ergastolo (in America). Per cui non si devono preoccupare (loro che hanno così poca autostima e che sono personalità dipendenti) dei movimenti del loro uomo.
La voglia di controllo
Che, tra l’altro, diventa anche il fidanzato ideale: è uno che non tutte sono disposte ad amare. Per cui si crea una sorta di rapporto esclusivo, qualcosa tipo una “sindrome della donna del boss”. Inoltre, le SKG, hanno il potere di controllare la situazione. Sono loro, infatti, che fanno visita al carcerato (e mai sarebbe possibile il contrario).
Alcune di queste donne hanno anche la “sindrome della crocerossina” ovvero di chi vuole, a tutti i costi, prendersi cura di qualcuno (spesso si dice anche “sindrome della bambinaia”). Vedono il serial killer come uno che soffre, che è stato condannato, che ha bisogno del loro aiuto. In realtà è come se vedessero la vittima o il bambino che è in lui. E non il criminale che ha inflitto dolore ad altri.
Opposti che si incontrano
In qualche caso si innesca anche il meccanismo “io ti salverò”. Le SKG hanno , in qualche caso, la prerogativa di voler redimere chi ha fatto del male, sono certe che, chi ha sbagliato, possa, grazie a loro, tornare sulla retta via. Vero è anche che, molto spesso, i serial killer sono dei sociopatici: molto affascinanti in superficie e molto pericolosi in profondità.
E, probabilmente, le donne attratte (a vari livelli) da tipi del genere hanno una qualche necessità di uscire dall’ordinario. Trovare un tizio normale, sposarlo e farci dei figli non è un’opzione valida (o, se sono sposate, ha smesso di esserlo).
John Money, psicosessuologo, ha coniato un termine per la parafilia di queste donne, secondo lui soffrono di ibristofilia, ovvero provano un’attrazione morbosa per chi ha inflitto violenza e dolore. Nella prossima edizione del DSM pare che questa nuova parafilia sarà presente. Forse perché le donne che scrivono ai serial killer sono in aumento.

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