L’evoluzione dell’omicidio nelle serie tv

Il secondo episodio della prima stagione di CSI: Cool Change. In primo piano la vittima. A destra Gil Grissom.

Una volta, agli albori della serialità televisiva, dei decessi, in genere, si parlava e basta. Eventualmente c’erano inquadrature lontane e confuse che riprendevano la vittima distesa compostamente e, al limite, giusto un po’ scarmigliata.

Il tenente Colombo i cui primi episodi andarono in onda, in America, nel 1968 era un tizio decisamente stazzonato che usava molto di più il ragionamento che le armi e che aveva sempre un occhio di riguardo sia per la vittima che per il colpevole.
Nel telefilm le vittime, se erano uomini, avevano, in alcuni casi, il rivolo di sangue di un bel rosso squillante sul bavero della giacca. Se invece le vittime erano donne allora era la pettinatura a far intendere allo spettatore che, sì, la ragazza era decisamente morta.
Patologi e poliziotti
Quincy (1976) è l’antesignano di CSI. La serie tv prende il titolo dal nome del protagonista, Quincy, un patologo legale che risolve un caso di omicidio dietro l’altro. A differenza del citato CSI in Quincy (Jack Klugman) non solo le autopsie non si vedono, ma difficilmente si vedono gli attori che impersonano, immobili e muti, i cadaveri. Teli verdi e primi piani sul viso dubbioso del patologo è tutto quello in cui lo spettatore può sperare.
In Starsky & Hutch (1975) le vittime sono già più reali, non tanto per la rappresentazione della morte (ancora piuttosto edulcorata), quanto per le storie di vita. Nel telefilm, infatti, a morire sono prostitute, tossici e spacciatori a cui il moro David Starsky (Paul Michael Glaser) e il biondo Ken Hutchinson (Hutch per gli amici e i telespettatori, interpretato da David Soul) danno la caccia.
L’allora sindaco di Los Angeles ottenne che la serie tv, giudicata violenta, venisse ambientata in una città di fantasia e non nella sua Città degli Angeli. Seppur girata a L.A. l’ambientazione fittizia è a Bay City. Le vittime, nel caso di morte particolarmente violenta, hanno gli occhi aperti che mani misericordiose si occupano di chiudere.
Con Hill Street Giorno e Notte (Blues, in originale) del 1981 le cose iniziano un po’ a cambiare. Innanzitutto abbiamo poliziotti che sembrano molto più simili al cinematografico Serpico che a modelli e pin up. Inoltre abbiamo vittime che iniziano a essere più vicine allo spettatore, nel senso che le inquadrature sono prese più da vicino.
Ferrari, altri accessori e scienze forensi
Tre anni dopo ad aggiudicarsi il favore del pubblico (e della critica) è Miami Vice. Patinatissimo e luccicante è ben lontano da tutti i precedenti telefilm crime. I due poliziotti, Sonny Crockett (Don Johnson) e Rico Tubbs (Philip Michael Thomas), fanno parte della narcotici e invece che dare la caccia ai consueti pesci piccoli si occupano di narcotraffico ai massimi livelli. La morte arriva a un passo dello spettatore.
Molto dipende dall’uso delle armi che, se un tempo erano estratte dalla fondina con una certa parsimonia, in  questo telefilm sono un accessorio al pari dell’orologio d’oro e del mocassino intonato alla giacca di Armani. Naturale che una sventagliata di Uzi non sia di salute e le vittime, coerentemente con l’arma che le ha uccise, presentano i segni di una morte violenta, sangue sul selciato compreso.
Ma, per avere un posto in prima fila sulla scena del crimine, lo spettatore ha dovuto attendere l’avvento, nel 2000, di CSI – Scena del Crimine. Grissom (William Peterson) e tutti gli altri hanno fatto sì che il nastro giallo con la scritta “Crime scene do not cross” non fosse invalicabile per chi stava comodamente seduto a guardare.
Le vittime, a questo punto, non solo sono inquadrate nella fissità del riposo eterno, ma minuziosi flashback ricostruiscono traiettorie di proiettili (di qualsiasi calibro) e di lame (di coltelli, pugnali, sciabole e spade), segni caratteristici di armi improprie e di oggetti contundenti.
Non solo. Lo spettatore può godersi anche le autopsie che, di stagione in stagione, sono diventate sempre più dettagliate tanto che, all’ora di cena, conviene organizzarsi (per chi è di stomaco debole) in modo da non conciliare il desìo con il momento clou del telefilm.
Da tabù ad argomento di conversazione
La morte ha lasciato la sua condizione di tabù per diventare un argomento da mostrare al pubblico televisivo. Un tempo, forse, era anche difficile (oltre che costoso) rendere con dovizia di particolari i risultati di una sparatoria o di un accoltellamento su un corpo umano. Far sembrare morto un vivo non è cosa facile. Tanto è vero che i costi dei telefilm sono lievitati.
Le finte ferite, il finto colore del sangue (che in tv sembra sempre troppo rosso rispetto al vero) e le finte autopsie richiedono un budget sicuramente diverso rispetto al finto morto inquadrato da lontano con evidente succo di pomodoro spruzzato sulla camicia.
Da un punto di vista più squisitamente umano è anche vero che un tempo la vittima veniva lasciata all’eterno riposo, mentre adesso è analizzata, anche dall’interno.
C’è chi ha detto che è caduta l’ultima barriera del rispetto, c’è invece chi sostiene che in tv va in scena né più né meno di quello che accade nella realtà. Forse la verità sta nel mezzo.
Probabilmente è inutile nascondersi dietro a morti tutte dignitose e indolore. Certo, come detto poco sopra, in qualche caso, se sorpresi dall’autopsia di turno o da corpi sparpagliati nel raggio di tre metri (causa caduta, non accidentale, in macchina industriale), conviene tenere il telecomando a portata di mano.

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