Femminicidio: quando gli uomini uccidono le donne

Uno schiaffo non è solo uno schiaffo. E’ un campanello d’allarme. Gli uomini veri non picchiano le donne.

Pare che in Italia la tendenza dell’omicidio volontario, dal 1990, abbia subito parecchi cambiamenti (primo tra tutti il calare del numero dei morti). Se, infatti, vent’anni fa erano le stragi di mafia e i regolamenti di conti tra organizzazioni criminali a fare il maggior numero di morti, oggi sembra che si muoia di più tra le mura domestiche per mano di mariti, fidanzati, partner e amanti.

A farne le spese sono le donne. Un tempo, infatti, le donne venivano assassinate con meno frequenza. Anche se ancora adesso sono gli uomini a uccidere e a morire maggiormente, le donne compaiono con una certa allarmante frequenza nelle cronache in veste di vittime.

I casi di uomini che uccidono le loro donne si contano sia tra gli italiani che tra gli immigrati. Ad Avellino un uomo indiano, appartenente alla comunità sikh, ha ucciso la moglie, la figlia di sette anni e poi si è suicidato, dopo aver tentato di uccidere anche la figlia maggiore senza riuscirci (la ragazzina è stata, però, ferita gravemente).

A Merano un immigrato tunisino, non accettando, pare, la fine della relazione con una donna italiana più anziana di lui l’ha uccisa con quattro coltellate.

Il motivo del contendere, il movente, pare sia sempre più o meno lo stesso: gelosia. Ma è davvero gelosia? Se alcuni uomini uccidono perché convinti di essere o di essere stati traditi dalla compagna o per motivi che rientrano a pieno titolo nella voce “gelosia”, altri non sembra seguano questo copione.

Gelosia e possesso

Leggendo gli articoli di cronaca degli ultimi sei mesi si incontrano per lo più uomini che hanno ucciso le loro donne perché incapaci di “contenerle”. Donne che avevano deciso di lasciarli, di avere una vita tutta nuova e tutta loro (che non contemplava la presenza dell’ex), di buttarsi in un nuovo lavoro o in una nuova avventura.

Donne che, probabilmente, volevano essere più libere, più indipendenti e, perché no, sole. Gli uomini hanno sempre ucciso, lo dice la casistica, per possesso. La gelosia ha preso una connotazione totalmente negativa. Eppure essere gelosi della propria moglie, compagna, del proprio partner, non dovrebbe essere una cosa brutta.

La gelosia, quella buona, indica l’unicità della relazione. E, se è vero che ci sono i gelosi patologici, è anche vero che non è possibile, statisticamente parlando, che tutti gli uomini che ammazzano le donne ne soffrano. Impossibile.

Famiglie, liti e ingovernabilità

Il possesso, invece, l’avere una donna, il possederla (non solo a letto), il controllarla, comandarla, dirigerla è tutt’altra faccenda. E pare che il problema sia proprio questo e non (solo) la gelosia (patologica). Gli uomini, quelli che uccidono (ma anche quelli che picchiano, che violentano, che umiliano), sembrano spaventati dall’eventualità di perdere l’oggetto del loro potere.

Negli ultimi mesi le storie di cronaca hanno avuto, quasi tutte, un unico inizio: “dopo l’ennesima lite”. La lite in famiglia esiste, è sempre esistita e sempre esisterà. Diversamente non sarebbe una famiglia. Ma quando gli uomini, questo tipo di uomini, restano senza argomenti, allora scatta la violenza.

Guardami, guardami, guardami!

Uccidere qualcuno perché non fa quello che diciamo e che vogliamo che faccia non è un raptus di follia, come, di solito, viene liquidato dalle cronache. E, soprattutto, non è normale. Non è giusto. Chi uccide un’altra persona perché non riesce a governarla (nel senso bucolico del termine) è uno che non è pazzo. Al contrario. E’ uno che non accetta la perdita di potere.

Il “guardami, guardami, guardami!” è l’urlo che, da bambini, lanciavamo alle mamme affinché ci ammirassero mentre andavano in bici, sull’altalena, sui pattini. L’uomo che uccide la propria donna perché non riesce a contenerla è un bambino che ha bisogno di essere guardato, ammirato. Che detta ordini. Che è egoista ed egocentrico.

E il raptus di follia andrebbe seriamente riconsiderato come momento egocentrico per eccellenza.

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