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Archivio per luglio 2012

Aurora, Batman e la strage di James Holmes

24 luglio 2012 8 commenti

James Holmes al processo per la strage di Aurora, Colorado.

James Holmes, 24 anni, che ha sparato sulla folla (uccidendo 12 persone e ferendone una cinquantina) alla prima del film Batman ad Aurora, Colorado, rischia la pena di morte. E, dato che gli americani non sono preda di pietismi, probabilmente la sentenza capitale verrà comminata tra applausi di incoraggiamento e lacrime liberatorie.

Fatto sta che, anche James Holmes, come molti altri, non verrà studiato. Perché un caso del genere, dal punto di vista criminologico (quindi lasciando da parte le preghiere per le vittime e la macchina della giustizia), non dovrebbe essere archiviato come l’ennesimo fuori di testa che guarda troppa tv. Andrebbe invece analizzato scientificamente.

Il profilo di James Holmes, pubblicato da BBC News,  parla di un giovane tranquillo, introverso ma gradevole. Studiava neuroscienze all’università di Denver ma aveva deciso di lasciare la facoltà. Di lui, chi lo conosce, dice che magari era anche un attimo strano, ma nulla faceva pensare che potesse essere un mass murderer, ovvero un omicida di massa.

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Categorie:crimini

Volevo essere come Jack Bauer

18 luglio 2012 5 commenti

Jack Bauer con la Sig Sauer P228.

Sono entrata nel tunnel di 24. Grazie a Chiara Poli (amica, grazie) che mi ha guardato di un male, ma di un male, quando le ho confessato (con un po’ di vergogna) di non aver mai visto un episodio di 24, sono entrata nel tunnel. E’ stato sufficiente che mi guardasse male, non ha detto poi molto. A parte “E guardalo, no!”.

Allora. Arrivare alle quarta stagione, quando hai tutte  e otto le stagioni sotto mano, è come non dormire per 72 ore di fila, nemmeno Jack Bauer. Difatti ho nascosto i dvd qui e là. Mi sono imposta un limite: non più di tre episodi… no, anzi, non più di quattro… va beh, cinque, ma poi basta… al limite giusto un sesto, ma solo se ci sta.

Sono incredula di fronte alla mia sospensione dell’incredulità. Il mio cervello vuole credere qualsiasi cosa. Gli è piaciuto un sacco (lo so perché mi ha chiesto di rivederlo) l’episodio doppio in cui Jack Bauer viene torturato e defibrillato e poi ancora torturato. Cioè, lo so che non esiste, ma ho voluto credere.

E poi la cosa della figlia rapita più volte (speravo le piantassero un colpo in testa, ma non è successo) e la moglie ammazzata (con quella pettinatura non poteva andare molto lontano), gli amori sbagliati (prima Nina, che a momenti lo ammazza, poi la figlia del segretario, Audrey, che “ti amo, ma cielo! mio marito”).

E le armi. Devo dire che lo preferivo di gran lunga nelle prime due stagioni con la Sig Sauer P228 nickelata. Era molto più chic della Glock 17 nera e triste da agente scrauso che segue le regole. Fatto sta che il mio cervello ci ha creduto ancora di più: lavora per il governo, mica gli danno le armi più chic, gli daranno quelle più leggere. E difatti la Glock è leggera.

Insomma. Mi mancano ancora quattro stagioni ma ho creduto a una infinità di cose  (nemmeno se avessi visto il Cristo morto risorgere in diretta) e nel mio cervello c’è un sacco di spazio (testa vuota) per credere ancora. E il tutto sta nel fatto che volevo essere come Jack Bauer: lui non ha problemi di sorta e se ce li ha li ammazza. Non si prende nemmeno la briga di provare a risolverli.

Lo ha detto anche TheSelbmann a proposito di Gossip Girl, per esempio. Vivo un momento difficile. Ho bisogno di credere. E, in ogni caso, fortuna che c’è la Polee, va.

Categorie:serie tv crime

Bimbo di tre anni spara al padre. Armi, un gioco da ragazzi

Armi da fuoco, un gioco da ragazzi.

Michael Payless, di Salem, Indiana (Usa), 33 anni, era sul divano a guardare la tv. Con lui c’erano due dei suoi tre figli. L’altro, di tre anni, ha trovato la pistola carica e incustodita del padre, l’ha presa e, dopo essersi avvicinato al divano, ha fatto fuoco. Il genitore è morto sul colpo. Nessun danno per i bambini.

Se non quello psicologico che, probabilmente, minerà le loro esistenze. A tre anni non capita a tutti di diventare omicidi. E per fortuna. Un fatto analogo era già accaduto in aprile, in Arabia Saudita. L’omicida aveva quattro anni e un movente: il papà non gli aveva comprato la PlayStation e lui, arrabbiato, l’aveva ucciso dopo avergli preso la pistola.

Il 15 luglio, al poligono di tiro privato di Atessa (Chieti) un uomo, Vernino Costantino, 61 anni, è morto per un colpo partito accidentalmente dal fucile di un altro tiratore.

Ora. La prima cosa che ti raccontano al poligono è che le armi, da sole, non fanno un bel niente. Ed è normale che te lo dicano, anche se risulta un po’ ovvio. Ma lo sappiamo tutti che le istruzioni sui flaconi di shampoo come sulle confezioni degli elettrodomestici stanno diventando sempre più bizzarre e involontariamente divertenti. Prosegui la lettura…

Categorie:crimini

Triangoli d’amore e morte. Rina Fort, la belva di via San Gregorio

Rina Fort dietro le sbarre durante il processo. Per le cronache divenne la “Belva di via San Gregorio”.

Lui, lei e l’altra. In casa pare vivessero così, nella loro casa di Trapani, Salvatore Savalli, sua moglie Maria Anastasi (incinta al nono mese di gravidanza e già madre di tre figli di 17, 15 e 14 anni) e l’amante di lui Giovanna Purpura. La situazione a un certo punto dev’essere precipitata anche perché i rapporti non erano affatto buoni (stando al racconto dei tre figli della coppia).

Maria Anastasi è stata uccisa e il suo cadavere è stato bruciato. E’ stata trovata semicarbonizzata. Le indagini hanno immediatamente portato al marito e all’amante. Lui dice che a uccidere sua moglie è stata proprio la Purpura. Mentre lei, ovviamente, dà tutta la colpa all’amante.

Una storiaccia. Come ce ne sono tante. I tre figli hanno raccontato di una situazione assurda, di loro padre che maltratta la loro madre e che impone la presenza “di quella lì” tra le mura domestiche. Gli inquirenti hanno subito fermato Savalli con l’accusa di omicidio, ma lui ha subito fatto sapere che è stata Giovanna Purpura a fare la parte del leone.

“L’ha colpita con un piccone e l’ha uccisa, poi l’ha cosparsa di benzina e le ha dato fuoco”. Insomma, non proprio un comportamento per educande.

La letteratura sul crimine (fiction e reale) è piena di triangoli finiti male. Magari poi ci sono anche quelli che funzionano e si va tutti d’amore e d’accordo che, ovviamente, non fanno notizia. Rina Fort uccise, nel 1946, in una Milano appena uscita dalla guerra e ancora segnata dalla tragica esperienza, la moglie e i tre figli del suo amante Giuseppe Ricciardi. Prosegui la lettura…

Categorie:crimini

L’attimo di rabbia tra la normalità e la tragedia

La rabbia arriva quando qualcosa o qualcuno si frappone tra noi e la nostra meta.

Non ci ho visto più. In genere questa è la frase che pronuncia chi, in preda alla rabbia, ammazza qualcuno, così, sui due piedi. Magari quella mattina si era anche alzato di buon umore, aveva fatto colazione leggendo il giornale e poi, come tutti giorni, aveva preso il bus per andare al lavoro.

Nemmeno ci pensava ad ammazzare qualcuno. Poi sul mezzo il tizio che parlava al cellulare e la donna con la sporta della spesa diventano improvvisamente insopportabili, nemici, ostili. E l’arrivo in ufficio si complica. I colleghi sembrano tutti partecipare alle qualificazioni olimpiche per il più stronzo del reame.

E, alla fine, il capo se ne esce con l’ennesima frase perentoria e senza rispetto davanti a tutti. E lì, in ufficio, davanti ai colleghi, afferrare il primo paio di forbici e piantarlo nella giugulare del malcapitato è un attimo. Proprio come schiacciare tra le mani un pomodoro maturo. Facile. E veloce.

Un attimo. Non uno qualunque. E’ quell’attimo lì. Quello che sta a cavallo tra la vita di tutti i giorni e la tragedia. E poi ci sono i commenti di chi conosce bene l’aggressore che “era tanto una brava persona”, “uno che non avrebbe fatto male a una mosca”, “uno che se avevi bisogno era pronto a darti una mano”.

E allora? Chi sono le brave persone che ammazzano? Sono chiunque. Sono quelli che, alla fine, si sono arresi e hanno ceduto alle loro pulsioni, alla rabbia che si accumula, un giorno dopo l’altro, per un’esistenza intera, fino a che non c’è più posto per nient’altro.

Se sul mezzo pubblico non ci fosse stato il maleducato che parlava ad alta voce al cellulare e la tizia abbruttita da una vita senz’arte con la sua grossa sporta di provviste, e se in ufficio i colleghi fossero stati disposti a un sorriso invece che all’ennesima frecciata e se il capo, quel capo che dovrebbe essere di più e meglio degli altri, non si fosse dimostrato meschino e gretto, allora forse le cose sarebbero andate diversamente.

Forse.

 

Uccide la moglie con le forbici: uomini deboli e violenti

Le forbici sono un’arma impropria. Chi le usa per offendere agisce in preda alla rabbia del momento.

Potrebbe sembrare un ossimoro l’idea di mettere “deboli” e “violenti” nella stessa frase riferendosi al femminicidio, agli uomini che uccidono le loro donne, ma a ben guardare non lo è.

La notizia è del 2 luglio. A Palma Campania, in provincia di Napoli, un operaio 35enne, Giancarlo Giannini, ha ucciso Alessandra Sorrentino, la moglie 26enne, usando un paio di forbici. E’ stato un vicino di casa a chiamare le forze dell’ordine dopo aver sentito le urla della vittima che è stata finita sul balcone di casa mentre i due figli della coppia, di 6 e 4 anni, dormivano.

Negli ultimi mesi pare che gli uomini non facciano altro che uccidere le proprie donne. Compagne, amanti, fidanzate, moglie ed ex. Non importa lo stato civile, importa solo che le donne muoiono tra le mura domestiche travolte dalla furia violenta di uomini deboli. Ed ecco perché mettere deboli e violenti nella stessa frase. Prosegui la lettura…

Categorie:crimini

Serial killer, un prodotto tutto americano

Un simpatico gadget che ricorda le gesta della serial killer ungherese Ezrebeth Bathory.

Chiacchierando del più e del meno, ovvero di morti ammazzati e crimini seriali, con un amico di Facebook che si interessa all’argomento, è uscito un quesito a cui, in tanti, stanno cercando di dare una risposta.

Perché i serial killer sono, per la maggior parte, americani?

Si sa che gli Stati Uniti sono il Paese della libertà e, volendo, anche delle novità che poi, magari rivedute e corrette, arrivano in tutto il resto del mondo. In realtà i serial killer non sono un’invenzione americana, non fosse altro che l’America è stata scoperta dagli europei. Europei che per un congruo numero di anni furono impegnati a sterminare le popolazioni locali.

Fatto sta che l’Europa, nel frattempo, in fatto di omicidi e maniaci seriali aveva già dato (e continuava a dare) ampiamente. Volendo si potrebbe prenderla parecchio alla lontana con i vari imperatori assetati di sangue e morte, per poi passare ai signori di un qualche oscuro ducato e approdare, quindi, a nomi già noti. Prosegui la lettura…

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