Violenza verbale, anonimato e il profilo di chi scrive

Psycho, la mamma di Norman Bates.

Accade, ogni tanto, che quello che scrivo crei problema a qualcuno. Capita che un post venga visto e rivisto e poi riportato su un altro sito. La meta di questa operazione in qualche sporadico caso è il dileggio o la critica sterile. Ma tant’è.

La cosa interessante, dato che qui si parla di crimini, sono i commenti, che ho deciso di pubblicare nonostante gli insulti (a me, sul mio blog). Il post lascia il tempo che trova. I commenti, quelli invece no. Sembrano messi lì apposta per farsi profilare. Quindi perché non cogliere l’occasione?

Il paravento dell’anonimato

Il dato che emerge su tutti è l’anonimato e, di conseguenza, quello che succede quando si è convinti di non poter essere rintracciati. Anche se qui come altrove per commentare è necessario registrarsi con il proprio account di posta elettronica. Il che significa che a me, da questa parte del blog, viene mostrato l’indirizzo IP (che resta identico anche se si cambia l’account di posta elettronica usando lo stesso computer).

Chi sceglie di scrivere un biglietto anonimo, magari di minacce o di insulti, spesso scrive in stampatello con la convinzione di aver “normalizzato” e “omologato” la scrittura (a volte ricorrono al normografo, lo strumento che aiuta a “disegnare” le lettere). In qualche caso, i più paranoici, decidono di scrivere con la mano opposta a quella che usano di solito. E, grafologicamente parlando, può essere un vantaggio (ma i bravi grafologi non si fanno ingannare).

C’è anche chi, incline al bricolage, opta per le lettere ritagliate dai giornali e appiccicate su un foglio di carta. In questo caso la grafologia può ben poco. Ma si può sempre risalire al carattere usato, al tipo di giornale, al tipo di colla e, se uno non è stato attento, al sempre presente Dna e alle immancabili impronte digitali.

Nessuna responsabilità

Chi sceglie l’anonimato lo fa principalmente per due motivi. Restare sconosciuto perché diversamente i servizi segreti/Jack Bauer/i talebani lo fanno fuori. Oppure perché semplicemente è più facile. Se non dico chi sono posso dire tutto quello che voglio impunemente. E impunemente è la chiave di tutto: se posso restare impunito, so di aver fatto qualcosa di sbagliato, di punibile.

Questo tipo di persona è quella che vis à vis difficilmente riesce a dire cosa pensa. Magari lo dice anche. Ma l’anonimato garantisce la possibilità di dirla tutta, di dirla cattiva, di dirla volgare. Senza responsabilità alcuna, ovviamente. Perché l’anonimato è anche questo: la totale e completa mancanza di responsabilità.

 Gli insulti

Come dicevo, sugli scritti l’analisi grafologica funziona. Ma con il computer tentare l’analisi grafologica, nemmeno a dirlo, è fuori discussione. Ma resta la parte fondamentale. Cosa c’è scritto. E come è scritto il commento. E’ infatti il modo in cui è scritto che indica molte cose dello scrivente. Gli insulti sono parte integrante di alcuni commenti.

Si capisce che chi scrive è arrabbiato non tanto o non solo con me, ma con le donne in generale, si capisce dalla veemenza con cui i commenti sono scritti. Dal fatto che ci sono aggiunte una dietro l’altra. Che sono slegati. Come se chi li ha scritti avesse inseguito uno dopo l’altro i suoi pensieri per fissarli tutti quanti prima che sfuggissero.

I problemi con le donne

Il riferimento al sesso, “quanto tempo è che non fai sesso”, è indice dell’incapacità di relazionarsi normalmente con una donna. Per questo tipo di uomo, quello che scrive il commento, una donna, di base, o è una puttana è un’isterica frigida. Niente vie di mezzo. La donna è un problema. Un ostacolo. E’ la testimonianza vivente della sua inettitudine.

E per entrare in contatto con lei parla di sesso. Anzi parla del sesso che questa donna non ha fatto. Indice, questo del non fare sesso, di problemi con gli uomini. Difatti, tanto per essere chiaro, lo dice nella frase successiva. Questo tipo di persona conosce solo il suo universo, il suo mondo, i suoi problemi. E sta parlando di sé e dei suoi di problemi con il sesso e con le donne.

Prendere le distanze e ufficializzare

Chiamarmi per cognome, in un caso scritto sbagliato, vuole essere un modo per prendere le distanze. Quando si è amici di qualcuno lo si chiama per nome, magari con un diminutivo, ma se l’amicizia finisce si ritorna a chiamarlo per cognome, per prendere le distanze, per tenerlo fuori di casa, distante da noi.

Chi scrive frasi come “egregia signora” o simili (tipo “eh, cara la mia signora”, “caro il mio vicino di casa”, “caro signore”) in genere proviene da famiglie di educazione bassa o medio bassa. E la formula “egregia signora” sta a sottolineare il fatto che sta parlando seriamente, che quello che dice vuole (o vorrebbe) essere ufficiale. Importante. Degno di nota.

Mania e idee grandiose

La lunghezza dei commenti va di pari passo con la grandiosità delle idee (come tratto maniacale). Uno dei commenti rischia di fare concorrenza, solo per numero di parole, a Guerra e Pace come ben mi ha fatto notare Laura. In quel lunghissimo commento nei primi tre capoversi si notano l’ansia e la confusione di chi scrive, la tensione per ciò che ha da dire, la volontà di dire tutto quanto.

Nel primo capoverso io sono “questa gentile signora Brondoni”, dove l’aggettivo “gentile” non significa “gentile”, nel secondo mi si dà del lei (quindi si parla con me, non si parla più di me in terza persona) e nel terzo l’aggancio è con un “Abbiamo capito il vostro pensiero”. Chi scrive passa dal singolare al plurale. Un annuncio al plurale fatto di noi e voi.

Non si sta dando del voi, e non mi sta dando del voi. Sta semplicemente ripartendo le responsabilità. Non è più lui che mi scrive. E’ lui che scrive, ma come portavoce di altri, tantissimi altri. E’ convinto di essere l’eletto che può mettere nero su bianco la filosofia di un intero gruppo di persone. Ed è convinto di trovarsi in mezzo a una battaglia, a una guerra.

Ho smesso di rispondere ai commenti non tanto perché non ne abbia la voglia o il tempo. Ma perché sarebbero, le mie risposte, inutili esercizi di scrittura. Questo è un blog sul crimine. Non un centro per persone in difficoltà. A meno che qualcuno non abbia la madre impagliata su una sedia a dondolo in camera da letto. In quel caso mi interesserebbe conoscerlo.

7 pensieri su “Violenza verbale, anonimato e il profilo di chi scrive”

  1. In effetti ci vuole una pazienza, a passarsi quei commenti, che personalmente eserciterei soltanto se fossi pagato (bene) per farlo.
    Ma in effetti l’interesse per i morti (in senso lato non sono solamente quelli sdraiati che puzzano) qualche guaio dovrà pur causarlo, suppongo.

  2. meravigliosa analisi. Io non ho letto i commenti di cui parli ma non stento ad immaginarli. (francamente mi sa che non li leggerò)

  3. Caro Solounatraccia,
    hai ragione: alcuni commenti, in effetti, sarebbe stato meglio essere pagati (bene) per leggerli… 🙂

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