The Following – Del perché le guide cattive (a volte) funzionano

Il serial killer guru Joe Carroll (a destra) e alcuni dei suoi followers.
Il serial killer guru Joe Carroll (a destra) e alcuni dei suoi followers.

La serie tv The Following (ovvero il seguito, nel senso di adepti, seguaci) è in onda da qualche tempo. Chi si aspettava il capolavoro assoluto è rimasto un po’ deluso, chi invece non aveva grandi aspettative ma un po’ di speranza può essere che  sia abbastanza soddisfatto.

La storia, di episodio in episodio, si allarga a macchia d’olio: i discepoli della setta del serial killer con una insana propensione per gli scritti di Edgar Allan Poe, Joe Carroll, sembra non avere confini.

Sono coinvolti uomini in crisi di coscienza, studenti, disoccupati, donne sole e accompagnate e più di un rappresentante delle forze dell’ordine.

Tutti a pendere dalle labbra di Joe che è particolarmente contrariato dal fatto che l’ex agente dell’FBI che continua a dargli la caccia, Ryan Hardy (Kevin Bacon) abbia avuto una parentesi amorosa con la sua ex moglie, Claire. Cosa che farebbe saltare i nervi a chiunque, figuriamoci a un serial killer.

In sostanza ha radunato i seguaci (in una grande magione) solo per far soffrire Hardy. Cosa che sembra stia riuscendo davvero bene dato che l’ex agente non riesce praticamente a salvare nessuno, ogni volta che lo inquadrano lo spettatore sa che di lì a tre minuti avrà un morto tra le braccia. L’ennesimo.

E Ryan soffre (e tra l’altro ha anche smesso di bere… si vede che rischiare la vita e soffrire aiuta). Ma la domanda sorge spontanea, già forse alla seconda puntata: è mai possibile che tutta questa gente si faccia messaggera di morte per il volere di uno che, a parte il serial killer, faceva il professore di letteratura?

La storia insegna che sì, è possibile. Anche se non a questi livelli che sono, a Dio piacendo, solo televisivi (per ora). La famiglia Manson, per esempio, era un gruppo di ragazzi e ragazze di varie età (dai 16, 17 anni fino ai 30, 35 anni) che si è riunita attorno a Charles Manson, Charlie per gli amici.

Helter Skelter

Vivevano in un ranch in California (Spahn Ranch) e si sostentavano facendo rapine. Pare che Charlie fosse considerato come un messia, tutti volevano compiacerlo anche se poi raccontava sciocchezze e basava quasi tutto su una canzone dei Beatles, Helter Skelter.

A un certo punto Manson decise che era tempo di uccidere. In pochi giorni, i primi di agosto del 1969, i membri della famiglia Manson seminarono il terrore. Uccisero per il gusto di farlo e perché Charlie glielo aveva chiesto. Tra le vittime figura anche Sharon Tate, giovane moglie (incinta) del regista Roman Polanski.

Manson e famiglia vennero arrestati e processati per i delitti. Ai processi le ragazze sono state descritte dai giornalisti come adepte. Nessuna parlava per sé. Erano tutte prese da Charlie, da cosa voleva Charlie, da cosa diceva, da cosa gli piaceva o non gli piaceva. Erano al suo servizio. In tutto e per tutto.

Il tragico epilogo al ranch dei Branch Davidians seguaci di David Koresh a Waco, Texas.
Il tragico epilogo al ranch dei Branch Davidians seguaci di David Koresh a Waco, Texas.

Disperati e non

Le storie di vita dei seguaci sono diverse. Alcuni avevano incontrato Manson quando erano soli, disperati e senza un posto dove stare. Altri, invece, Charlie lo avevano scelto. Erano di buona famiglia, ma avevano deciso che le regole non facevano per loro. Salvo poi seguire come scimmie ammaestrate i dettami di Charlie.

La famiglia Manson nel momento più affollato ha contato qualcosa come una sessantina di membri. Che non erano pochi. Ma nemmeno così tanti. C’è chi è riuscito a fare di meglio (e di peggio, dato che parliamo di crimine). E’ ancora vivo, infatti, il ricordo dell’assedio al ranch dei Branch Davidians a Waco (Texas).

Il massacro di Waco

David Koresh (al secolo Vernon Howell) era il capo dei Davidiani comunità settaria che credeva in David e in quello che diceva (tra l’altro che tutte le donne dovessero lasciare i loro mariti e giacere con lui, e con chi altri?). L’FBI venne a sapere, nel 1993, del ranch da un fuoriuscito dalla setta che li allertò su armi, droga e pedofilia.

L’FBI si presentò al ranch. Il dialogo durò ben poco dato che, nel giro di qualche ora, a terra c’erano i corpi senza vita di sei davidiani e di quattro agenti. A quel punto iniziò l’assedio al ranch che si concluse 50 giorni e 76 morti dopo (tra i morti c’erano anche Koresh e una ventina di bambini).

L’FBI, infatti, per stanare i rifugiati non trovò altro metodo che dare fuoco al ranch con conseguenze che anche un ragazzino di dodici anni avrebbe potuto prevedere (senza spremersi troppo le meningi). Diverso il caso di Jim Jones e dei suoi seguaci che, nel 1978, causa la paura di un’imminente invasione delle “Forze del Male” si suicidarono.

Le forze del male a Jonestown

Jones, reverendo Jones, come lo chiamavano, aveva deciso che il posto migliore per vivere era la Guyana Francese e così, con aerei cargo, partì dagli Stati Uniti con il suo seguito di più di mille adepti per stabilirsi nella giungla che Jim aveva presentato come la “Terra Promessa”.

Il reverendo temeva una sorta di olocausto nucleare e una marea di altre cose. E i suoi adepti anche. Fatto sta che il 18 novembre 1978 Jones invitò i seguaci a bere un cocktail a base di cianuro. Per vincere la morte, insomma, avrebbero dovuto uccidersi. E così fecero. In 911. Si salvarono poco più di 120 persone.

Una delle innumerevoli situazioni in cui Ryan Hardy avrebbe bisogno di Jack Bauer.
Una delle innumerevoli situazioni in cui Ryan Hardy avrebbe bisogno di Jack Bauer.

Sentirsi vivi morendo

Alcuni hanno la necessità di seguire un’idea. Quelli che di idee loro non ne hanno. Che sono fragili. Che hanno paura di stare al mondo. Non importa cosa facciano nella vita. Ciò che importa è il desiderio di dipendere da qualcuno (è una patologia mentale riconosciuta dal DSM IV, il libro che ci dice cosa è normale e cosa non lo è).

Così si lasciano andare. E si immolano per la causa. Una causa che qualcun altro gli ha regalato. I seguaci di The Following sono tratteggiati piuttosto bene, soprattutto quando dichiarano: “Voglio essere utile. Voglio fare qualcosa. Voglio che la mia morte abbia un senso. Voglio sacrificarmi“.

Non importa per cosa o per chi decidano di morire. Anche se illustri colleghi dicono che le “sette non esistono”, i seguaci, le personalità dipendenti, funzionano così. E capita fondino una setta. Motivo per cui, anche se forse Ryan Hardy avrebbe bisogno di Jack Bauer, The Following funziona. Dal punto di vista criminologico, almeno.

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