Femminicidio. La prima mossa? Una task force

Isabella Rauti, consigliere anti femminicidio.
Isabella Rauti, consigliere anti femminicidio.

Isabella Rauti, moglie del (ex?) sindaco di Roma Gianni Alemanno, figlia di Pino Rauti è stata nominata da Angelino Alfano il 10 giugno consigliere anti femminicidio.

Isabella Rauti si è affrettata a ringraziare per la fiducia e poi ha detto: “Contro la violenza alle donne e il femminicidio, vera emergenza sociale, è necessario costituire una task force interministeriale così da rendere efficaci gli interventi di contrasto, di prevenzione e che permetta di elaborare un piano complessivo efficace“.

In sostanza dice che ci vuole qualcuno che faccia qualcosa. Di efficace (fortuna che è stato sottolineato, mica che qualcuno pensasse di presentarsi e fare un piano complessivo farlocco). Il che non è un granché. Isabella Rauti ha una laurea in lettere con indirizzo pedagogico. E poi ha già avuto occasione di lavorare in due ministeri (pari opportunità e lavoro) ed è presidente di una onlus contro la violenza sulle donne.

Quindi probabilmente di femminicidio ne sa parecchio. Diversamente Alfano mai nella vita l’avrebbe nominata consigliere anti femminicidio. O no? La mossa intelligente di Isabella Rauti è stata quella di dire che serve la task force: ovvero di mettere insieme qualcuno che ne sappia qualcosa e sia in grado di fare qualcos’altro.

Così, tanto perché oggi non ho niente da fare, ho pensato di parlare un po’ anch’io di femminicidio. Innanzitutto non sono d’accordo con la nuova consigliera Isabella Rauti che dice che il femminicidio è una “vera emergenza sociale”

Si parla, infatti, di emergenza sociale quando un certo fenomeno destabilizza una società (altrimenti non è sociale, è al limite, personale). Il femminicidio, che già di per sé è una parola coniata per far tendenza e marketing, c’è sempre stato e sempre ci sarà.

Quindi, già che la parola mi urta devo anche dire perché. Le donne hanno lottato per anni per avere la parità e se vengono ammazzate non è nemmeno omicidio. Dire “femminicidio” equivale a banalizzare.

Nel codice penale, il femminicidio, ovviamente non c’è, proprio perché uomini e donne sono uguali, sono persone. Per cui si tratta dell’omicidio di una donna, di una persona. Direi che è meglio chiamare le cose con il loro nome. Omicidio, quindi.

Negli anni, in Italia, le vittime di omicidio volontario sono diminuite. E non di poco. Nel 1991 sono state ammazzate volontariamente quasi duemila persone. Nel 2008 i morti per omicidio volontario sono stati 611. L’Italia nelle statistiche mondiali per omicidi volontari occupa un posto piuttosto in basso nella classifica.

Mentre un tempo morivano parecchi uomini e qualche donna, adesso muoiono molti uomini e qualche donna. Solo che, negli anni, le donne uccise hanno iniziato a essere un po’ di più del solito. Su quattro morti, una è una donna. Per cui le donne muoiono di più. Se uno non sa leggere le statistiche. Se uno invece le sa leggere capisce un attimo meglio.

Diciamo che un tempo le donne morivano uguali a oggi, più o meno. Solo che siccome morivano un sacco e mezzo di uomini in più le donne morte si perdevano un po’ nel numero. Il dato interessante, se vogliamo chiamarlo così, è che muoiono per mano di gente che conoscono. Oggi come un tempo, comunque.

Per cui mi aspetto che Isabella Rauti avvisi in giro di non andare a fare le ronde contro gli immigrati clandestini: non sono loro a uccidere le donne italiane. Ma ancora non possiamo parlare di “vera emergenza sociale”. L’emergenza sociale, se proprio è necessario trovarne una, è la violenza domestica.

Non l’omicidio di donne. L’omicidio di una donna rappresenta spesso e volentieri il tragico epilogo di anni di violenze. Ma non è sempre vero. Capita, infatti spesso, che a uccidere la donna, spesso anziana, sia il marito e compagno di una vita, anche lui anziano. In quel caso è solitudine, disperazione, demenza senile.

Non è odio. Non è rabbia. Non è violenza. Anche se sembra strano dire che non è violenza. E’ l’ultima dimostrazione di un affetto profondo. Un po’ malato se vogliamo. Le donne giovani che muoiono per mano di gente che conoscono di solito sono persone che hanno già avuto da dire con il compagno che magari è anche ex.

L’emergenza sociale, se Isabella Rauti ne vuole trovare un’altra, è che nelle scuole non c’è un’ora alla settimana dedicata al rispetto per sé e per gli altri. Dato che non è detto che in famiglia venga insegnato, sarebbe utile preverderlo come materia di insegnamento.

Le donne che vengono picchiate, maltrattate ogni giorno, insultate, trattate come cameriere, come schiave, dai loro compagni, sono donne che non hanno avuto occasione di imparare il rispetto per sé stesse. Che permettono ai loro compagni di trattarle così. E quando si ribellano spesso lo fanno con tempi e modi che scatenano la furia dei compagni.

L’emergenza sociale, se Isabella Rauti ancora ha tempo e vuole trovarne un’altra, è spiegare alle donne di non agire d’impulso in situazioni di pericolo. In ogni rione, in ogni quartiere, parrocchia e moschea (anche se in questi casi la vedo un filo dura), in ogni circolo sarebbe utile istituire corsi su come riconoscere la rabbia.

Ma sicuramente Isabella Rauti figlia di Pino Rauti e moglie del (ex?) sindaco di Roma Gianni Alemanno e con una laurea in lettere con indirizzo pedagogico e collaborazioni nei ministeri per le pari opportunità e del lavoro ed essendo presidente di una onlus contro la violenza sulle donne, sa tutto. E risolverà il problema del femminicidio.

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