I serial killer e l’importanza della casa

Frederick e Rosemary West.
Frederick e Rosemary West.

Quando si torna da un lungo viaggio e si apre la porta di casa si avverte il proprio odore. Ed è una cosa, di solito, piacevole. Odore è infatti inteso in senso positivo, nell’odore di casa, di conosciuto, di famigliare. Quell’odore che riusciamo a sentire, proprio perché lo respiriamo costantemente, solo quando siamo stati lontani per un po’.

La casa e il suo contenuto (la famiglia) per Giovanni Pascoli era il nido, un posto segreto, caldo, accogliente in grado di difenderci dalle intemperie delle vita, di farci assaporare ancora e ancora gli anni magici della fanciullezza, dell’innocenza.

E cercare casa è un momento importante (diversamente sarebbe incomprensibile il fiorire di programmi ad hoc).

Se è vero che molti serial killer sfruttano proprio l’assenza di un punto base perché di mestiere viaggiano (camionisti, commessi viaggiatori, agenti di commercio) è vero anche che alcuni serial killer fanno della loro casa un luogo di afflizione e morte, per le vittime naturalmente. Per loro è pur sempre il loro nido.

La storia di Frederick West (che si è suicidato il primo gennaio 1995, prima di affrontare il processo) ha fatto rabbrividire la maggior parte dei britannici e un congruo numero di abitanti del pianeta. Fred era uno tipo ben lontano dall’essere intelligente, il suo qi, secondo una stima degli esperti, non andava oltre 84, quindi si collocava nel 5% più basso della scala di valutazione.

Fred era uno che faceva fatica a mettere insieme una frase. Il suo elequio sconnesso, il suo sorrisone ebete e i suoi modi da imbranato lo rendevano, dando credito alle testimonianze dei suoi vicini di casa, un innocuo idiota con tanti figli e una brutta moglie. Alla fine, insomma, se anche Fred non era un fulmine di guerra era uno considerato normale.

La mamma di Norman Bates in un fermo immagine del film Psycho di Alfred Hitchcock.
La mamma di Norman Bates in un fermo immagine del film Psycho di Alfred Hitchcock.

Il nido di Cromwell Street

Lui e la sua seconda moglie Rose abitavano a Gloucester (Inghilterra, a nord di Bristol) dove Fred costruì la loro casa su tre piani al 25 di Cromwell Street. Dal 1972 vissero lì con i loro numerosi figli. La più grande Heather era figlia della prima moglie di Fred e, ben presto, finì morta e sepolta sotto il patio della casa. E la stessa fine fece la madre che venne a cercarla.

Fred e Rose facevano gli affittacamere, attività questa che ricorda molto da vicino il Norman Bates di Psycho che aveva il motel da un lato e la mamma impagliata sulla sedia a dondolo dall’altro. E proprio come Norman, Fred e Rose usavano la casa per attirare giovani vittime un po’ ingenue che in quella coppia trovava semplicità, facilità e accoglienza.

E una morte tragica. Le vittime di Fred e Rose furono parecchie. Il numero reale non è mai emerso, si parla di 11 o forse 13 o forse una ventina. Più che altro perché in zona a partire dagli anni Sessanta scomparì un certo numero di giovani donne. Fred era un incantatore a dispetto del suo (vero o presunto) quoziente di intelligenza.

Il 25 di Cromwell Street, Gloucester in uno screenshot fatto da Google Maps.
Il 25 di Cromwell Street, Gloucester in uno screenshot fatto da Google Maps.

Fred e la sua casa

Fred era in grado di scegliere la vittima, magari di blandirla, sicuramente di convincerla che restare non poteva certo essere peggio che stare tutta sola in mezzo a una strada.

Quando le autorità arrivarono a casa di Fred (grazie a un poliziotto che indagava praticamente da solo sulla scomparsa della madre di Heather) lui disse che poi avrebbero dovuto rimettere tutto a posto.

La casa al 25 di Cromwell Street venne rasa al suolo. Letteralmente. Oggi c’è un buco tra le altre case, c’è un po’ di verde e i paletti per evitare di entrare con l’auto. Ogni tanto i bambini ci giocano a palla. Fred si impiccò nella sua cella senza mai raccontare le motivazioni che lo spinsero a imprigionare, violentare, torturare e uccidere le sue vittime con la complicità di Rose.

David Canter direttore del centro di psicologia investigativa a Liverpool ha spiegato quel vuoto e anche il vuoto attorno a Fred. In sostanza lo ha paragonato ai buchi neri. Gli astrofisici quando in mezzo a un mare di stelle non trovano niente si soffermano a cercare in quel niente, in quel vuoto, una spiegazione. Il vuoto non è vuoto. E il niente non è niente.

John Wayne Gacy nell'inquietante costume di Pogo Il Clown.
John Wayne Gacy nell’inquietante costume di Pogo Il Clown.

La pienezza del niente

Fred era praticamente un invisibile. Di lui poco e niente si sapeva. I vicini non lo conoscevano bene. Quella famiglia, la casa, era il buco nero della zona. Lì non accadeva mai niente. Quello che Canter intende dire è che ognuno di noi, nella sua comunità, lascia qualcosa.

C’è il vicino che ha il cane che abbaia, quello che parcheggia male l’auto, quello che stende lenzuola sgargianti, quell’altro che tiene la musica alta. Non è solo questione di fare rumore, dare fastidio o attirare l’attenzione, è questione di lasciare qualcosa dietro di noi. Di dire, in qualche modo, inconsciamente o no, che ci siamo.

Alla casa di Fred e Rose gli affittacamere di Cromwell Street non succedeva niente. Arrivava gente ed entrava in casa. Poi niente. Quel niente era il buco nero. La casa che implode risucchiando dentro di sé la vita. Lo stesso accadeva a Milwaukee dove Jeffrey Dahmer viveva in una casa in mezzo alle altre. Come le altre. Ma tanto diversa. Un altro buco nero.

E succedeva anche a Des Plaines (Iowa) dove John Wayne Gacy rispettato esponente della comunità locale (era solito esibirsi, tra l’altro, come Pogo Il Clown in feste per bambini) uccise 33 vittime. Molte di queste furono invitate a casa, una bella casa, fatte ubriacare e poi violentate, seviziate, torturate e uccise.

I resti delle vittime di Jaffrey Dahmer mentre vengono portati fuori dalla casa.
I resti delle vittime di Jaffrey Dahmer mentre vengono portati fuori dalla casa.

Normali, troppo normali

Sia nel caso di Dahmer che in quello di Gacy le autorità ebbero più volte la possibilità di fermare i serial killer, ma i loro modi convincenti, il fatto che non avessero mai creato problemi e che le loro parole fossero così credibili (e le storie narrate dalle vittime così apparentemente incredibili) risultarono uno schermo protettivo.

Forse anche perché gli investigatori si aspettavano di trovare mostri con scritto in fronte “mostri”, non persone talmente ordinarie da farli sorridere, da aver quasi voglia di fermarsi a prendere una birra con loro, di scherzare un pochino sulle vittime che, un po’ farneticanti, li avevano accusati.

Le vittime, proprio loro, risultavano strane. I serial killer contavano anche su questo: il fatto che, se le vittime fossero riuscite a fuggire, i loro racconti sarebbero stati così ai confini della realtà, così incredibili, così fuori dalla normalità che sarebbe stato impossibile, o quanto meno improbabile, che qualcuno avesse dato loro credito.

La fine di tutto

Nel 1991 Jeffrey Dahmer è stato accusato di 15 omicidi e condannato a 15 ergastoli (per un totale di circa 930 anni di carcere). Il 28 novembre 1994 è stato colpito da un altro detenuto con una sbarra per il sollevamento pesi. Il colpo lo ha raggiunto alla testa uccidendolo all’istante.

John Wayne Gacy è rimasto 14 anni nel braccio della morte per i 33 omicidi di cui è stato ritenuto colpevole ed è stato giustiziato con un’iniezione letale il 10 maggio 1994. Il film Psycho di Alfred Hitchcock è ispirato alla vicenda del serial killer Ed Gein (la cui storia si può leggere qui).

8 pensieri su “I serial killer e l’importanza della casa”

  1. Ah, però, i vicini silenziosi sono i peggiori… come quando succede qualcosa di brutto, intervistano i vicini, e dicono sempre: Era così un bravo ragazzo. Sorrideva sempre, salutava (come se fosse una cosa fuori dall’ordinario, che solo un’elite selezionatissima di gente educata e per bene fa).
    Meno male che sono sempre bravai ragazzi che non disturbano e sorridono e sono così a modo, pensa se oltre ad essere dei serial killer psicopatici facessero pure casino e fossero antipatici, che incubo sarebbe vivere intorno a loro, si farebbe una fatica del diavolo a ignorarli. Che i buchi neri non è che sono lì così, tanto per, si formano per via di tutta una serie di situazioni che portano al collasso della stella che diventa il buco nero.

    A proposito, l’hai visto Monster? E’ quel film dove c’è Charlize Theron che fa la serial killer, con su il naso finto e il mento in fuori da dura. E’ quel film dove lei uccide un sacco di gente, ma non per colpa sua, per colpa di sua mamma, della società, dei clienti bastardi, di questo e quell’altro, ma lei, porca miseria, è solo una brava ragazza a cui la vita ha fatto gli scherzi e che, insomma, si è trovata ad uccidere per sbaglio.
    A me non è che sia piaciuto molto.

  2. Ciao MrChreddy,
    sul fatto del contorno dei buchi neri hai ragione. Di solito gli invisibili ci sono perché qualcuno non li vede. E il non vedere è un’azione pari pari al vedere.

    In effetti la cosa dei vicini che dicono “era così una brava persona, buongiorno e buonasera” fa un po’ incazzare. Mi sono sempre chiesta se davvero tutta quella normalità non sia un po’ troppa.

    Ma la mia domanda dipende dal fatto che non mi sono mai fatta i cazzi miei. Gratis. Figuriamoci se mi pagano… Per cui resta questo dubbio: davvero era tutto normale?

    Monster non l’ho visto. Ma ho seguito la storia di Aileen Wournos, quella vera. Non ho visto Monster perché mi sono risentita del fatto che gli americani non hanno il coraggio di affidare il ruolo a un’attrice brutta.

    Spendono soldi per abbruttire una. Assurdo. E poi mi sono risentita del fatto che, leggendo le critiche (come la tua), la colpa era della società brutta e cattiva.

    E sono dell’idea che sono pochissimi, ma davvero pochi pochi, quelli che avendo avuto un’infanzia di merda si mettono a stipare teste umane nel freezer.

    La maggior parte, a dispetto dell’infanzia di merda, diventa gente apprezzata, stimata e rispettata. E, quanto meno, non ha l’hobby discutibile di ammazzare il prossimo.

  3. Bhè li chiamano Resilient Child no? Quei bimbi che sopravvivono alle dolorose peripezie capitate loro nell’infanzia (abusi, percosse, sevizie, abbandoni) senza diventare sociopatici assassini. E invece qualcuno diventa Jim Jones… Il dualismo sempre in voga del “chi o cosa fa di loro dei criminali?”.

    Lombroso optava per l’innatismo genetico: se sei deviante è perchè ci sei nato, colpa della genetica, o di quella fossetta antipatica sul tuo lobo occipitale. Perchè se sei nato tondo non puoi morire quadrato! Oppure c’è chi opta per le cause esogene: i genitori, la società, l’indigenza. Bisogna ammettere che per certi reati, la cui efferatezza supera quella del più fantasioso scenografo hollywoodiano, è davvero difficile non immaginare che ci sia qualcosa di intimamente marcio e contaminato nell’animo umano. Qualcosa di innato, viscerale, profondamente ‘maligno’.

    In altri casi le storie di vita fan dire… bhè, fossi stata io così sfigata, probabilmente anche io starei sparando a cani e porci con un fucile a canne mozze! In ogni caso rassicura, e qui mi riallaccio a quello che si dice nell’articolo, poter dare risposta ai perchè. E’ una copertina calda e confortevole, anche se sempre troppo corta, riuscire a inquadrare gesti così violenti e anormali in uno scaffalino cognitivo che ci aiuta a farci pensare che ” a noi non potrebbe capitare… “.

    E ben, inteso, per ‘non potrebbe capitare’ intendo di diventare noi le vittime… ma anche i carnefici. Dico, è capitato a tutti di pensare per un momento di passare con lo schiacciasassi sopra il Land Rover del vicino maleducato, che parcheggia sempre nel nostro posto macchina. La differenza sta tra il pensarlo e il porlo in atto (come suggerisce il titolo di quel libro “I buoni lo sognano i cattivi lo fanno”).

    Non riuscire a trovare un perchè ci destabilizza.Come se fosse quella, e non il reato efferato, la vera anomalia. Quel buco tra le case forse questo è. La mancanza di significato, il lato oscuro, inaccettabile. L’angolo cieco. Durkheim, sociologo del secolo scorso, la chiamava anomia, intendendo qualcosa che esula dal tessuto sociale. Qualcosa che va oltre, che non si inquadra e si inserisce in un contesto di vivere condiviso, civile nella società.

  4. Stefania, un’analisi puntuale e professionale (e non poteva essere altrimenti).

    In effetti, se può interessare, contro l’idea che siano solo, o in maggior parte, cause esogene a creare il male e con la convinzione dell qualcosa “intimamente marcio” si è schierato Stanton E. Samenow che nel suo “Menti criminali” non fa mistero del fatto che se uno è cattivo è perché ha scelto di essere cattivo. Ha scelto di delinquere. Non mi trovo completamente d’accordo con Samenow (che a tratti somiglia più a uno che manderebbe sulla sedia elettrica anche chi ruba caramelle), ma credo che nel panorama degli autori sia una voce fuori dal coro. Comunque interessante.

    Grazie per essere passata di qui e grazie per l’analisi.

  5. Sono d’accordo con te. Quella di Samenow mi sembra una posizione un po’ estrema.

    Credo che gli assolutismi siano da evitare, in tutti i campi e sempre. Perchè se è vero che, per dirne una, chi ha subito un abuso non è detto che lo perpetri a sua volta è anche vero che chi si macchia di un abuso è pressochè certamente stato abusato a suo tempo. Chiamiamolo imprinting, chiamiamo in causa il modello operativo interno… Quindi come si fa a dire che il marcio gli viene da dentro? Ne siamo proprio così sicuri? Non è che questa convinzione serve per ridurre il tutto ad una visione semplicistica?

    E come la mettiamo poi con quei criminali che sono portatori di una patologia psichiatrica, che magari non gli è stata (ancora) diagnosticata? Vogliamo friggerli anche loro sulla sedia elettrica? In Texas ci sono abituati (vedi l’esecuzione di Marvin Wilson di agosto 2012, per esempio).

    E quanto di quel marcio che hanno dentro, secondo quanto dice questo autore, è farina del loro sacco o magari una propaggine del loro deficit mentale?

  6. Domande tutte lecite e interessanti. Credo che la posizione di Samenow abbia una sua importanza proprio perché è la voce fuori dal coro, è l’estremo degli altri estremi (e sono tanti: quasi tutti dicono, con una semplicità parimenti imbarazzante, che la colpa è della società/famiglia/sfortuna). Il suo libro a tratti mi ha lasciato a bocca aperta. Ma sì, anche la sua visione, presa da sola, non ha senso.

    In ogni caso mi hai ispirato il prossimo post.

    Quindi grazie.

    Cris

  7. Buonasera!
    Né disaccordo né polemica
    (commento #5 e discussione interessanti)
    ma solo per sdrammatizzare con una battuta in cordialità:
    “Credo che gli ASSOLUTISMI siano da EVITARE, in TUTTI i campi e SEMPRE.”.
    Doppio ossimoro? Voluto..?
    Seguo comunque con la dovuta serietà.
    Grazie.

  8. Ahahahah!!! Vero! Un errore! Chiedo venia! 🙂

    Grazie per averlo fatto notare, ma non lo tolgo, altrimenti non si capisce più il commento! Prossima volta starò più attenta. Prometto. 🙂

    Grazie ancora, Enzo e a presto!

    Cristina

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