The Bridge: un’americana bionda e strana tra i messicani brutti e sudati

I protagonisti di The Bridge.
I protagonisti di The Bridge.

L’episodio pilota di The Bridge, serie tv di FX, è andato in onda in Italia il 18 luglio su FoxCrime. Il battage pubblicitario è stato martellante e, a dirla tutta, anche un po’ invadente. Il pomeriggio del 18, per esempio, non si poteva vedere nulla su FoxCrime senza che spuntasse ogni tre minuti il promo.

E che promo: il disegno del filo spinato che oscurava mezzo schermo (e se mi si oscura lo schermo mentre guardo Vincent D’Onofrio in Criminal Intent può essere che me la prenda parecchio). Comunque, il pilot è andato in onda.

La storia è questa: al confine tra Messico e Stati Uniti all’altezza di El Paso (Texas) e Ciudad Juarez (Chihuahua) viene trovato quello che sembra il corpo di una donna. In realtà le donne morte sono due e il corpo è composto per la metà superiore dei resti di una giudice americana e per la metà inferiore di gambe scure, ergo appartenenti a una messicana.

Ovviamente a stabilire la nazionalità partendo dal colore della pelle sono i due detective intervenuti sul border: l’americana bionda Sonya Cross (Diane Kruger) e il messicano baffuto Marco Ruiz (Demian Bichir). Una deduzione che fa impallidire. Addetti ai lavori e non.

Diane Kruger nei panni di Sonya Cross. Discutibile il modo di impugnare l'arma.
Diane Kruger nei panni di Sonya Cross. Discutibile il modo di impugnare l’arma.

Il festival dello stereotipo

Cioè. Dopo 13 anni di CSI davvero questi arrivano e decidono che le gambe scure appartengono a una donna messicana? Perché un’americana di colore non si è mai vista? Quindi si inizia con una sciocchezza grande come il Texas e si prosegue con i problemi relazionali della Cross.

Dall’altra parte della frontiera abbiamo invece messicani grassi, brutti e sudati che giocano d’azzardo e bevono come spugne fregandose delle povere ragazze morte ogni anno nel loro Paese. Solo Ruiz sembra fare eccezione: un giglio bianco cresciuto nell’immondizia che ha saputo fare tesoro del suo background e sta al suo posto per poter lavorare.

In sostanza il pilota di The Bridge è un mix di luoghi comuni ed errori tremendi (gli artificieri che scappano di fronte a una bomba, senza per altro far sgombrare l’edifcio,  allargando le braccia: “eh, ci spiace tanto, ma esplode, sorry, noi ce ne andiamo”). Non che gli artificieri debbano farsi saltare in aria, ma andiamo, è una serie tv.

Normale a chi?

Che tra l’altro è il remake americano di Bron serie tv di produzione danese e svedese. E come ogni remake soffre un pochino la voglia di fare meglio, di fare di più e il rischio di sconfinare nel kitch è dietro l’angolo. Poi c’è questa cosa per cui i protagonisti, ultimamente, devono soffrire di una qualche patologia mentale o fisica.

Che va bene, perché l’eroe che ormai è sempre più antieroe è giusto che sia così: disperato, in canotta e sangue, con le lacrime a rigargli il volto distrutto dalla droga e dall’alcol e dall’ansia, dalla stanchezza e dallo stress. Li vogliamo così gli eroi e gli antieroi, ma francamente ci piacerebbe che poi mantenessero il ruolo.

In The Following il protagonista Ryan Hardy è cardiopatico e beve vodka a colazione (abitudine che abbandona dopo mezza puntata), la sociopatia di Dexter sta venendo sempre meno (a momenti rischia di piangere a ogni episodio), in Endgame (che però è canadese e non dovrei nemmeno nominarla) il protagonista soffre di agorafobia.

Sul muro tra San Ysidro di California e Tijuana (Messico).
Sul muro tra San Ysidro di California e Tijuana (Messico).

Se ne poteva fare a meno

Per quanto riguarda Sonya Cross sulla carta dovrebbe avere la sindrome di Asperger. In realtà sembra una stronza maleducata come tante. E tra l’altro sorge il sospetto che dato che Diane Kruger è monoespressiva la produzione abbia tentato di giustificare il tutto appioppandole una bella sindrome di quelle che se anche recita male fa niente: è per via della sindrome.

E per concludere. Il traffico di esseri umani, il contrabbando di armi e droga (e medicinali che in Messico non costano niente e non ci vuole ricetta e che negli Stati Uniti solo i ricchi si possono permettere), la prostituzione e gli omicidi affrontati così somigliano tanto un’occasione sprecata.

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