Annie Wilkes, Misery, la fan numero uno e la serialità

Annie Wilkes (Kathy Bates) fan numero uno di Misery e di Paul Sheldon.
Annie Wilkes (Kathy Bates) fan numero uno di Misery e di Paul Sheldon.

Quando ti accorgi che su Sky On Demand c’è Misery non deve morire l’unica cosa che puoi fare è arrenderti al fatto che ti tocca rivederlo. Un’altra volta. Misery non deve morire è il film per eccellenza (così come lo è il romanzo di Stephen King).

La storia, per quei due o tre che non la conoscono, è questa. Paul Sheldon (James Caan), affermato scrittore di una serie di libri che hanno per protagonista l’eroina Misery, ha finito il suo ultimo romanzo, stappa una bottiglia di champagne e, in mezzo a una tormenta di neve, prende l’auto per tornare a New York.

Come t’ammazzo la protagonista

Per scrivere ha l’abitudine di ritirarsi in uno sperduto paesino del Colorado. Disgraziatamente esce di strada (ho sofferto un po’ per la Mustang che rovina dalla scarpata) e viene ritrovato e salvato da una donna, Annie Wilkes (Kathy Bates) che lo trasporta sulle spalle fino a casa sua. Già il fatto che una donna trasporti sulle spalle un uomo non fa presagire nulla di buono.

Paul si riprende quel tanto che basta per ascoltare le parole di Annie. Lei gli fa subito sapere che è la sua fan numero uno, che ha tutti i romanzi di Misery e che è in trepidante attesa dell’ultimo in uscita di lì a qualche giorno. Paul, immobilizzato a letto con entrambe le gambe fratturate, oltre ai suoi problemi di salute si rende conto che forse Annie resterà delusa dall’ultimo romanzo.

Stanco, infatti, di scrivere di Misery, annientato dalla serialità dei suoi romanzi, ha deciso di far morire Misery e di scrivere altro: il romanzo che ha appena terminato e che stava correndo a consegnare alla sua agente a New York. Appena Annie mette le mani sull’ultimo libro di Misery la situazione precipita.

Paul Sheldon (James Caan) cerca di soddisfare la sua fan numero resuscitando Misery.
Paul Sheldon (James Caan) cerca di soddisfare la sua fan numero resuscitando Misery.

Annie pretende che Paul bruci il romanzo che ha con sé (lo ha scritto a macchina e ha solo quella copia). E pretende anche che faccia resuscitare Misery. Paul, che è già ai limiti della preoccupazione, le fa notare che se una muore di parto è un po’ difficile che torni in vita, anche se si tratta di un romanzo.

A quel punto Annie racconta a Paul che no, non è impossibile far tornare in vita personaggi uccisi dagli scrittori o dagli sceneggiatori e gli cita un film a episodi in cui il protagonista restava intrappolato in auto durante un incidente che, come se niente fosse, nell’episodio successivo è vivo e vegeto: gli autori lo avevano fatto saltare dall’auto.

Annie racconta che mentre tutti al cinema applaudivano il rientro in scena del protagonista lei no, lei si era alzata urlando che aveva visto benissimo che quel protagonista era morto e che gli autori, così facendo, si erano presi gioco del loro pubblico. Annie, quindi, non solo vuole che Misery ritorni tra i vivi, ma che lo faccia in modo credbile.

Annie con la sua scrofa, Misery, al capezzale di Paul.
Annie con la sua scrofa, Misery, al capezzale di Paul.

La fan Annie e il suo pensiero

A casa di Annie c’è una sorta di altare dedicato a Paul Sheldon e ai suoi libri (c’è anche una sua foto autografata). Annie sa tutto di Misery. E sa tutto di Paul. Non si è fermata al personaggio: ha voluto conoscere anche la persona. Annie è in grado di discernere tra realtà e finzione: sa bene che Paul è reale e che Misery è il suo personaggio.

Solo non accetta che Paul tratti male Misery. Non è matta. Anzi, sì, lo è. Annie è psicopatica. Ma quello che dice ha un senso. Misery le ha fatto provare emozioni reali. Scrittori e sceneggiatori “giocano” con le vite dei protagonisti di romanzi e serie tv (e film). Possono fargli fare quello che vogliono. Lo sanno bene i fan di Lost: Jack è morto. E la serie è finita. Per sempre.

Annie è una psicopatica che è rimasta delusa. Ma, soprattutto, è una fan delusa. Annie ha offerto a Paul il suo tempo: ha letto i suoi libri, ha vissuto le storie di Misery, ha pianto e ha riso e ha sofferto insieme alla sua eroina. Il solo pensiero di perderla, di non avere più una storia in cui rifugiarsi (sfuggendo a una realtà che non le piace) è drammatico. Irreale. Improponibile.

I mille volti di un film

Vedere Misery non deve morire più volte aiuta a rendersi conto, ogni volta, di un aspetto nuovo. Le prime volte l’ho guardato e ho preso paura in generale: Kathy Bates è agghiacciante (sia in lingua originale che doppiata) mentre fa le sue scenate improvvise e alcune scene sono così fastidiose che ogni volta mi è venuta voglia di nascondermi dietro al gatto per non vederle.

Andando avanti con gli anni (invecchiando, insomma) di Misery non deve morire mi sono rimasti impressi la fotografia, la sceneggiatura, il confronto con il romanzo e, volendo, anche i paesaggi, le capacità attoriali. E, naturalmente, l’importanza, per Annie e per Paul, della serialità.

Annie con l'ultimo romanzo di Misery. Resterà molto delusa.
Annie con l’ultimo romanzo di Misery. Resterà molto delusa.

Serial reader, serial viewer

Paul è uno scrittore che si è affermato grazie alla serialità dei suoi romanzi, all’affezione che Misery ha generato nel lettore. Paul è riuscito, suo malgrado (dato che decide di far morire la protagonista), a far sì che il suo pubblico sviluppasse una sorta di dipendenza per le vicissitudini nella vita di Misery.

E, preoccupato di restare incastrato nel ruolo di scrittore conosciuto solo per quella saga, si organizza per uccidere il suo alter ego e si butta in un lavoro diverso, un lavoro di cui è orgoglioso, in cui sente di aver espresso al meglio se stesso. La sua editor gli fa notare che Misery è quella che gli ha dato da vivere e lui, che fa? L’ammazza.

La volgarità: un orrore

Annie, la sua fan numero uno, dal canto suo gli dice che aver ucciso Misery fa di lui un gran bastardo, un figlio di puttana. Annie è piuttosto contraria alla volgarità, tanto è vero che quando aggredisce Paul le sue parolacce pesano come macigni. Annie incarna il mito della fan monomaniacale.

Quando Paul inizia a scrivere nuovamente di Misery (e deve partire dal tirarla fuori dalla tomba, dato che l’ultimo romanzo si concludeva con lei morta e sepolta) Annie è fuori di sé dalla gioia. Kathy Bates regala allo spettatore momenti indimenticabili, soprattutto se lo spettatore in questione ha una vaga idea di cosa significhi affezionarsi a un personaggio.

La copertina di Misery di Stephen KIng.
La copertina di Misery di Stephen KIng.

Fan che ammazzano

Dal punto di vista cinematografico si è detto tutto di Misery non deve morire. E, tra l’altro, questo è un blog di morti ammazzati e non di critica cinematografica. Sia il film che il romanzo meritano un posto d’eccezione per chi voglia avvicinarsi all’universo dei fan a risvolto crime: il ruolo della serialità nelle menti deboli è, infatti, un tema che merita attenzione.

E anche se, in questo caso, si tratta di fiction è opportuno soffermarsi a riflettere sul fatto che la storia di Annie, fan numero uno, non è poi così distante da ciò che, ogni tanto (non troppo spesso, fortunatamente) le cronache raccontano. Il caso di Andrew Conley, fan della serie tv Dexter, che ucciso suo fratello perché si sentiva come Dexter, è un esempio.

Altri sono quelli di Jarmaine “Maniac” McKinney, fan di CSI, che ha ucciso due donne solo per compiere il delitto perfetto (senza riuscirci) proprio come aveva visto fare in tv. Anche Giuseppe Piccolomo ha ucciso con premeditazione servendosi di ciò che aveva visto e appreso da CSI e Criminal Minds.

Mark Twitchell, regista canadese che, anche lui fan di Dexter, ha pensato bene di uccidere un uomo (alla maniera del serial killer televisivo) e di mettere poi le riprese video su YouTube senza preoccuparsi delle conseguenze. Prima fra tutte quella di venire individuato e arrestato per omicidio volontario.

Come detto, fortunatamente, questi casi sono sporadici, più unici che rari. Ma Misery, anche a distanza di più di 20 anni, resta una pietra miliare narrativa, cinematografica e, perché no, criminologica. Da vedere. E rivedere. E, naturalmente, da leggere.

6 pensieri su “Annie Wilkes, Misery, la fan numero uno e la serialità”

  1. Secondo me, la storia di Misery è uno degli incubi ricorrenti di King e ha scritto il libro per esorcizzarla… oltre ad aver reso casa sua un bunker impenetrabile, sempre per esorcizzare i fan numero 1.

    Che poi bisogna anche vedere dove cominci la paranoia e dove l’effettivo pericolo.
    Anche se effettivamente di stalker matti in giro ce ne sono un po’.

    Io ho un po’ paura che la mia prima o poi le viene in mente di fare il remake del film… 😀

  2. In effetti hai ragione: uno scrittore che scrive una roba sulla fan numero uno di libri fa un po’ la figura del paranoico. Non ci avevo mai pensato. Ma dato che si tratta di SK (uh, guarda! sembra quasi l’abbreviazione di serial killer!) può permettersi tutto.

    Ops. Ho scritto una frase da fan numero uno. Per far vedere che sono critica e pensante, però, aggiungo che da La bambina che amava Tom Gordon in poi ho smesso di leggere i suoi libri. 🙂

    La paura che nutri nei confronti della tua stalker potrebbe diventare un post. Posso intervistarti? Così resterà una traccia casomai dovesse decidere di agire, ecco… 🙂

  3. @cristina brondoni

    Sìsì, intervistami pure. 😀

    Eh, io, sinceramente, La Bambina Che Amava Tom Gordon l’ho letto, ma avevo già smesso di seguirlo da un po’, forse da metà di Desolation o una roba del genere.

    Che purtroppo, secondo me, SK se non si fosse impertugiato nell’horror a tutti i costi, sarebbe stato uno dei grandi scrittori americani. Invece ha tirato fuori tanta roba, troppa, che on vale la carta su cui è stampata.
    Ma tanto vende anche se pubblica la lista della spesa 😀

  4. Uh bene, che ti posso intervistare! Grazie!

    SK ha scritto cose che andrebbero introdotte nei programmi scolastici, tipo It e Carrie (ma solo per citarne due, ci sarebbe molto altro, tra cui Misery, volendo spaventare i bambini).

    Poi a un certo punto forse si è stufato. Anche i bravi scrittori si stufano. 🙂

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