Morti sospette a Chambery e l’ombra dell’angelo della morte

Jane Toppan, angelo della morte: ha ucciso 31 pazienti.
Jane Toppan, angelo della morte: ha ucciso 31 pazienti.

A Chambery, in una casa di riposo, sono morte sei persone. Di solito nelle case di riposo capita che le persone muoiano. Nel senso che il tasso di morte per abitante è più alto rispetto alla norma. Trattandosi di persone anziane e, in qualche caso, malate la cosa non sorprende quasi nessuno.

Ogni tanto capita che il tasso di morte si alzi a tal punto da far venire qualche sospetto ai più. E l’ennesima morte, quella di una signora di 84 anni, avvenuta all’improvviso il 29 novembre, nella casa di riposo Le Césalet ha fatto venire i dubbi agli amministratori che si sono messi a fare due conti e hanno tirato fuori il nome di un’infermiera 30enne.

Chiamata la polizia e avviata l’indagine, l’infermiera è stata messa in stato di fermo con l’accusa di aver avvelentato sei pazienti e di aver tentato di avvelenarne altri tre. La donna non si è difesa. Non ha detto che non è colpa sua. Ha invece dichiarato di aver “posto fine alle sofferenze” di quelle persone e, per farlo, ha utilizzato un “cocktail di farmaci” letale.

Una quieta serial killer

Solo che poi ha aggiunto che non era sua intenzione “volerli morti”. Il suo intento era esclusivamente quello di “alleviare le sofferenze”. La donna ha somministrato la miscela di droghe a nove pazienti che, secondo l’autorità, “non erano in fin di vita”.

Sei di essi sono morti, mentre tre sono sopravvissuti. Secondo il procuratore di Chambery a cui è stata affidata l’indagine, l’infermiera appare come una donna “posata”, “serena” ma “isolata dal punto di vista sociale”. Sembra che la donna abbia agito in seguito alla morte della madre. Il fatto le avrebbe causato una “fragilità” anche perché avvenuta in “circostanze difficili”.

L'ingresso della casa di riposo Le Césalet nei pressi di Chambery.
L’ingresso della casa di riposo Le Césalet nei pressi di Chambery.

Morti misericordiose

Chi uccide i pazienti viene detto angelo della morte. E si tratta di serial killer. In genere gli angeli della morte lavorano a contatto con persone particolarmente deboli, come i pazienti di un ospedale o gli ospiti di una casa di riposo, incapaci di difendersi e spesso non auto sufficienti.

L’angelo della morte è un po’ subdolo. Innanzitutto agendo in ambienti dove la morte è di casa nessuno, al primo morto di troppo, si mette a pensare che ci sia del marcio motivo per cui i morti devono essere parecchi prima che a qualcuno sorga il dubbio sulla moria di pazienti un filo sopra la media.

Giocare a fare dio

Non solo. L’angelo della morte si giustifica dicendo che non voleva fare del male. Al contrario. Il suo scopo era quello di porre fine alle sofferenze patite dai pazienti (difatti viene detto anche angelo della misericordia). La stessa cosa, insomma, che ha detto l’infermiera 30enne di Chambery.

Di solito per uccidere (in serie) i loro pazienti usano farmaci o strumenti che hanno a portata di mano. Devono sopraffare vittime che spesso non oppongono resistenza (come i pazienti in coma, per esempio). Possono decidere di avvelenarli con droghe o dosi massicce di farmaci, oppure di soffocarli con un cuscino.

Jane Toppan, l’angelo più famoso

Gli angeli della morte possono essere sia donne che uomini. Molto spesso sono donne (è uno dei casi in cui si ha a che fare con serial killer donne). La più nota è Jane Toppan che ha dichiarato di aver ucciso 31 persone in una quindicina d’anni. Jane (che in realtà si chiamava Honora Kelley) studiava da infermiera quando si stancò degli esperimenti sui maiali.

Aveva molti pazienti a portata di mano, perché usare i maiali? Iniziò a somministrare dosi di morfina e atropina per capire quali fossero le modificazioni del sistema nervoso centrale. Jane, una volta arrestata, dichiarò che il suo scopo era quello di “uccidere quanta più gente debole un altro uomo o un’altra donna avesse mai ucciso”.

Insomma, Jane puntava più che altro a un primato. E non certo all’alleviare le sofferenze altrui. Infatti Jane uccideva senza uno schema preciso e usava una quantità infinita di farmaci e veleni, compresa la stricnina. Quando attorno a lei iniziarono a morire anche persone giovani e sane la donna fu al centro dei sospetti. E venne arrestata.

 

Le pagine di un magazine dedicate alla serial killer Sonya Caleffi.
Le pagine di un magazine dedicate alla serial killer Sonya Caleffi.

Del cadere come mosche

Dichiarata insana di mente fu rinchiusa in un manicomio. Il vero intento di Jane rimase oscuro. Così come il numero reale delle morti da lei casuate. Ne dichiarò 31, ma restò in attività come infermiera per molti anni e non è detto che quanto da lei dichiarato (dato che era anche una bugiarda patologica) corrisponda necessariamente al vero.

In Italia c’è stato, tra gli altri, il caso di Sonya Caleffi, detta “l’infermiera killer”, che potrebbe aver ucciso tra i 15 e i 18 pazienti anche se gli omicidi a lei addebitati sono cinque. Una volta in arresto, ne confessò sei. Sonya aveva un altro tipo di interesse in quello che faceva rispetto all’alleviare le sofferenze.

Sonya che voleva essere la più brava

“Mi piaceva che tutti accorressero in tempo per salvare i pazienti”. Era questo lo scopo di Sonya: iniettare aria nelle vene dei paziente per provocare un’embolia. Ed essere lì all’arrivo dei medici. Tentare di salvare il paziente (sapendo in anticipo qual era il problema). Ma per molti (almeno cinque, secondo la giustizia) non c’è stato niente da fare.

Sonya aveva più volte tentato il suicidio con scarsi risultati. Viene ritenuta capace di intendere e di volere. Ed è stata condannata a 20 anni di carcere. Parte della pena è stata scontata all’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Attualmente è detenuta al carcere di San Vittore di Milano.