Baroni, baronie, arroganza e fuga dei cervelli

Com'erano i baroni un tempo (come adesso, insomma).
Com’erano i baroni un tempo (come adesso, insomma).

Dimostrare che si sta subendo mobbing è un guaio. Innanzitutto, per essere considerato mobbing, il tutto deve accadere in ambito lavorativo, la vessazione deve durare almeno sei mesi e deve essere perpetrata almeno una volta alla settimana. E poi, naturalmente, bisogna avere le prove che qualcosa stia davvero succedendo.

Nella maggior parte dei casi le prove non ci sono. Provare il mobbing è cosa insidiosa e complicata. Se poi le vessazioni avvengono fuori dall’ambito lavorativo strettamente riconosciuto, l’ufficio, e sono perpetrate da baroni universitari visti e stravisti in tv le cose potrebbe complicarsi ulteriormente.

 Facciamo che io ero il professore

Il barone è un tizio che professionalmente è anche piuttosto bravo. Difatti nessuno ha mai messo in dubbio le sue capacità. Ma è il classico tipo umanamente insufficiente. Si dovesse giocare a fargli il profilo verrebbe fuori che è affetto da disturbo narcisistico con tendenze antisociali e paranoia diffusa. Ma è solo un gioco. Ovvio.

E’ il tipo che appena può si compra la macchina da figo (anche se poi fa fatica a entrarci che in una spider schiacciarsi dentro è difficile anche se sei magro), che accendi la tv e lo vedi un po’ ovunque, che parla male delle serie tv e poi, se vai a lezione da lui, è quello che si comporta come il dottor Lightman di Lie To Me. Forse convinto, a torto, di avere lo stesso appeal di Tim Roth. O peggio ancora di Paul Ekman. E’ quello che, a lezione, tratta tutti come se fossero appena usciti dalla quinta elementare. E uno che quando parla dei colleghi, qualsiasi collega, ne parla male. Gli getta fango addosso. A meno che il collega in questione non sia uno che gli dà qualcosa in cambio.

Perché il barone vive di scambi e baratti. Tu dai una cosa a me, io ne do una te. In un mercimonio costante e succoso. Il barone non ha praticamente più bisogno di fare niente, tutto gli è dovuto. O almeno così pensa lui. Perché tutti gli altri pensano che sia semplicemente un povero stronzo. E lo è. Solo che la maggior parte lo teme. Anzi, teme le sue schizofreniche decisioni.

Studenti universitari. Delle ombre.
Studenti universitari. Delle ombre.

Il clan degli sfigati

Durante le ore di lezione il suo scopo è quello di umiliare e dileggiare gli studenti (e il più delle volte ha a che fare con plurilaureati e autori di pubblicazioni, professionisti con esperienza ventennale). L’aula per lui è come il palcoscenico. Lui è la star. E aspetta l’applauso. Peccato che gli altri, gli studenti, non siano disposti a fare il pubblico.

Hanno pagato il master o il corso. Vorrebbero qualcosa in più della replica del programma che magari gli è già capitato di vedere in tv. Solo che il barone non riesce ad andare oltre. Non ha idea di come fare. Questi sono capaci. Fanno domande. Domande molto difficili. A cui spesso e volentieri non c’è una risposta univoca. Ma è necessario farci sopra un ragionamento.

E lui, il barone, di fare ragionamenti tutti suoi non se la sente. E quindi che fa? Risponde che sono domande sciocche. Che solo uno sciocco può fare. Che tutti sanno la risposta. Per cui vai a cercartela da qualche parte. Non venire qui a far perdere tempo a me. Che sono il professore e che vado in tv e c’ho la spider. E tra l’altro l’università mi paga poco.

I baroni dimenticano che gli studenti, alla fine dei conti, sono i loro clienti.
I baroni dimenticano che gli studenti, alla fine dei conti, sono i loro clienti.

Baroni statici e cervelli in fuga

La fuga dei cervelli non è data tanto e solo dagli scarsi fondi a disposizione (o dalla scarsa capacità di impiegare fondi congrui). Ma anche dagli ingombranti, quanto inutili, baroni. I baroni vivono e si riproducono (nessuno sa come e, tra l’altro, nessuno vuole saperlo) all’interno di atenei pubblici e privati, dove occupano per decenni (alcuni solo per sei anni, a Dio piacendo) con i loro culi grossi le cattedre più ambite.

I baroni si circondano di persone mediocri. Di leccaculo tristemente inconsapevoli. Di figli di papà e cocchi di mamma (ambosessi, of course) che non hanno necessità di pagare mutuo, affitto, bollette e spesa alimentare. I baroni hanno il loro seguito. Di solito c’è la sciaquetta di turno (che a volte è bionda, magra e col tacco a spillo) che funge da assistente factotum (molto spesso anche fucktotum).

All’occorenza il codazzo può essere mandato affanculo davanti a tutti. Perché il barone può permetterselo. La sciacquetta e il tirapiedi sono quelli che si potrebbero definire i side mobbers, se fossimo in ambito lavorativo, qui sono i gregari. Gli eterni secondi. Quelli che mai e poi mai faranno carriera. Nascono e muoiono (di solito per consunzione) in ambienti grigi e tristi.

Baroni in alta uniforme.
Baroni in alta uniforme.

Evoluzione del barone

Il barone difficillmente ha idee e scrive libri di suo pugno (qualcuno mormora che non vada nemmeno al cesso personalmente ma deleghi altri, nessuno ha mai approfondito la questione comunque). E se uno dei suoi studenti fa qualcosa che gli piace non lo dice. Anzi. Come prima cosa dirà che è una stronzata galattica.

Che a nessuno frega un cazzo (perché il barone quasi mai è una persona fine e di stile, diversamente non farebbe il barone, ma l’essere umano) di questo argomento. Che nessuno è disposto a pagarti per questa minchiata che ti sei inventato. Ma di nascosto gongola: ha in mano il suo prossimo libro. Manca la copertina, la firma e via. Soldi! Perché al barone interessano i soldi. E il potere.

A volte il giochino gli riesce a volte non gli riesce. Quando non gli riesce si spazientisce, urla, strepita e si arrabbia. E, dalla sua posizione di barone (servito, riverito e leccato q.b.) dà ordine che tutti quelli con cui il giochino non è riuscito siano messi all’indice.  Quelli bravi gli fanno paura. Motivo per cui si circonda di mediocri. I mediocri sono innocui.

Alcuni cervelli in fuga si armano di santa pazienza. Altri semplicemente si armano.
Alcuni cervelli in fuga si armano di santa pazienza. Altri semplicemente si armano.

Nascosto in pieno sole

Ed eccoci al dunque. Al crimine. Che non c’è. Il barone è un predatore seriale. Vuole fama, potere e soldi. E per averli è disposto a tutto. Individua quelli bravi, i suoi ex studenti, per esempio, e cerca di divorarli. Uno dopo l’altro. Non fa prigioneri. Per il barone quelli non mediocri sono tutti nemici. Potrebbero portargli via il primato. La sedia di sotto il culo.

Quella sedia a cui è attaccato (alcuni sostengono che i baroni nascano con questa escrescenza) e che non ha intenzione di cedere. E nemmeno di condividerla. Per cui fa terra bruciata intorno. La diceria e la maldicenza in genere gli sono congeniali. Parla male di tutti. E se lo dice lui, il barone, che va in tv un giorno sì e l’altro anche, allora dev’essere vero.

Così finisce che i cervelli (e i loro proprietari) fuggano all’estero. O comunque il più lontano possibile dai baroni. Perché è l’unica via percorribile. I baroni, in questo sistema, sono gli unici e i soli a prosperare. Fanno i consulenti a destra e manca, ma anche i conduttori tv, ma anche gli autori di libri. Il barone è il maanchista per antonomasia. L’asso pigliatutto. Ingordo e vorace. Insomma. Il barone è una bestia pericolosa.

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