Il mostro di Firenze, le indagini e un po’ di profiling

La scena del crimine del 1974.
La scena del crimine del 1974.

Il mostro di Firenze è entrato di prepotenza nella storia d’Italia. Di prepotenza perché lo ha fatto ammazzando. E del mostro di Firenze hanno parlato in tanti, in tantissimi. E’ un caso che ai corsi e alle cene con amici di solito salta fuori.

Stavolta è stato l’amico Francesco Trotta redattore di ArtSpecialDay On Air a fare due chiacchiere. Abbiamo ragionato insieme sul mostro di Firenze. Trovate il pezzo di Francesco qui.

Il mostro di Firenze incarna le paure ancestrali raccontate nelle fiabe: non andare nel bosco che il bosco è buio e ci vive l’orco, l’orco è cattivo e mangia i bambini.

Secondo le indagini il mostro ha iniziato a uccidere nel 1968. Il 21 agosto avrebbe ucciso una coppia di amanti, Antonio Locci e Barbara Lo Bianco, risparmiando il figliolo della donna, Natalino Mele, di sei anni, e portandolo addirittura in salvo in un’abitazione vicina.

Il killer si avvicina all’auto, una Giulietta bianca, e spara otto colpi: vanno tutti a segno. Quattro sono per lei e quattro per lui. Natalino è illeso. La polizia troverà cinque degli otto bossoli. Si tratta di calibro .22 Long Rifle con una H stampata sul fondello del bossolo.

Alcuni hanno pensato alla malavita organizzata. Anche se difficilmente per uccidere qualcuno la malavita utilizza calibri così piccoli. Forse è più verosimile che non si tratti di malavita organizzata, bensì di una vendetta: i due erano amanti. Ed è un bel movente.

Se non si è avvezzi di armi e balistica e si hanno mezzi limitati, per ammazzare va bene tutto. Anche un calibro piccolo. Basta trovare qualcuno che abbia l’arma e che sia disposto a usarla dietro compenso. Difficile immaginare che il mostro di Firenze si sia limitato a sparare a lui e a lei senza fare altro.

Ma è vero anche che la presenza del bambino potrebbe aver disturbato i suoi piani. Il fatto di portare il piccolo in salvo è piuttosto singolare. Lo porti in salvo perché tieni a quel bambino lì. Oppure perché quel bambino lì sei tu da piccolo. E tenti di salvarti.

I delitti successivi del mostro di Firenze hanno cadenza più ravvicinata:

sabato 14 settembre 1974
sabato 6 giugno 1981
giovedì 22 ottobre 1981
sabato 19 giugno 1982
venerdì 9 settembre 1983
domenica 29 luglio 1984
domenica 8 settembre 1985

Soccorritori, investigatori, giornalisti, astanti: una delle affollatissime scene del crimine del mostro di Firenze.
Soccorritori, investigatori, giornalisti, astanti: una delle affollatissime scene del crimine del mostro di Firenze.

Il periodo di raffreddamento (cooling off period) ovvero il tempo tra un delitto è l’altro piuttosto schematico. Dal 1974 potrebbe aver ucciso, ma magari non negli stessi posti (o magari le vittime non sono mai state trovate). Fatto sta che la cadenza è piuttosto regolare.

Il delitto di mercoledì 21 agosto 1968 sembra restare un po’ sospeso, un po’ troppo sospeso. Così come quello del 1974. Che però presenta, primo della serie, caratteristiche peculiari che si troveranno nei delitti successivi: Pasquale Gentilcore, 19 anni, viene ucciso con cinque colpi di calibro .22 mentre Stefania Pettini viene ferita da tre colpi.

Così difficile da dire

Stefania viene uccisa con tre profonde coltellate al petto. Sul suo cadavere il killer si accanisce con quasi cento coltellate. Non solo. Usa un tralcio di vite per penetrare il cadavere della ragazza. Anche Pasquale è stato colpito, già morto, da cinque coltellate.

Il delitto non passa certo inosservato. Si tratta di qualcosa di brutale, efferato, addirittura difficile da raccontare per i tempi. I due ragazzi si erano appartati per fare sesso e non erano sposati, non erano neppure fidanzati ufficialmente, erano in una strada sterrata. Era un amore clandestino.

Luoghi e vittime del mostro di Firenze.
Luoghi e vittime del mostro di Firenze.

Il mostro, un vendicatore

Non è un giudizio morale. Tutt’altro. Per capire le motivazioni del killer non si può uscire dal contesto in cui ha agito. Per i delitti successivi il killer userà lo stesso modus operandi: si avvicina nel buio, spara, infierisce, mutila e poi se ne va. Non copre i corpi. Non li nasconde. Li lascia dove sono.

Per lasciarli così significa che non prova rimorso, vergogna, sensi di colpa. Non gli interessa. Tratta le vittime come delle cose. E’ piuttosto tipico dei serial killer sadici: una volta che la vittima è morta e loro hanno avuto la gratificazione che andavano cercando è tutto finito.

Senza guanti. I guanti esistevano, naturalmente. Sarebbe bastato indossarli.
Senza guanti. I guanti esistevano, naturalmente. Sarebbe bastato indossarli.

La fine delle vittime

Il mostro di Firenze è un killer che sperimenta: taglia le vittime. Infierisce. Sembra agire inizialmente in preda alla rabbia: spara e uccide il maschio che potrebbe ostacolarlo. Poi spara e ferisce la donna. A quel punto la finisce con un coltello. Usa due armi. Ed è piuttosto importante il dettaglio.

Il terrore della vittima, ferita, ormai sola, in preda al panico è inimmaginabile. Se ci si ferma un attimo a riflettere è qualcosa che fa venire i brividi. Sorpresi nel mezzo di una cosa bella (o quanto meno piacevole), in un momento di intimità e catapultati in un incubo.

Dell’overkilling

La prima vittima attribuita con certezza al serial killer, Stefania, è stata accoltellata 96 volte. Per colpire qualcuno 96 volte con un coltello ci vogliono forza, determinazione e rabbia. Una rabbia che si esaurisce dopo 96 volte. E se proviamo a dare 96 pugni a un cuscino ci accorgiamo che già verso il quindicesimo siamo stanchi.

Verso il quarantesimo rischiamo di essere spossati. Arrivare a 96 è una prova non indifferente. Accoltellare qualcuno non è come tirare pugni su un cuscino. Il corpo umano oppone resistenza: ci sono le ossa. E la lama che colpisce qui e là può fermarsi su un osso. Chi colpisce 96 volte con un coltello difficilmente non si ferisce anche lui.

Gente, gente, gente.
Gente, gente, gente.

Tutti insieme appassionatamente

Il Dna, in quei tempi, era di là da venire. Ma sicuramente mettersi a fumare sulla scena camminando avanti e indietro non era tra le tecniche raccomandate dai manuali di investigazione. Probabilmente la scoperta dei corpi destò tanto sgomento da far passare in secondo piano tutto il resto.

Le indagini dell’epoca furono condotte, a giudicare dalle foto, con poca attenzione a non alterare la scena del crimine. Eravamo nel 1974. E non 1700. Le tecniche investigative erano note ai più. Le impronte digitali sono state scoperte molto tempo prima. E già nel 1888 c’era un sistema di classificazione.

Con quella faccia da mostro

Le mutilazioni praticate dal serial killer sono quasi chirurgiche. E francamente ho sempre avuto dei dubbi sulle mani di Pietro Pacciani (morto di un colpo mezzo nudo in casa sua). Possibile che uno che impugnava giusto la vanga abbia potuto fare un lavoro così preciso?

Sicuramente Pacciani era perfetto nel ruolo del mostro: aveva la faccia da mostro (Lombroso docet), si comportava da mostro (dato che era già un omicida e che violentava le figlie) e parlava come un mostro. Dargli del  mostro non era difficile. Non stava simpatico a nessuno.

Gli astanti fumano, commentano. Non è detto che tra loro non ci sia il serial killer.
Gli astanti fumano, commentano. Non è detto che tra loro non ci sia il serial killer.

L’immancabile setta satanica

E anche se fa brutto scriverlo dato che dei morti non si parla male, era un rozzo. Un vecchio porco che agiva in preda ai suoi istinti più bassi: uccise un uomo che gli insidiava la fidanzata. Ma agì d’impento. Non si preoccupò delle conseguenze. E poi violentò le figlie. E anche qui fu messo in prigione. Pacciani era vittima di se stesso.

C’è anche chi pensò a una qualche setta. Che magari potrebbe essere. Ma di solito le sette si organizzano per fare robe tipo riti, sacrifici e messe nere. In più rischiano di sfaldarsi quando c’è una qualche tensione. E un morto ammazzato di solito crea tensione.

Manson, Satana&Co.

La famiglia Manson subito dopo l’arresto di Charles è scappata qui e là e Charlie si è beccato l’ergastolo. E, tranne poche groopie fuori di testa, nessuno andava in giro a raccontare dei suoi gloriosi trascorsi con la famiglia, anzi. Tutti tendevano a dire che erano giusto passati di lì per caso, che non sapevano, non ricordavano.

Stessa cosa le Bestie di Satana. Colpa mia, colpa tua, colpa sua, ma alla fine dato che non c’è un vero credo, non c’è un catalizzatore, la setta tende a lasciarsi andare: se mettiamo insieme un congruo numero di gente mentalmente disturbata diffcilmente avremo un’organizzazione con i fiocchi.

Ancora gente.
Ancora gente.

Numeri, astri e lavori normali

C’è stato anche chi si ha analizzato le date: chi per la numerologia, chi per le lune, altri per i segni astrologici. Sono tutte teorie interessanti. Succede con quasi tutti i serial killer che, a un certo punto, quando si è alla frutta ci si metta ad analizzare anche i pianeti più o meno allineati.

Ho sempre pensato che il mostro fosse uno con un lavoro stabile (e rispettato, dato che sapeva usare bene il bisturi, magari faceva il medico): ha ammazzato soprattutto nel weekend. Sabati, domeniche, venerdì e giovedì. Forse ogni tanto era a casa o faceva il fine settimana lungo.

Insegnante, docente o villeggiante

I delitti sono commessi a giugno, luglio, settembre e ottobre. Forse in agosto, come usava all’epoca (e usa, anche se meno, ancora oggi), andava in ferie. E la voglia di ammazzare lo coglieva nel periodo più propizio: quando il clima è meno rigido o piovoso. In pieno inverno non ha mai colpito.

Magari faceva l’insegnate o il docente. E da giugno a ottobre aveva più tempo libero dato che di solito gli studenti sono in vacanza e le scuole e le università non hanno lezioni. Se prendiamo in considerazione anche il primo delitto, in agosto, magari viene da pensare che era uno che a Firenze ci andava in vacanza: aveva la casa da giugno a ottobre.

E Jack?

Mi ricordo che a metà degli anni Ottanta, quando del mostro si parlava un giorno sì e l’altro anche (nonostante uccidesse una volta ogni tanto), mi appassionava Jack Lo Squartatore. All’epoca, avevo più o meno dodici anni, mi pareva che ci fossero delle attinenze tra il mostro e Jack.

Entrambi colpivano nel buio, entrambi erano imprendibili ed entrambi sceglievano le vittime indifese, ma senza “strafare”. Nel senso che non attiravano le vittime, si limitavano ad andarle a prendere. A nessuno dei due importava di chi fosse la vittima. Ma entrambi erano interessati a ciò che quella vittima rappresentava per loro.

Quanti investigatori possono entrare contemporaneamente in un vecchio Westfalia?
Quanti investigatori possono entrare contemporaneamente in un vecchio Westfalia?

Riformatori sociali oltranzisti

Jack uccideva le prostitute. E il mostro le donne che facevano sesso in auto. Gli uomini uccisi dal mostro, anche se, ancora una volta è brutto scriverlo (e leggerlo), erano danni collaterali. Gli uomini sono stati semplicemente tolti di mezzo, ostacoli eliminati per dedicarsi, senza problemi, alla vera vittima. La donna.

Il mostro ha punito le donne così come ha fatto Jack The Ripper. Entrambi sono sadici. E tutti e due non hanno potuto fare a meno di toccare le vittime dall’interno. E avere in mano gli organi interni di qualcuno è molto più che volerlo morto o essere sadico: è possederlo.

Merende e guardoni

Pacciani le donne le trattava male, ma continuo a faticare a pensarlo in un ruolo diverso da quello di guardone e violentatore e omicida occasionale. I suoi compagni di merende erano come lui: guardoni. Potrebbe anche essere che sapessero qualcosa, ma i guardoni non brillano certo per coraggio.

Passano i loro momenti di gloria nascosti a guardare le vite degli altri. Gente di questo tipo difficilmente esce allo scoperto a raccontare ciò che ha visto. Anche loro, come Pacciani, sono vittime di loro stessi, delle loro becere debolezze, dell’incapacità di vivere davvero.

Il caso di Jack Lo Squartatore è ancora aperto ed è tra i più rappresentati al cinema e in tv. Il caso del mostro di Firenze presto diventerà un film, The Monster of Florence con George Clooney. Una fiaba moderna a dirci, ancora e ancora, di stare attenti ad andare nel bosco che il bosco è buio e nel buio c’è l’orco e l’orco è cattivo.

10 pensieri su “Il mostro di Firenze, le indagini e un po’ di profiling”

  1. E’ tanto che non leggevo più niente al riguardo. Il caso mi suggerisce una ‘fiera paesana’ tenuta per anni. Non ho alcuna compenza in materia, ma il buon senso, se applicabile, mi fa porre degli interrogativi.
    Due domande. La prima nasce dalla lettura dell’articolo (i guanti ad es.), ma la polizia, i carabinieri o comunque chi si occupa di questo genere di cose non ha, ed è mia ignoranza, un ‘protocollo obbligatorio’, anche minimo da applicare? In medicina ce ne sono, perchè non nella valutazione dei delitti?
    La seconda domanda è ormai antica : come si possono condannare i complici e si può assolvere invece il presunto e comodo autore principale del/i delitti?
    Forse ricordo male le sentenze, sono passati anni….
    La logica mi dice che se una persona è complice di un’altra, quest’altra deve essere colpevole. Se è molto anitipatica, ma innocente, come può avere un complice?

  2. L’analisi del caso giudiziario, dei collegamenti, dei dubbi più che delle certezze sollevati riportano ad un Paese poco avvezzo al Crimine con la C maiuscola, tale credo debba essere considerata l’opera del mostro. Non ricordo molto della cronaca di allora, ma credo andassero per la maggiore il terrorismo, i rapimenti e la mafia, forse con l’aggiunta di qualche omicidio dai moventi ben circostanziati (soldi, sesso e poco altro). In ogni caso reati cui si poteva far risalire circostanze d’azione ben definite e motivazioni che potevano “allontanare” il male dal lettore medio. Invece il mostro poteva colpire tutti e potevano essercene altri anche dietro la siepe di casa nostra. Ecco perché se ne parlò, secondo me, così a fatica e venne metaforicamente “impiccato” il primo individuo disponibile che potesse saziare la paura della gente comune.

  3. Ciao Gio,
    credo che tu abbia centrato il punto. E il punto è il buon senso.
    Le indagini sul mostro di Firenze, quanto meno all’inizio, anche a uno sguardo distratto alle foto fanno pensare a una totale mancanza di buon senso. E di buon gusto.
    Erano gli anni Settanta e si stava lottando per il divorzio e per l’aborto. Per diventare un Paese meno bigotto e più aperto al cambiamento.
    I protocolli sono sempre esistiti. E i guanti di lattice non sono un’invenzione degli ultimi tre o quattro anni. Si usavano, ovviamente, nelle operazioni.
    Il problema è che allora (come ora) sembra che chi fa indagini “di grido” soffra di una certa smania di protagonismo. Tutti sulla scena del crimine. Perché? Probabilmente per la banalità di dire “io c’ero”.
    Ogni tanto, ancora oggi, accade che le scene vengano compromesse: nel caso Meredith è possibile che alla polizia scientifica non sorga il dubbio che se tocchi una roba con i guanti e poi ne tocchi un’altra i guanti, ormai sporchi, possano sporcare (e quindi compromettere irrimediabilmente) la seconda roba che hai toccato?
    Per quanto riguarda i complici sono con te. I complici di solito sono lasciati in secondo piano. Pacciani e i suoi compagni di merende (specchio e probabilmente frutto di quell’Italia bigotta) sembrano più che altro una banda di idioti. Qualcuno disse che loro, Pacciani in testa, erano gli esecutori materiali dei delitti, quelli che, in sostanza, preparavano il campo, al vero mostro.
    A me sembra un’ipotesi un po’ delirante. Mi baso esclusivamente sulla letteratura in merito. Ma tenere coesa e ferma una banda di vecchi porci non mi sembra una cosa semplice. Avrebbero parlato, avrebbero raccontato. In più chi si apposta nel buio per colpire di solito non ama il pubblico e, tra l’altro, penso anche al narcisismo dei serial killer: ci tengono a fare tutto da soli.
    Grazie per la tua riflessione e per il tuo richiamo al buon senso. E grazie per esserti fermata.
    Cristina

  4. Ciao e bentornato JTK,
    il problema dell’epoca era un Paese poco avvezzo al sesso. O meglio. Avvezzo al sesso. Ma troppo bigotto e perbenista per viverlo serenamente.
    Era difficile (ed è stato difficile per anni) fare indagini e fare cronaca raccontando delle vittime. Perché in questo caso il problema erano le vittime. Non il mostro.
    La cronaca dell’epoca e, temo, anche le indagini, non avevano alcuna intenzione di “infangare la memoria” dei morti. Motivo per cui l’argomento mostro divenne invece di un’indagine su un serial killer in piena regola, una sorta di circo in cui c’erano da un lato quelli che tendevano a mettere tutto a tacere (sperando che il mostro prima o poi smettesse di ammazzare) e dall’altro quelli che trovano la storia pruriginosa, ma pur sempre difficile da raccontare.
    Nessuno voleva uscirsene a dire che facevano sesso in auto. Perché le famiglie ci tenevano a conservare un ricordo immacolato dei loro cari. Ed è comprensibile.
    E ci si trovò con ragazzi a cui non era chiaro che andare a far sesso nel bosco nei dintorni di Firenze poteva essere letale. I moventi del mostro erano chiari, ma forse dichiararli era difficile. Il mostro era uno che faceva piazza pulita di quelle che lui, probabilmente, riteneva sgualdrine. Ed è difficile dirlo. Anche adesso. Perché le vittime erano ragazzi che si amavano.
    Pacciani e i compagni di merende sembra che abbiano quasi fatto tirare un sospiro di sollievo a tutti quanti. Finalmente si poteva raccontare, con loro si poteva dire tutto. Erano vecchi porci ed erano vivi e vegeti.
    Così la storia del mostro è diventata la storia sporca. La storia di vecchi sporcaccioni. Invece la storia vera è un’altra: è quella dei ragazzi che si amavano.
    Grazie ancora per essere passato ed esserti fermato.
    Cristina

  5. Ciao Cristina,
    è molto che seguo il caso, ovviamente libri, cronaca, blog, ecc… e condivido quello che tu hai scritto.
    Una sola domanda: Sei sicura che il famoso “pentito” G.L. sia proprio estraneo ai fatti?

  6. Ciao GiorgioMare,

    estraneo ai fatti no, non ne sono sicura. Che i compagni di merende e Pacciani stesso sapessero qualcosa pare sia ormai appurato.

    Ma essere a conoscenza dei fatti o anche di qualcosa di più, non li rende “mostri” nel senso di serial killer.

    Resta il fatto che il caso è, ormai, entrato di diritto tra quelli da studiare. Giusto per non ripetere gli stessi errori, magari. 🙂

    Grazie per essere passato di qui e per avuto voglia e tempo di lasciare il tuo pensiero.

    A presto,

    Cristina

  7. Caro GiorgioMare,

    uh grazie! Non ne sapevo nulla, ma essendo sempre a caccia di nuovi spunti, il tuo è meraviglioso! Quanto prima leggerò il libro.

    Grazie ancora della segnalazione e, ovviamente, non mancherò di farne un post!

    A presto,

    Cristina

  8. Se e’ vero che la pistola dell’omicidio del 68 e’ la stessa io non avrei dubbi nel dire che l’assassino e ‘ tra coloro che condussero ricerche sull’arma gettata come disse il marito dellape regina nel canale o fiumiciattolo non ricordo.Comunque quelle armi sono modificabili a piacimento faccio un esempio ,uno potrebbe avere anche tre beretta 22 denunciate regolarmente ma all’occorenza montare solo il percussore e la canna di quella che sparo nel 68 .comunque mia opinione personale tra tutti quei poveretti incriminati tutti quei testimoni tutta quella gente morta , col VERO MOSTRO di firenze non c’entrano proprio nulla ! il mostro di firenze e’ una sola persona non necessariamente intelligente oppure chirurgo,piuttosto parliamoci chiaro: difficilmente uno che non facesse parte dello stato.. capiscia’mme’!

  9. “La prima vittima attribuita con certezza al serial killer, Stefania, è stata accoltellata 96 volte. Per colpire qualcuno 96 volte con un coltello ci vogliono forza, determinazione e rabbia. Una rabbia che si esaurisce dopo 96 volte. E se proviamo a dare 96 pugni a un cuscino ci accorgiamo che già verso il quindicesimo siamo stanchi.

    Verso il quarantesimo rischiamo di essere spossati. Arrivare a 96 è una prova non indifferente. Accoltellare qualcuno non è come tirare pugni su un cuscino. Il corpo umano oppone resistenza: ci sono le ossa. E la lama che colpisce qui e là può fermarsi su un osso. Chi colpisce 96 volte con un coltello difficilmente non si ferisce anche lui.”

    ….ma le 96 ferite non erano coltellate vibrate con forza, quanto piuttosto punzecchiamenti attorno ai seni e all’arco pubico, come a voler fare un disegno.
    Più che furia cieca dettata dall’odio, overkilling, è stato un intrattenersi sull’anatomia della donna (proseguito nell’esplorazione tramite il tralcio di vite)

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