Yara Gambirasio, il Dna dei 17mila, Ignoto 1 e la ex colf

Chignolo d'Isola. Il campo dove è stato trovato il cadavere di Yara Gambirasio. (foto Cristina Brondoni).
Chignolo d’Isola. Il campo dove è stato trovato il cadavere di Yara Gambirasio. (foto Cristina Brondoni).

Da qualche giorno, sui quotidiani si legge della ex colf di casa Gambirasio, Aurora Zanni. Il fatto che Aurora Zanni sia anche la cognata di Giueseppe Guerinoni, autista morto 15 anni fa e padre naturale dell’assassino di Yara, è piuttosto singolare.

Aurora Zanni è la madre di Damiano frequentatore della discoteca di Chignolo d’Isola. Che sta davanti al campo dove è stato trovato il cadavere di Yara il 26 febbraio 2011.

Damiano è uno dei 17 mila uomini a cui è stato fatto il test del Dna. Il suo è risultato il più vicino a quello del killer. Da lì la strada delle indagini ha portato a Gorno e alla famiglia Guerinoni.

Esclusi i suoi figli, non è rimasto altro da fare che esumare lui, Giuseppe, l’autista di bus, per avere altre risposte. Giuseppe suo malgrado (essendo morto non gode di molti diritti) si è trovato in mezzo alla vicenda.

E la scienza ha dato il suo responso: (un) suo figlio naturale è l’assassino di Yara Gambirasio.

Trovare il Dna più vicino a quello del killer è stato un colpo gobbo (che è costato 3 milioni di euro, tra l’altro). Se la vicenda fosse andata via liscia sarebbe stato più semplice.

E invece si è complicata. Perché Guerinoni è morto e non può dire la sua su chi potrebbe essere la madre di quel figlio killer. Sempre che la madre sia viva. E che abbia intenzione di collaborare.

Ma, potendo, la storia è diventata una roba rocambolesca. Il Dna più vicino a quello del killer riporta, in qualche modo, a casa di Yara: è del figlio della ex colf dei Gambirasio.

“Coincidenza”, “ironia della sorte”, “incredibile” dicono i quotidiani. Se una cosa è “incredibile” significa, per lo più, che non è credibile. La sorte non è mai ironica. E le coincidenze, in fatto di omicidi, non esistono.

E viene da fare due conti su quante siano le probabilità che su 17 mila Dna il più vicino a quello del killer riporti a casa di Yara. 0,000… ? Aurora Zanni parla del “calvario” della sua famiglia. E di Yara.

Che descrive come “una salterella, appassionata di ginnastica”. Yara non era solo appassionata di ginnastica ritmica. Stando ai risultati che ancora sono pubblicati sul sito della palestra era brava. Vinceva.

La strada sterrata tra il campo e un capannone a Chignolo d'Isola (foto Cristina Brondoni).
La strada sterrata tra il campo e un capannone a Chignolo d’Isola (foto Cristina Brondoni).

Gente che conosce gente

Aurora Zanni dice anche che il figlio, Damiano, saputo che avrebbero chiesto il Dna ai ragazzi di Brembate si è presentato per primo. In questura dice di averlo accompagnato lei.

Si dice che la madre sia sempre certa. Forse era così prima che la scienza forense ci mettesse lo zampino. In questo caso è il padre a essere certo. Oltre a essere certo che le coincidenze non esistono.

Anche perché ci sono gli studi a raccontare come vanno, nella maggior parte dei casi, le cose in fatto di omicidio. Per esempio. Il rapporto Eures Ansa sull’omicidio volontario in Italia 2013 ne dice tante, di cose.

Il 33% delle vittime di omicidio volontario è in famiglia. Gli omicidi tra conoscenti rappresentano l’11%, mentre quelli tra gente che ha rapporti economici o di lavoro il 3,4% e quelli nell’ambito del vicinato il 2,5%.

Quelli della criminalità comune sono il 23,2% e quelli della criminalità organizzata il 16%. Per un 10,6% il dato dell’ambito in cui è avvenuto l’omicidio non è disponibile.

Ma i dati raccontano che, nella maggior parte dei casi, autore e vittima si conoscono. E anche piuttosto bene: se mettiamo insieme tutti quelli che si conoscono (tra famiglia, rapporti di lavoro, conoscenti e vicini) arriviamo a un bel 49,9%.

E, di solito, anche i criminali organizzati si conoscono. Quelli comuni magari no (nel senso che uno che va a fare una rapina al supermercato non conosce nome e cognome di quelli che sta rapinando).

Il campo dove è stata trovata Yara (foto Cristina Brondoni).
Il campo dove è stata trovata Yara (foto Cristina Brondoni).

Il male fuori casa, il male dentro casa

Non sembra fare eccezione il caso di Yara. Inizialmente le indagini si sono indirizzate verso lo straniero. C’era chi era convinto (e forse lo è ancora, nonostante la scienza lo abbia smentito) che la colpa fosse del marocchino Fikri.

Perché sarebbe stato più semplice. Più consolatorio. E invece non è lui il killer. Il killer è uno di casa. Uno che conosceva il campo dietro i capannoni di Chignolo d’Isola.

Sabato ho trascinato il marito in una sorta di soprallugo (3 milioni a spese della collettività per l’indagine, vuoi che non sia un po’ anche mia?). Siamo partiti dalla palestra di Brembate di Sopra.

Con il camper abbiamo percorso la strada per arrivare al campo in cui è stata trovata Yara. Non ci sono molte strade se uno decide che va da Brembate a Chignolo. La cosa che abbiamo notato è che nessuno vede nessuno.

Le case sono tutte nascoste dietro alte, altissime, siepi. Come se la privacy in questo posto rasentasse la paranoia. Arrivati a Chignolo ci abbiamo messo un po’ a trovare il campo giusto.

Campi adiacenti quello dove è stata trovata Yara. Il panorama, più o meno, è tutto così (foto Cristina Brondoni).
Campi adiacenti quello dove è stata trovata Yara. Il panorama, più o meno, è tutto così (foto Cristina Brondoni).

Uno squallido luogo per morire

Questo significa che il killer conosce la zona. Non si può improvvisare di arrivare proprio lì. Ci si deve voler andare (mi è anche passata una biscia nera lunga un metro e mezzo sui piedi che a momenti mi veniva un colpo).

Le strada in mezzo ai capannoni sembra una L. Però capovolta e specchiata rispetto a chi guarda. Il tronco più lungo finisce più o meno nel campo dove è stato trovato il cadavere della bambina.

Quello più corto, guardando il campo, sulla sinistra, porta alla discoteca. In fondo alla parte più corta che passa davanti all’entrata di altri capannoni è evidente che la gente si apparta per fare sesso.

Ci sono praticamente solo involucri di preservativi, fazzoletti usati e via festeggiando. La parte dove è stata trovata Yara, che da lì si vede, non sembra essere frequentata allo stesso modo.

Non ora. Non so nel 2010. Magari oggi la gente del posto evita. Per una sorta di rispetto. O per scaramanzia o per pietà. O perché infastidita dall’idea di ciò che è successo. Forse. O forse no.

Il campo in cui è stata trovata Yara è raggiungibile (oggi) sia dalla strada asfaltata, sia da una strada non asfaltata che collega due tronconi della via Bedeschi (video del campo).

Non mi è mai stato chiaro cosa si vedesse dalle registrazioni video delle telecamere piazzate sui capannoni verso le strada. Probabilmente un bel niente. O magari qualcosa da interpretare.

La strada sterrata che costeggia il campo (foto Cristina Brondoni).
La strada sterrata che costeggia il campo (foto Cristina Brondoni).

Il killer potrebbe essere arrivato a piedi dalla strada sterrata. O anche in auto, volendo. Ci sono delle sbarre (non so se ci fossero già nel 2010), ma si possono aprire con una certa facilità.

In ogni caso resta il fatto che è necessario conoscere la zona. Magari perché uno lavora lì. Ci sono talmente tanti capannoni che ci sarebbe l’imbarazzo della scelta se si volesse spendere ancora denaro per fare altri test del Dna.

Sembra che le indagini, in questo momento, siano a caccia della madre del killer. Io propenderei per andare a caccia del killer. Non per ricostruirgli, tassello dopo tassello, tutto l’albero genealogico.

Probabilmente conosceva Yara, non era estraneo alla famiglia, forse sa di essere un figlio illegittimo (quindi non voluto, scappato fuori per sbaglio), forse no.

D’altronde è cosa nota che una buona percentuale dei figli nati all’interno del matrimonio sia il frutto di rapporti extraconiugali. E non è detto che la donna lo sappia: sa di essere andata con altri. Ma non sa di chi sia il figlio.

Dal campo in cui è stata trovata Yara la vista sulla strada per arrivare (foto Cristina Brondoni).
Dal campo in cui è stata trovata Yara la vista sulla strada per arrivare (foto Cristina Brondoni).

Who are you?

Il killer potrebbe avere un’età compresa tra i 16 e i 60 anni. Giuseppe Guarinoni potrebbe aver messo incinta la madre del killer quando era un ragazzino o poco prima di morire, 15 anni fa. Questo non si sa.

Il killer ha mobilità: possiede o ha accesso a un’auto o un furgone. Conosce la zona. E’ della zona, pare evidente: suo padre naturale è sepolto a 50 chilometri, sua zia è la ex colf, suo cugino è tra i frequentatori della discoteca di Chignolo d’Isola.

E Yara?

Yara aveva 13 anni. Andava a scuola dalle Orsoline. Frequentava la palestra di Brembate di Sopra che sta a 700 metri da dove abitava. Di lei non so molto. Mi piacerebbe sapere che musica ascoltava.

Di che colore era la sua stanza. Che film guardava. Se li guardava. Mi piacerebbe sapere quanto rappresentava per lei la ginnastica ritmica. Se con i genitori aveva un buon rapporto.

La vittima, in un’indigine, dovrebbe essere sempre al centro. Yara sembra aver smesso di essere al centro. Al centro ci sono stati i suoi poveri resti. Al centro ci sono parenti vivi e morti del killer.

Se Yara fosse al centro si potrebbe arrivare a capire come ha ragionato la sera del 26 novembre 2010. Se conosceva il suo assassino. Se avrebbe potuto fare qualcosa di fuori dalla routine.

Quella sera era attesa a casa, come ogni volta che usciva dalla palestra. Sarebbe interessante sapere se Yara era una leader o una nerd. Che sembra brutto dirlo adesso che è morta.

Ma è importante. Sarebbe importante stabilire cosa avrebbe potuto fare e cosa invece non avrebbe fatto. Per avvicinarsi un po’ di più al killer. Ragionarci sopra. E ragionare, tra l’altro, costa molto meno di 3 milioni di euro.

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