Yara Gambirasio e il suo killer: chi era la vittima?

Yara al centro di un gruppo di amiche.
Yara al centro di un gruppo di amiche.

Il padre di Ignoto 1 è il defunto Giuseppe Guerinoni. Passato a miglior vita nel 1999 e arrivato alla ribalta delle cronache da morto. Sul corpo di Yara c’è il Dna di (un) suo figlio naturale. Sappiamo che lui, il morto, era il cognato della colf di casa Gambirasio.

Ora dopo 3 milioni di euro e 17mila test del Dna si cerca la madre del killer.

Fino a tre giorni fa si cercava una ultranovantenne oggi si è in caccia di una 46enne che avrebbe partorito il figlio di Guerinoni nel 1985 (quando era una studentessa 17enne).

Inizialmente le indagini erano alla ricerca di un cinquantenne. Ora sono alla ricerca di un quasi trentenne. Ma prima di tutto si cerca la madre del killer.

La voce è di un altro abitante della zona che ha detto che un conoscente gli ha detto che la 17enne andava con un autista di autobus. E Gesù che storiaccia. Questo l’ho pensato io, non l’ha detto il testimone. Mancava giusto la ragazza madre. Viene quasi da sperare che il figliolo non sia del Guerinoni che, lui, mi sta facendo un po’ pena lì sepolto a riposare in pace.

Alberi genealogici e indagini

Le indagini vanno da questa paerte probabilmente nella convizione di far poi parlare la madre, di far sì che accusi suo figlio. Che lo consegni alla polizia. E che giustizia sia fatta. Tutto possibile. Ma il Dna ha già dato la sua risposta. Ora tocca ragionare. Che costa anche meno. E a me viene da chiedermi: ma chi era Yara?

Perché se non conosciamo Yara, non sappiamo che musica ascoltava, cosa avrebbe voluto fare da grande, se credeva o meno in Dio o in Buddha o agli alieni, se voleva andare a vivere all’estero o se Brembate era la sua dimensione, difficilmente si arriverà a capire chi è il killer. Sicuramente chi fa le indagini tutte queste cose le sa e la sta già fancendo.

Perché tracciare il profilo della vittima è indispensabile per evitare di andare a tentoni per tutte le valli della Bergamasca in cerca della madre del killer sperando che consegni il figliolo omicida. Non solo. Verrebbe da dire che sarebbe utile considerare anche i suicidi avvenuti dopo la scomparsa (e la morte) di Yara.

Il banco di Yara.
Il banco di Yara.

Sensi di colpa, matti e fughe

Il senso di colpa, di solito, ammazza (da statistiche Eures-Ansa) l’8 o il 9% degli omicidi. Poi ci sarebbe da tenere conto dei malati psichiatrici: uno che ammazza, in parecchi casi, non è proprio uno completamente sano di mente. La letteratura in merito è fitta di casi di giovani malati di mente che non riuscendo a dominare i propri impulsi uccidono giovani donne.

C’è poi il fatto che l’omicida, dato che ha avuto tre mesi di tempo di per organizzarsi la vita, potrebbe aver deciso di andare all’estero. Anche qui le statistiche sulle fughe ci sono: scappano in tanti. Se sei italiano e stai nell’area Schengen non hai bisogno di chissà quali documenti per trovare lavoro.

Ma cosa ha fatto Yara?

La sera del 26 novembre 2010 Yara ha lasciato la palestra attorno alle 18.40 (forse erano le 18.38, o forse le 18.43). Era un venerdì e il sole tramontava poco prima delle 17. Quindi verso le 18.40 era buio. In più il meteo prevedeva una perturbazione gelida in arrivo dal nord Europa e neve (non lontano da Brembate nevicava già).

Yara entra in palestra verso le 17.30. Non deve allenarsi. Ma deve portare alle allenatrici la musica per il saggio. L’orario della scomparsa viene stabilito risalendo all’ultimo messaggio inviato dal cellulare di Yara, alle 18.44, a Martina, un’amica, alla quale conferma l’orario di un appuntamento per quella domenica.

Yara con le compagne di ginnastica.
Yara con le compagne di ginnastica.

La scomparsa

La mamma chiama Yara sul cellulare alle 19, ma non ottiene alcuna risposta. Il suo cadavere verrà ritrovato il 26 febbraio 2011 nel campo incolto di via Bedeschi al confine tra Chignolo d’Isola e Madone. Secondo gli investigatori Yara ha usato, per uscire, una porta sul retro della palestra.

Lo dicono le indagini svolte con i cani molecolari (quelli che fiutano meglio di tutti gli altri). Le tracce portano a un cantiere. Ma la pista viene abbandonata: non ci sono abbastanza tracce per proseguire. Il 26 febbraio 2011 viene ritrovato il corpo. Giace a 300 metri dal centro di coordinamento delle indagini alla sede della polizia locale.

Cosa voleva il killer?

Secondo l’autopsia il killer ha inferto sei colpi. E pare sia stato accertato, infine, che non sembra esserci stata violenza sessuale. Anche se su un corpo decomposto e mummificato da tre mesi di esposizione agli elementi (neve, pioggia, animali selvatici, vento e via dicendo) non è sempre così pacifico che si trovino tutte le tracce.

Secondo alcuni Yara ha accettato un passaggio in auto da qualcuno che la conosceva. Faceva freddo, era buio, quindi l’idea di tornare a casa al caldo e più velocemente poteva essere allettante. A quel punto l’autista ha fatto delle avances a Yara, è stato respinto e per questo l’ha uccisa. E poi si è liberato del cadavere della bambina abbandonandolo nel campo incolto.

Yara. Non è al centro. Ma abbraccia le amiche.
Yara. Non è al centro. Ma abbraccia le amiche.

La porta sul retro e quella principale

Ci può stare. Ma non si spiega perché Yara sia uscita dalla porta sul retro. Nel senso che non me lo spiego io. Cioè. Se la porta sul retro le faceva risparmiare strada per arrivare a casa, allora il motivo potrebbe essere quello. Ma se le cose stanno così avrebbe usato, ogni volta, o quasi, la porta sul retro (chi era della palestra avrebbe dovuto saperlo).

Se invece non la usava mai, allora probabilmente aveva un appuntamento con qualcuno. Con qualcuno che era meglio incontrare sul retro e non sul davanti, dove tutti potevano vedere. Se quella sera non aveva gli allenamenti ed era andata solo per il brano di musica, era uscita dalla routine.

La palestra, un luogo eletto

A meno che non andasse in palestra quasi tutte le sere. Allenamenti o no. A quel punto era normale vederla entrare e uscire a orari diversi: ovvero quando aveva tempo libero dallo studio, dalla scuola, dalle altre (eventuali) attività. Yara in palestra doveva passarci molto tempo: vinceva. Era brava. E sei brava se ti alleni tanto.

Sembra quasi che la palestra, dove Yara verosimilmente passava parecchio tempo e dove ha passato gli ultimi momenti da viva, sia rimasta un po’ in ombra. Le indagini si sono rivolte prima la cantiere e poi al marocchino Fikri (inseguito fino su una nave diretta in Africa). Ma la palestra è fondamentale.

Yara dopo una gara: sorridente e sicura.
Yara dopo una gara: sorridente e sicura.

Un po’ di sana competizione

Dopo la casa e la scuola e il luogo dove, a quell’età, soprattutto se fai agonismo, nascono amicizie e rivalità. Perché se fai agonismo non puoi non avere rivali. I tuoi amici, in gara, sono i tuoi rivali. Se poi non sono amici o non ti stanno particolarmente simpatici la rivalità c’è e basta.

Tutti o quasi conoscevano Yara. Potrebbero raccontare parecchie cose di Yara. Anche non inerenti all’indagine. Era brava, sì, ma quanto? Vinceva, sì, ma avevano senso le sue vincite? Sarebbe arrivata alle olimpiadi, per esempio? O era un’altra brava atleta, ma nella media, come tante? Era in palestra parecchio. Se si voleva incontrarla, era sufficiente aspettarla.

Perché proprio Yara?

Le indagini si sono a tal punto concentrate sul killer, su Ignoto 1, che a momenti di Yara sappiamo solo che è morta male. Concentrarsi sulla vittima, di solito, aiuta. Perché più cose si sanno della vittima, più ci sono possibilità di avvicinarsi al suo killer. Se lui la conosceva sarebbe meglio fare altrettanto.

Perché lei e non qualcun altro? Questo è fondamentale. Un omicidio non capita quasi mai per caso. E se capita per caso di solito l’assasssino viene preso (magari non subito). Il killer voleva uccidere Yara o si è trattato di un incidente? Di qualcosa che è sfuggito al suo controllo? Perché c’è differenza.

Yara ancora al centro, negli spogliatoi.
Yara ancora al centro, negli spogliatoi.

Pedofilia, un sunto piccolo piccolo

Se si tratta di un pedofilo può essere che si sia fissato con Yara. Ma dal momento che Yara è morta dovrebbe essere tornato alla carica con qualche altra ragazzina (anche perché il sito della palestra pubblica, senza alcuna sicurezza, nomi e cognomi di minori accanto alla loro foto).

Il pedofilo tout court non smette di fare il pedofilo perché l’oggetto del suo desiderio non c’è più. Sposta semplicemente l’attenzione su altre bambine (o bambini). In palestra non è strano che si registrino casi di pedofili. I pedofili sono tante cose (tra cui malati di mente), ma non sono stupidi.

Scelgono apposta lavori che li mettano in contatto con minori senza destare sospetti: preti, insegnanti, allenatori, educatori e via dicendo. Per chiarire: non è che i preti diventano pedofili perché fanno i preti. Sono i pedofili che, per avere campo libero, decidono di farsi preti. Allenatori. Educatori. Insegnanti. Penso sia chiaro.

Yara leader, Yara nerd

Se Yara è caduta vittima di un pedofilo si potrebbe capire, da cosa faceva e da chi era Yara, che tipo di pedofilo potrebbe aver incontrato. Se Yara era una ragazzina tenuta in considerazione, leader, ascoltata e voluta probabilmente il suo killer ha dovuto “lavorare” parecchio sulla sua fiducia. Se si è leader si cede meno facilmente alle lusinghe.

Se invece Yara era un outsider, una che in famiglia non veniva ascoltata più di tanto, che era più sola che in compagnia, messa un po’ in disparte allora può essere che il killer abbia avuto meno difficoltà ad avvicinarla. Le vittime di pedofili sono bambini e bambine che, inzialmente, nel pedofilo trovano qualcuno che soddisfa il loro egocentrismo. Che li ascolta.

 

Yara, più o meno al centro, con il trofeo in mano. E appoggiata su una gamba sola: indica sicurezza.
Yara, più o meno al centro, con il trofeo in mano. E appoggiata su una gamba sola: indica sicurezza.

E se non era pedofilo?

Se il killer non è un pedofilo le spiegazioni al suo gesto vanno cercate in altri moventi: la sua fidanzata/figlia/moglie/sorella (a questo punto sorellastra, dato che è un illegittimo) frequenta la palestra e vuole vincere o vuole che la figlia/sorella/amica vinca. Ma Yara vince di più. Insieme decidono che Yara va spaventata.

Dallo spaventare all’omicidio di solito ce ne passa. Ma non è detto che la minaccia sia sfuggita di mano. In ambienti altamente competitivi (e la palestra senza dubbio lo è, soprattutto se sforna talenti validi per i campionati nazionali). Casi di omicidi (o tentati omicidi) in questi ambiti non sono sconosciuti. Rari, ma non sconosciuti.

Le foto di Yara: sempre al centro 

Yara nelle fotografie sembra una ragazzina che, in palestra, era felice. E sembra anche essere stata una ragazzina piuttosto apprezzata. Lo si capisce dalle foto che ancora ci sono sul sito della palestra: nelle foto è quasi sempre al centro dei vari gruppi. Sia nelle foto di posa (ovvero quelle per le gare) che in quelle non ufficiali.

Yara, prima a sinistra, il mento alzato e la mano di una compagna sulla spalla.
Yara, prima a sinistra, il mento alzato e la mano di una compagna sulla spalla.

Chi è in mezzo a un gruppo è uno attorno al quale gli altri si stringono al momento dello scatto della foto. Quelli ai lati di solito sono quelli meno brillanti, un po’ più nerd. Più si va verso il centro più ci si avvicina alla personalità dominante. Yara sembra essere benvoluta. Probabilmente era simpatica.

Sorride sempre. E si tratta di un sorriso sincero, non è forzato, non è falso. Evidentemente era contenta di quello che stava facendo o delle persone con cui si trovava. Ha sempre il mento piuttosto in alto e guarda l’obiettivo. Non sembra timida. E sembra quasi che la si possa considerare un punto di riferimento per le coetanee.

Del crescere

Se era simpatica, leader, divertente e brava non è difficile pensare che forse piaceva a qualcuno. Magari a qualcuno più grande di lei. E, andando indietro con la memoria, se hai 13 anni e uno di 20 ti rivolge la parola la tua autostima sicuramente va alle stelle. Figuriamoci se si interessa a te.

Certo è che, dato che si parla di paesi, può essere che Yara non avesse piacere a farsi vedere in giro con qualcuno di più grande: le voci ci mettono un attimo a correre cattive e festanti fino alla porta di casa dei genitori. E qui magari sta il suo errore: uscire dal retro per incontrare un corteggiatore. O l’assassino.

E se fossero soldi?

Se il movente di un omicidio non è il sesso, di solito sono i soldi. Non so niente della famiglia Gambirasio. Tranne che poteva permettersi una colf (la zia acquisita del killer, tra l’altro). Quasi sempre negli omicidi per denaro le indagini si intoppano se in gioco non c’è una montagna di soldi.

Per soldi si intende anche per qualche spicciolo.I soldi hanno un valore oggettivo (il costo di un litro di latte, per esempio o del Mac con cui sto scrivendo) e un valore soggettivo. Per alcuni 200 euro fanno la differenza. Per altri sono gli spiccioli del weekend. Non si segue la pista dei soldi solo se ci sono in ballo “tanti soldi” perché “tanti” non è un’unità di misura.

Yara sul podio.
Yara sul podio.

Un killer a passeggio

A meno che non si sia suicidato, e sarebbe da controllare la lista dei morti per suicidio dopo il 26 novembre 2010 (come detto il rimorso ne ammazza più o meno il 9%), il killer di Yara è in giro. Dalle parti di Brembate. Non è escluso, come quasi sempre accade, che abbia partecipato alle ricerche e che conosca tutto delle indagini.

Ha messo il corpo in un campo a 300 metri dalla sede della Polizia locale. E non lo ha scaricato. Lo è andato a mettere nel campo. Perché se lo avesse semplimente scaricato il corpo sarebbe stato sul limitare del campo e non in un posto in mezzo alla vegetazione spontanea. Sapeva che lì non ci sarebbe andato nessuno. O quasi.

Qualcuno, alla fine, in mezzo al campo c’è andato. E Yara è stata trovata. E prima o poi riposerà in pace.

12 pensieri su “Yara Gambirasio e il suo killer: chi era la vittima?”

  1. Ciao Cristina, ho appena visto su TG COM24 il tuo ultimo intervento e l’ho trovato estremamente chiaro, conciso e competente. Mi riesce veramente difficile pensare che qualcuno tra gli inquirenti “ufficiali” che seguono il caso non giunga alle stesse conclusioni.

    Dovete prenderlo. Yara deve riposare in pace e trovare la giustizia dovuta.

  2. Ciao JTK,

    grazie per le tue parole. Immagino che gli inquirenti sappiano tutto e meglio di me. Forse alla stampa arriva solo una parte, quella più eclatante, del loro lavoro.

    Voglio soprattutto sperare che non si scateni una sorta di caccia alle streghe. Il padre e la madre del killer non hanno alcuna colpa. Nemmeno quella di averlo messo al mondo. Anche se non era “legittimo” che lo facessero.

    Grazie ancora per esserti fermato. 🙂

    Cristina

  3. Si parte dal’assunto di una uscita furtiva dalla palestra ma non si conosce la logistica della palestra. Puó parere molto strano che uno, che esce normalmente dall’ingresso, prenda una porta secondaria, puó diventare ancora piú notato. Nelle palestre peró é molto ma molto disdicevole se per uscire ci si trova nella situazione di dover attraversare una sala mentre altri lavorano o comunque di rischiar di sbattere contro il mister che dice “ah, e tu? perché non sei qui a lavorare?” con conseguente giustifica coram populo. Quindi si esce dal primo posto dove non si disturba/incontra nessuno. Se poi avesse avuto un trip per uno, a 13 anni qualcuno lo avrebbe saputo: se non in casa le amiche, se non le amiche il diario, se non il diario il tipo di dischi, letture, ecc. Se si ha un trip cambia il corpo, il respiro, la pettinatura, ci si vergogna della macchinetta dei denti, si diventa “assenti” e via discorrendo..
    Prendendo la strada della vicinanza (la colf) diventa verosimile l’invidia, prendendo la strada del figlio illegittimo diventa verosimile il “tu hai e io no” dove non serve per nulla fare violenza. Il corpo scaricato lí: era venerdí alle 18, le strade in quella zona al fine settimana sono piene di gente che ti passerebbe attraverso pur di uscire dal lavoro e andare a casa. Non avrebbe fatto tre metri senza essere visto e doveva pur nasconderla..

  4. Ciao Fede,

    mi scuso per il ritardo con cui approvo il tuo commento.

    Grazie per le tue considerazioni. Sembra che tu conosca piuttosto bene il mondo delle palestre. Non sono così certa che se avesse avuto un “trip” per uno, qualcuno lo avrebbe saputo. Non riesco mai a dare per scontato le cose. 🙂

    Potrebbe essere che qualcuno lo avrebbe saputo oppure no. Io non c’ero, non ho conosciuto Yara e quindi non lo so. Sono possibilista.

    E sono possibilista su tutto il resto: arrivare alla soluzione non è mai schematico come tu fai notare. La fantasia umana non ha confini. Queste sono le tue versioni. E possono essere tutte interessanti.

    Grazie per aver avuto la voglia e trovato il tempo di lasciare un commento. 🙂

    A presto,

    Cristina

  5. Beh, “chiunque” conosce le palestre 🙂
    I problemi sono due: senza avere gli stumenti in mano si finisce per forza col celebrare possibilismi. E’ fumo discorrere senza la logistica, avere visto/vissuto i genitori e l’ambiente. Oserei quasi dire senza essere bergamaschi. Se “Le parole del primo colloquio” (Lai, Boringhieri) significano qualcosa, il punto di partenza sono le parole della mamma “Siamo una famiglia modesta”. E’ un mondo, una cultura che si apre. Bisogna avere gli strumenti per vederla.
    Il secondo problema é che si potrebbe fare qualcosa di minimale usando un sapere psicanalitico. Non si tratta di dare per scontato, esistono processi evolutivi che emergono volere o volare. Ma é un sapere ostativo che chiede background faticosi e anche nei big manca (al massimo si arriva allo psichiatrico). Si preferisce destituire di fondamento ció che non si conosce o che costa una tassa troppo faticosa. Tuttavia fondante nell’ ancorare le indagini. Senza questo é logico che manchino gli skill per solo vedere l’altro. Non parliamo neanche di ragionare con la sua testa o addirittura la sua pancia.
    Dunque indagatori come autisti senza auto/nomia. Ma se non c’e il motore perché si cerca di accenderlo? Il problema si sposta al perché si stia trafficando senza senso, al conflitto delle tematiche dell’impotenza (non é vero che non sono capace), del narcisismo (guarda come sono capace) e dell’ossessivitá (dipaneró il mondo)
    Situazioni che non c’entrano col problema esterno ma col proprio.

  6. Ciao Fede,

    sembra si sia arrivati alla filosofia. Se vuoi dire qualcosa puoi farlo, tranquillamente.

    Di solito, lo avrai notato se hai letto un post, scrivo in maniera diretta e comprensibile.

    Non posso risponderti perché il tuo modo di scrivere è un modo di scrivere che vuole trarre in inganno. E’ un modo a metà tra il dire e il non dire.

    Stai dicendo che scrivo senza sapere niente? Che gli investigatori investigano senza saperne niente?

    Che la tua cultura in fatto di psicoanalisi e di giurisprunza è meglio?

    Davvero, non è chiaro.

    Se vuoi dire qualcosa, dillo. Ti leggo volentieri.

    Cristina

  7. 🙂 massú é un’operazione da manuale 😀 si getta un sasso e si osservano le reazioni. Normalmente uno avvezzo lo vede al primo colpo.
    Delle reazioni possibili, dall’ interloquire, allo smentire, all’ ignorare, ne ha scelta una molto forte, verrebbe da dire quasi violenta.
    Se il manuale ha ragione, si incazza uno coinvolto.
    A quel punto si fa/puó fare un altro passo: gli si rivela il processo per vedere se elabora attraverso la depressione o la rabbia. Che son sorelle siamesi. Avuta questa seconda reazione abbiamo portato a casa una griglia di lavoro.
    Qui ce ne sarebbe per almeno tre-quattro lezioni partendo dalla scelta del vocabolo “filosofia”.
    Veda che senza la psy si fa qua-qua. Lo sanno anche i preti nei seminari.
    Poi deduca lei; chiaro che da come deduce torniamo alla riga 1. 🙂

  8. Il delitto Matteotti e il delitto Gambirasio: un particolare a confronto.

    In questi giorni è stato ricordato un brutto momento della storia italiana, l’assassinio di un uomo politico che aveva affrontato “di petto”, nell’aula della Camera, l’allora neodittatore Benito Mussolini: orbene, nel 1924, quando la polizia scientifica, almeno dalle nostre parti, era di là da venire, e nonostante gli ostacoli che dall’alto vennero opposti agli inquirenti, il cadavere del deputato venne trovato – si disse “per caso” – seppellito sotto pochi cm di terra, in un bosco a 25 km dal luogo del sequestro; il ritrovamentp avvenne ad opera di un cane sfuggito al padrone, dopo 66 giorni di ricerche che ignoro se particolarmente blande o, al contrario, assidue.

    Chiara Gambirasio scomparve una sera di fine novembre e il suo corpo, non coperto da strati e strati di materiali vari nè tantomeno seppellito, fu ritrovato il 25 febbraio, cioè 92 giorni dopo la scomparsa della ragazza, la cui ricerca iniziò la sera stessa della del mancato rientro a casa, dapprima da parte delle forze dell’ordine e di amici e parenti, cui si aggiunsero, pochissimi giorni dopo, centinaia di volontari della Protezione Civile: tutte persone che si facevano un punto d’onore di ritrovare, magari solo ferita, la tredicenne di Brembate.
    Mi domando: ma un cadavere abbandonato in un prato, a pochi metri da capannoni industriali, da una strada asfaltata, da una discoteca (con tutto quello che un locale del genere si porta dietro: coppiette in cerca di intimità, risse tra ragazzotti sovraeccitati, “reazioni avverse” da pasticche ingoiate volontariamente o involontariamente, in una zona in cui si va fare jogging, a far correre il cane, a far volare aereomodelli…
    è mai possibile che nessuno, a due o quattro gambe, abbia avvertito il tipico odore di decomposizione? che nessuno abbia avvistato, per diversi giorni corvi o cornacchie planare insistentemente in un punto preciso del terreno? Che nessuno abbia notato in zona un insolito andirivieni di ratti, mai assenti quando una riserva di cibo come un cadavere giace per più di qualche ora, oltre a tutto in una zona aperta?
    Anni fa un cinghiale ferito o ammalato decise di esalare l’ultimo respiro nei pressi della mia casa, in mezzo a un bosco della Valganna: era dicembre o gennaio, non ricordo, ma appena sceso dall’auto l’odore mi assalì, netto, e il ritrovamento, a una quindicina di metri dalla rete di cinta fu questione di minuti, non di giorni.
    Non so se riterrai questo mio post pubblicabile o meno, non è importante, mi premeva fare presenti queste osservazioni a qualcuno che non ci speculerà sopra, ma forse si farà delle domande che a me non sono nemmeno venute in mente.
    Bye, Lal

  9. Ciao Luca Andrea,

    ben ritrovato.

    Premetto che ho tolto (per questioni di privacy e sicurezza) l’ultima riga in cui compariva il tuo numero di cellulare (di cui ho preso nota e ti ringrazio).

    Le tue considerazioni e le tue domande sono decisamente lecite e interessanti.

    Yara Gambirasio è scomparsa dalla palestra di Brembate di Sopra la sera del 26 novembre 2010 ed è stata trovata per caso da una persona nel campo di Chignolo d’Isola il 26 febbraio 2011.

    La sera in cui Yara è scomparsa è presumibilmente la stessa sera in cui è stata uccisa. A Brembate e a Chignolo faceva molto freddo. Minacciava di nevicare. Il giorno successivo, il 27 novembre, la neve iniziò a cadere.

    La temperatura si abbassò fino ad arrivare sotto zero, soprattutto di notte.

    Le ricerche di Yara iniziarono con queste condizioni atmosferiche.

    Giacomo Matteotti fu rapito nel pomeriggio (erano da poco passate le 16) del 10 giugno mentre andava a Montecitorio. Il clima, possiamo supporre, era tipico di Roma d’estate.

    Se anche volessimo supporre un temporale o un acquazzone estivo rimarremmo nei confini di un clima tipicamente mediterraneo con una temperatura difficilmente inferiore ai 18 gradi.

    Anche Giacomo Matteotti, come Yara Gambirasio, fu ucciso nell’immediatezza del rapimento. A quel punto i suoi aggressori decisero di abbandonare il cadavere in mezzo a un campo a 25 chilometri da Roma.

    Il luogo dove è stata trovata Yara è un posto in cui si deve decidere di voler andare. Già in primavera, quando ci sono stata io, è un posto piuttosto triste: la campagna si confonde con i capannoni industriali.

    Non conosco, invece, il luogo dove è stato abbandonato e successivamente ritrovato il cadavere di Giacomo Matteotti. Cadavere che fu ritrovato dal cane di un carabiniere il 16 agosto.

    In questo caso diamo quasi per scontato (senza grande margine di errore) che il 16 agosto a 25 chilometri da Roma facesse caldo: sicuramente un clima che poteva arrivare a 25 gradi.

    Sembra forse una sciocchezza ma la questione climatica è fondamentale e non mi sento di appaiare i due casi. Non me la sento perché le vittime sono diverse: Giacomo Matteotti era un politico, Yara era una brava ginnasta e una studentessa; Giacomo Matteotti era un uomo, Yara era un’adolescente; il delitto Matteotti riguardò la sfera politica quello di Yara quasi sicuramente ha a che fare con qualcosa di passionale (in cui includo, in ordine sparso, sesso, rabbia, rancore, ripicca, vendetta, pedofilia, errore).

    Pur non volendo confrontare i due casi, posso sicuramente dire che quando scompare una persona la prima domanda che viene in mente è: dov’è andata?. Poi seguono tutte le altre: si sarà allontanta volontariamente? Oppure sarà stata rapita? Le sarà successo un incidente?

    Per quanto riguarda Giacomo Matteotti c’erano, se non erro, due testimoni che raccontarono di aver visto il rapimento del politico: qualcuno lo aveva affrontato, aggredito e caricato a forza su una vettura (di cui i due fornirono anche una descrizione, se non la targa).

    Per quanto riguarda Yara Gambirasio non ci sono testimoni. Yara sembra quasi essersi volatilizzata: un momento prima c’era e quello dopo non c’era non più.

    Iniziare le ricerche senza alcun indizio, come nel caso di Yara, è un dramma: si chiede alla famiglia e agli amici se l’hanno vista, si chiede chi potrebbe averla vista, si chiede dovrebbe potrebbe essere andata.

    Se le risposte sono tutte negative, allora che si fa? Si allarga un pochino il campo, si cerca in zona. E si fanno due conti. Si guarda l’ora e ci si chiede, a piedi, dove potrebbe essere arrivata. E poi si battono tutte le strade, perché come si fa a sapere quale rotta ha seguito?

    E poi, quando la ricerca non dà esito, si cerca ancora. E i tempi si allungano, tanto che sembra che il tempo si fermi. Non accade più nulla.

    Non ho idea di quanto potesse pesare Giacomo Matteotti, ma posso andare a spanne: era un quarantenne, alto e prestante (almeno dalle foto), normopeso, con una struttura ossea piuttosto importante (a giudicare dalla mascella), poteva pesare sui 70 chili.

    Yara era alta meno di un metro e cinquantacinque, aveva una corporatura atletica, e probabilmente arrivava a pesare 40 chili.

    Il corpo di Giacomo Matteotti è stato esposto al caldo, quello di Yara Gambirasio al freddo.

    I corpi sicuramente hanno avuto reazioni diverse. Il corpo di Giacomo, probabilmente, ha subito una trasformazione repentina e ha attratto animali.

    Il corpo di Yara probabilmente è rimasto sepolto da uno strato di neve e la decomposizione è avvenuta sicuramente più lentamente (e in modo diverso) rispetto al corpo di Giacomo.

    Porti l’esempio del cinghiale: il cinghiale, anche se non molto grande, pesa come Giacomo e Yara messi insieme (più ancora qualcosa, immagino, anche se non sono esperta della materia). Se il cinghiale è morto in estate la puzza probabilmente è arrivata fino a casa tua nel giro di poco.

    Nel caso di Giacomo Matteotti le ricerche ci sono state ma, come detto, si è trattato di un omicidio afferente la politica e gli interessi in gioco probabilmente erano molti (e le influenze anche).

    Nel caso di Yara Gambirasio difficilmente qualcuno può essersi accorto del suo corpo: era un corpo piccolo, congelato, coperto dalla neve.

    Non mi pronuncio sul delitto di Giacomo Matteotti.

    Le ricerche per trovare Yara sono state condotte da molte persone, qualcuno ha detto anche di essere passato, a cercare, in quel campo, ma di non averla vista.

    E trovo lo sconforto di chi non l’ha trovata prima umano e comprensibile. Non riesco nemmeno a immaginare uno dei miei gatti, che in questo momento sono qui a guardare che scrivo, abbandonato alla furia degli elementi, per tanto tempo, da solo in mezzo a un campo.

    Trovo quindi al di là di ogni comprensione immaginarmi una bambina, che non era certo la mia, ma che era comunque una bambina e non uno dei miei gatti.

    Motivo per cui lo sconforto, l’impotenza e la pena di chi ha cercato e non ha trovato sono tangibili. E sinceri. Le indagini per Yara sono e sono state condotte con uno spiegamento di uomini e donne, mezzi, forze, energie incredibili.

    Questo per rispondere ai tuoi dubbi (nella speranza di non averti ammorbato oltre misura): trovare un corpo senza sapere dov’è è un’operazione titanica.

    Non voglio scendere in troppi dettagli per rispetto a Yara che, ormai, sembra quasi accompagnarmi dal giorno in cui è stato ritrovato il suo corpo e alla quale, ogni tanto, mi viene da chiedere “ma che ti è successo? dai un segno” e so che è da folli, ma è così.

    Un corpo di 40 chili, sotto la neve, al freddo e al gelo, resiste per qualche giorno. Ciò che rimane pesa meno del mio gatto che mi sta guardando adesso: 7 o 8 chili.

    Una massa di 7 o 8 chili in un campo che è davvero vasto è difficile da individuare. Soprattutto se nessuno passa di lì. E non è un caso che Yara fosse proprio lì: se ha provato a scappare era già in mezzo al campo, diversamente, forse, avrebbe scelto di fuggire lungo la strada.

    Se ha scelto di fuggire per il campo è perché sperava, forse, che il suo aggressore perdesse le sue tracce, non la raggiungesse, se ha scelto il campo è perché il suo aggressore era in auto (se fosse fuggita in strada, lui l’avrebbe inseguita in auto, probabilmente).

    Se invece Yara non è fuggita è stato il suo aggressore a scegliere dove abbandonare il suo cadavere. E ha scelto un posto accessibile, ma da cui nessuno vuole passare.

    Ci sono stata in primavera: la vegetazione era alta e c’erano bisce ovunque. Non è una strada battuta da runner o da atleti a vario titolo.

    Non era possibile vedere il cadavere di Yara: era necessario sapere che era lì.

    Non so se fosse o meno possibile vedere il cadavere di Giacomo: non ci sono mai stata.

    Spero di avere in qualche modo risposto alla tua domanda.

    E ti ringrazio, nel contempo, di avermi fatto riflettere anche su questi aspetti. Una buona serata e grazie ancora per aver condiviso i tuoi pensieri.

    A presto,

    Cristina

  10. Sacrosanta a tua osservazione riguardo la situazione climatica, molto differente nei due casi.

    Segnalo la notizia che l’adolescente scomparsa in provincia di Varese sia stata trovata – cadavere- dopo solo una settimana dalla scomparsa, non so ancora se da cercatori professionali o casuali: in questo caso si sospetta il suicidio…ma senza precedenti chiari di depressione e nemmeno il classico biglietto una simile l’ipotesi mi pare davvero “audace”.
    Grazie a te per l’attenzione, Lal

  11. I due casi sono differenti, ed entrambi utili per riflettere.

    Non ho seguito il caso dell’adolescente scomparsa a Varese. Mi informo in modo da poterti rispondere in modo coerente. 🙂

    A presto!

    Cristina

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