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Zahony – Uzhorod, Ucraina: burocrazia e un’Europa lontana

La dogana tra Ungheria e Ucraina.

La dogana tra Ungheria e Ucraina.

E’ capitato di trovarsi al confine tra Ungheria e Ucraina. Direzione Slovacchia. Il buonsenso avrebbe, forse, voluto che si puntasse verso nord senza passare dall’Ucraina. Ma alla fine, perché no? Quando mai, mi sono detta (l’ho detto a marito, più che altro), mi ricapita di essere sufficientemente a est da provare la frontiera?

E poi perché fermarsi al sentito dire? Meglio provare.

E così abbiamo preparato i passaporti e con il camper (un Helix su meccanica Renault Trafic) ci siamo diretti allegramente (marito non era granché allegro) verso la dogana.

E lì è iniziato qualcosa che ci ha colti di sorpresa. Non alla sprovvista, perché si leggono libri, giornali, riviste. Ci si tiene informati. Ma la sorpresa è qualcosa che non si riesce a controllare. Ci aspettavamo controlli, altri controlli e domande. Una fra tutte: perché volete andare a Uzhorod?

Ma la sorpresa è arrivata per il tipo e il modo di controllo. Per la burocrazia. Per la quantità di stupide domande. Per i commenti assurdi. Per l’assoluta mancanza di diritti e sicurezza. Ma andiamo con ordine.

A Zahony gli ungheresi hanno fatto il loro controllo. Passaporti, libretto di circolazione del mezzo e un paio di domande (ovviamente in magiaro): “Uscite”?

L’inglese (il francese, lo spagnolo, l’italiano, il tedesco) questo sconosciuto

La risposta giusta sarebbe stata “andiamo un attimo a comprare il latte e torniamo”, ma abbiamo optato per un più compassato “sì, usciamo, no, non rientriamo, no, non portiamo con noi sostanze stupefacenti“. Con gli ungheresi ce la siamo cavata in una ventina di minuti.

Passata la sbarra ungherese siamo stati accolti da un soldato ucraino che con il Kalashnikov (che altro?) ci ha detto, in ucraino, ovvio, qualcosa. Qualcosa che ha ripetuto alzando la voce dopo un secondo, quando ha notato che, oibò, gli italiani non parlano ucraino.

Alla fine, grazie a un paio di robe di russo imparate qui e là, mi è stato chiaro che chiedeva quante persone c’erano a bordo del mezzo. Due. Dva.

Zahony, dalla parte ungherese.

Zahony, dalla parte ungherese.

Tutto contento (ho intuito che fosse contento perché ha abbassato il Kalashnikov) ha impugnato la penna e ha scritto su un blocchetto qualcosa che ci ha consegnato. E in russo (ucraino) ci ha spiegato un sacco di cose. Che ovviamente non abbiamo capito. Ma certo, da, da, ovvio che sì.

E abbiamo proseguito la strada verso la dogana. Abbiamo quindi dato per scontato che quello lì fosse una sorta di piantone. Sul foglietto c’era scritta la targa del camper. Non in cirillico.

Arrivati alla dogana abbiamo atteso il nostro turno. Ora. Gli ungheresi che vanno e vengono dall’Ucraina saranno anche tanti. E c’era anche qualche slovacco. E poi ci sono loro, gli ucraini. Con le loro auto.

Auto cariche e stracariche di ogni cosa. Ma davvero tante cose: bagagliai aperti e fermati con la corda e sedili stracolmi fino ai finestrini. Scatole, scatoloni, pacchi, pacchetti, tv a schermo a piatto, computer, casse di alcol. Merce. Merce da dichiarare.

Ma a guardare le auto ucraine non c’era nessuno. Nessun controllo. E loro, i guidatori ucraini, fermi lì a ridere e scherzare con i soldati e le guardie e a indicare noi. Noi piuttosto europei.

Europeo nel senso Ue del termine: con passaporto europeo, valuta europea, leggi europee. Quando è venuto il nostro turno c’è stato quello che è sembrato essere il primo grande problemone. Un problema di proporzioni bibliche, epocali. Un problema che, all’apparenza, era irrisolvibile.

La guardia blu. In attesa.

La guardia blu. In attesa.

Il confine tra tradizione e libertà personale

Il camper non è intestato a marito. Il camper è intesato a me. E lì è partita una sorta di consulta. Un soviet, mi scapperebbe da scrivere, sul perché una donna avesse un camper intestato.

E come glielo spieghi che è normale, in questa parte del mondo, che una donna possa avere tante cose, fare tante cose, dire tante cose? Perché già sarebbe difficile spiegare l’ovvio in italiano, ma in russo la cosa si complica enormemente. Soprattutto se il russo lo capisci un po’, ma non lo parli.

Così oltre alle due guardie di frontiera (vestite diverse dai soldati) sono arrivate altre tre persone. Tre divise diverse con patacche sparse qui e là. Che, bellamente, se ne sono andate con libretto e passaporti.

Marito in quel mentre mi ha guardato e ho percepito qualcosa che suonava più o meno come: “Cazzo, Brondoni, stavolta divorzio”. Ma è stato giusto un attimo. Poi ho distolto lo sguardo.

Dopo un tempo sufficiente a far sorgere una qualche preoccupazione (diciamo una ventina di minuti) è tornato uno dei tanti vestiti di blu. E ha chiesto, ovviamente in ucraino, di vedere il numero di telaio del camper. Provando a farglielo ripete più lentamente ci siamo intesi. E voilà il telaio del camper.

Uhzorod: mezzi di trasporto e chiese d'oro.

Uhzorod: mezzi di trasporto e chiese d’oro.

E ancora domande e carta

Poi è stata la volta del proprietario del veicolo. Che deve occuparsi di una serie di questioni burocratiche. Dato che il veicolo transita in Ucraina per la prima volta deve essere registrato. Per cui il proprietario racconta, a un’altra guardia ancora, chi è, dove va, perché, quanto sta, quando se ne va. E perché possiede il mezzo.

E quest’altra guardia nel frattempo scrive tutto quanto. Poi spiega (in ucraino) cosa deve fare il proprietario per completare la registrazione del mezzo: andare alla banca del secondo piano e pagare.

E così sia. Andiamo a pagare alla banca al secondo piano. L’edificio, entrando, ci aggredisce con una puzza tremenda. Un misto di vecchie cose, cibo e fumo di sigaretta.

Non sto parlando male degli ucraini, ci mancherebbe. Ma la dogana di Zahony è davvero un posto poco salubre. Comunque. Al secondo piano c’è la banca la cui cassiera, persona sorridente e simpatica, parla tre minuti buoni spiegando per filo e per segno la procedura. In ucraino.

Uzhorod: quello con l'Hummer bianco.

Uzhorod: quello con l’Hummer bianco.

Bizzarrie e dintorni

Ma ho fatto finta di aver capito tutto e le ho consegnato i pezzetti di carta che, mano a mano, mi avevano dato tutte le altre guardie. Ogni guardia ha fatto il suo personale andirivieni dal buro (ufficio) al camper e ritorno. Più volte. Lentamente. Molto lentamente.

Il malinteso è sorto sulla cifra da pagare. Un euro secondo le guardie da basso. Trentadue secondo lei. Ma non era il caso discutere e ho mandato marito a prendere i contanti, dato che il bancomat no, non c’è. E, dato che non avevamo valuta ucraina (“come hai detto che si chiama?”, “carta straccia”).

Dopo un altro scambio di battute di circa cinque minuti mi ha chiesto i 20 euro che ha visto che avevo con me e mi ha ridato un resto strano: 15 euro e 45 grivne (“carta straccia”, marito insiste).

Ho pagato quindi 16 grivne. Un euro. Il problemone, stavolta, erano le monetine. Niet copechi. E quindi la signora ci chiedeva soldi papier, di carta. E ha pensato bene di fare un esempio a caso scrivendo 32. Giusto per dirci che 1 non andava bene. Restiamo ancora dubbiosi sulle banconote da 32 euro…

Comunque. Marito nel frattempo era tutto contrariato. No, non per la signora. Più che altro per il continuo sfottò delle guardie “pizza, mafia”. Certo. Ovvio.

La signora ci ha rilasciato un foglio (del tipo con i buchini tondi di lato per andare nella stampante) che abbiamo diligentemente consegnato, ancora una volta, alla guardia vestita di blu. A quel punto si pensava che (dopo una cinquantina di minuti) si fosse arrivati al termine della trafila.

Ennesimo ingorgo a Uzhorod.

Ennesimo ingorgo a Uzhorod.

Giusto un altro controllino, va…

Ma anche no. La guardia blu ci dice (“pa ruski?” “ovvio che parlo russo, cazzo, non parlate nient’altro, cosa vuoi che faccia?”) di andare sulla strada più bassa e di fermarci per il controllo del veicolo.

Ma come? Ma non era già a posto? E lì apri, riapri, apri anche il cessetto, apri gli sportellini, apri il portellone di lato, quello dietro. E poi “medicamenti”. No, niente. “Niet?”. “Niet”. Tranne il kit di primo soccorso obbligatorio in alcuni Paesi Ue. Ma cosa te lo dico a fare, eh?

Abbiamo aperto anche il cofano per il controllo del motore. E, come ciliegina sulla torta (dopo averci chiesto se c’erano a bordo “weapons”, armi, l’unica parola inglese che ha tirato fuori) le foto.

La guardia blu si è dotata di mini macchina fotografica e ha fotografato il dentro del camper e la targa. Era passata ormai più di un’ora e la voglia di dire “va bene, ucraini, abbiamo scherzato. Che ci frega a noi di vedere il vostro cazzo di Paese? Torniamo indietro, dai” era parecchia.

Ma improvvisamente, come dal nulla, è arrivato l’ok per sposatarci e per entrare in Ucraina. E qui mi piacerebbe dire robe tipo: “beh, abbiamo aspettato un bel po’, ci han fatto domande idiote e controlli assurdi, ma ne è valsa la pena”.

Uzhorod.

Uzhorod.

I cartelli: solo pubblicitari

E invece no. La strada da Zahony a Uzhorod è stata anche divertente. Fino a che non siamo arrivati a Uzhorod e non abbiamo avuto bisogno, a quel punto, di uscire dalla ridente cittadina per dirigerci verso la Slovacchia. Fortunatamente leggo il cirillico. E ho trovato il cartello “Bratislava”.

Comodo. Cioè, un più semplice (e magari in caratteri occidentali) “Slovacchia” sarebbe stato più che sufficiente. Ma no. “Братислава”. Un solo cartello. E la strada com’è?

Esatto. Interrotta dai lavori in corso. Le strade di Uzhorod sono per lo più buche circondate da brandelli di asfalto o di terra. Niente di più. E quindi che si voglia asfaltare è apprezzabile. Ma, di solito, se uno interrompe una strada e fa una deviazione si preoccupa di piazzare il cartello della deviazione.

Ma no. Non usa. Così dopo un’ora di lento peregrinare tra zingari rom (non è un insulto, eh, è una delle etnie della città) che vendono e comprano di tutto, guidatori di bus (per fortuna non troppo grandi) che vanno a velocità folle, galline, cani, gatti, donne, cazzeggiatori e bambini  in mezzo alla strada, ci siamo arresi.

Uzhorod e la segnaletica stradale.

Uzhorod e la segnaletica stradale.

L’inizio della fine

Il navigatore, direte voi. Ecco, quello ce l’avevamo, ma il posto non era mappato (colpa nostra che non abbiamo scaricato, forse, gli aggiornamenti).

Che fare? Perché la situazione si è fatta difficile. Un furgone italiano che gira tra Zigulì, Lada di tutti i modelli e le annate, Uaz e Fiat vecchie di troppi anni che in Italia non ho mai visto (marito mi ha erudita sulle auto locali, tra le altre Hummer bianchi e Mercedes nere) ha iniziato a dare nell’occhio. Ed è normale che sia così.

Fino a che si va, va tutto bene. Ma all’ennesima svolta sbagliata e all’ennesimo ingorgo si resta incastrati, chiusi dentro, con le ruote nella buca gli sfaccendati (che Lombroso avrebbe giustiziato sul posto) hanno iniziato a prendere le misure.

In una strada laterale abbiamo trovato un tassista e gli abbiamo chiesto di indicarci la frontiera. Il tassista, che probabilmente era arrivato a casa, dato che suo figlio di pochi anni girellavata attorno, è stato gentile.

Uzhorod, Disneyland.

Uzhorod, Disneyland.

Fuga verso l’Europa

Ha tirato fuori la cartina e ha iniziato a spiegarci quanto fuori rotta fossimo. Molto fuori rotta. Troppo fuori rotta. Alla fine gli abbiamo offerto dei soldi, euro, per portarci fino alla frontiera con la Slovacchia perché attraversare nuovamente i quartieri rom e poi quelli in cui ci sono i lavori e le buche profonde trenta centimetri non era cosa.

E lui, sorridendo, ha detto che sì, va bene. Ha tolto l’insegna taxi dal tetto. Forse è il modo locale per dire che il taxi è occupato. Forse no. Fatto sta che in capo a mezz’ora (di strade dissestate) siamo arrivati alla dogana.

15 euro per uscire da quel buco di posto che è Uzhorod. Che poi, magari, se hai il navigatore che funziona e arrivi in centro è anche bella. Ma la periferia lascia decisamente a desiderare.  Molto a desiderare. Ci sarebbe molto da dire sul rientro, ma il post è già troppo lungo.

Sintetizzando: siamo arrivati alla dogana di Zahony dall’Ungheria alle 10 del mattino. Abbiamo attraversato la frontiera slovacca alle cinque del pomeriggio. Poco più di 50 chilometri. Che a volte sono un universo intero.

  1. Gio
    1 giugno 2014 a 10:51 | #1

    Grazie del bel post. L’ho letto con molto piacere e lo avrei letto nello stesso modo anche se fosse stato lungo il triplo…

  2. Luca Andrea
    1 giugno 2014 a 11:28 | #2

    Cara Cristina (e sig.Marito), apprezzo, ammiro e condivido la vostra voglia di esplorare!
    Io ho preferito muovermi nei paesi dell’area nord e centro africana, dove le attese alle frontiere possono essere anche di GIORNI, passati alla ricerca di un timbro, di un foglietto colorato, di un foglietto colorato CON timbro, tra uffici perennemente chiusi, salvo aprire mentre stai cercando un angolino con un pò di privacy per una necessità impellente, e maneggioni che in cambio di una mancia promettono la soluzione di ogni problema, salvo sparire con le tue due lire dopo aver fatto finta di intercedere per te, in puro stile “La grande guerra” (Ricordi….Gassman e Sordi al distretto…?) Purtroppo i Paesi ex URSS non sono ancora pronti per il turista-fai-da-te, che viene visto nell’ordine: come potenziale nemico/spione, come contrabbandiere di merci varie, come pollo da spennare, come oggetto di scherzi idioti quando non di furti o rapine…si finisce QUASI per rimpiangere la possibilità, tanto agognata, di mettersi in viaggio per ogni dove!
    (PS: se non l’avete già fatto, pensate ad un viaggio in Iran: una volta superata la difficoltà iniziale del visto di ingresso, da richiedere con largo anticipo, vi troverete a viaggiare in un paese davvero sorprendente, con la gente che vi ferma per strada per farvi regali dicendo (in inglese) : “Grazie di essere venuti qui nonostante quello che le televisioni fanno vedere di noi!” Peccato solo l’obbligo di velo per tutte le donne, anche le turiste…ma non si può – per ora -. avere tutto!)

  3. cristina brondoni
    1 giugno 2014 a 16:11 | #3

    Ciao Gio,

    grazie!

    A presto,

    Cristina

  4. cristina brondoni
    1 giugno 2014 a 16:15 | #4

    Ciao Luca Andrea,

    all’Iran, in effetti, ancora non avevamo pensato. L’Ucraina è stata una cosa improvvisa. Leggo qui e là della loro voglia di entrare nell’Unione.

    Invece la voglia, dalla nostra limitata e non esauriente esperienza, è ancora legata a quello che dici tu dei Paesi africani: il bollo, la carta, il documento, il timbro.

    E il timbro, in effetti, tutti ce l’avevano legato alla cintura (insieme alla Pistoleta Makarova e al Kalashnikov).

    Sembra più la voglia di imporsi sugli altri, in ogni modo, che la voglia di capire e conoscere quella che spinge verso l’Europa. Cosa che, a dirla tutta, ci ha un po’ fatto paura.

    Mi fa piacere che sei un viaggiatore. Magari raccontaci di te e dei tuoi viaggi! 🙂

    A presto e grazie per aver condiviso la tua esperienza (e averci messo sulla rotta dell’Iran),

    Cristina

  5. Luca Andrea
    1 giugno 2014 a 16:50 | #5

    Cara Cristina, grazie a te per condividere i tuoi pensieri e le tue esperienze (anche quelle non legate alla professione)
    Ormai come viaggiatore sono un pò in ribasso, in parte per questioni anagrafiche, in parte per evidenti problemi di sicurezza nei paesi a me più congeniali, ma uno dei miei figli ha ereditato da me (e dal nonno!) la voglia di vedere il mondo: mi permetto di segnalarti il suo (o meglio, loro, visto che è in giro con la girlfriend) blog, qui su wordpress!
    http://beentogether.wordpress.com/
    Ci sono anche consigli pratici per muoversi al meglio nei vari paesi. 😉
    Bon voyage!
    L.A.L.

  6. cristina brondoni
    1 giugno 2014 a 22:16 | #6

    Ciao Luca Andrea,

    grazie!

    Bellissimo blog! Un progetto davvero meraviglioso. Grazie per averlo segnalato.

    Buona vita.

    Cristina

  7. LucaAndrea
    2 giugno 2014 a 9:31 | #7

    Grazie a te!
    Buon lavoro!
    🙂

  8. Antonio
    15 novembre 2014 a 22:39 | #8

    Solo poche righe. Secondo me, considerato che entro ed esco dalla stessa frontiera ormai da circa 6 anni e considerato che non mi è mai capitato di subire uno solo dei controlli nella maniera da voi descritta, credo che o siete voi maledettamente sfortunati o avete raccontate un sacco di baggianate. Vi sto scrivendo da Ternopol Ucraina dove sono arrivato due mesi fa e dopodomani rientro recandosi appunto verso Chop/Zhaoni.

  9. cristina brondoni
    17 novembre 2014 a 10:14 | #9

    Caro Antonio,

    è sempre bello avere qualcuno che arriva e commenta come se fosse il padrone del mondo. E del sito. Se fa avanti e indietro dalla stessa frontiera da sei anni e non l’hanno mai fermata mi fa piacere.

    Ma se non è nato con i paraocchi e si guarda un attimo attorno direi che, con un minimo di attenzione (ma davvero minimo, è sufficiente uno sguardo), potrà notare chi viene fermato e chi no.

    Viene fermato chi transita per la prima volta. Forse sei anni fa era diverso. Forse siamo entrati in Ucraina in un momento storico un po’ agitato, non saprei. Fatto sta che non eravamo gli unici fermi per ore.

    Rispondo alla sua illazione sul “sacco di baggianate” rilanciando. Così, giusto perché è lunedì mattina e lei è stato piuttosto sgarbato e non gradisco la gente gratuitamente sgarbata.

    Ho notato che chi fa avanti e indietro e l’ho anche scritto nel post non viene fermato. E c’erano casse di vodka, casse di un sacco di altra roba, sigarette, e c’erano ubriachi che se la raccontavano con i doganieri.

    Forse vengono fermati solo quelli per bene.

    Care cose.

    Cristina

  10. thomas
    2 febbraio 2015 a 0:34 | #10

    ciao leggendo la storia mi hai fatto ridere un paio di volte perché mi hai ricordato un esperienza che ebbi in Transnistria nel 2006, comunque peccato che vi siete fermati al confine, la vita ucraina é lenta e burocratica ma quello che dovremmo imparare noi europei frettolosi é tralasciare le superficialità quotidiane e vedere che con la loro semplicità sono i valori piu basilari i piu importanti, famiglia e no stress.
    Anche se credo non ritornereste piu, intuendo l articolo, vi consiglio di visitare Leopoli che ha il centro storico patrimonio mondiale Unesco e camminando per le vie gustosamente pulite e colorate, con melodie che uniscono est con ovest, locali senza mega insegne pubblicitare, capirete come la vera Europa ormai non sta più nelle rinomate realtà occidentali oggi tutte simili, centri rovinati da architetti da manicomio, banche, fast food e invase da cittadini diversamente europei che disprezzano la nostra cultura.
    Buon viaggio!

  11. cristina brondoni
    2 febbraio 2015 a 11:30 | #11

    Ciao Thomas,

    la Transnistria è un altro dei posti in cui vorremmo andare. Sempre in camper. In realtà abbiamo pensato le stesse cose fermandoci a vivere la vita in Ungheria e Slovacchia. Sono certa che la stessa aria di semplicità e a tratti di poesia e silenzio si respiri anche in Ucraina.
    Ho scritto il post praticamente mentre tutto stava accadendo e cinque ore di dogana, probabilmente, mi hanno messo davanti al solo lato burocratico della questione. Ma non abbiamo affatto escluso l’Ucraina e il resto dell’Est dalle nostre mete, anzi.
    Ho trovato che la nuova frontiera, la voglia di fare, i sogni insieme agli spazi sconfinati stanno a Est. Ho avuto occasione di avere a che fare, per lavoro, sul posto, con un imprenditore slovacco e mi sono ritrovata a chiedergli un posto di lavoro… certo, dovrei magari prima imparare la lingua. Per cui, nonostante il mio post un po’ irritato, l’Est rimane tra le mete.
    Se hai voglia e tempo di darci consigli sulla Transnistria ne saremmo davvero lieti! 🙂
    A presto e buon viaggio anche a te,
    Cristina

  12. Thomas
    2 febbraio 2015 a 22:14 | #12

    Della Transnistria ho da raccontare ben poco perché vedemmo solo la (le) dogane. Ci chiesero 100 euro per entrare, eravamo tutti giovani, sui 20-21 anni, totalmente inesperti, una storia simile alla vostra, ma fu di notte e pressoché gli unici ad entrare. Ti parlo del 2006. Quattro posti di blocco, il primo senza problemi, il secondo militari con Kalasnikov che ci aprirono un cancelletto sulla strada alto un metro per farci passare, il terzo, dogana con falce e martello bene in vista (guardati lo stemma della Transnistria), 1 ora e mezzo di incomprensioni, non volevamo pagare ma da inesperti non provammo nemmeno ad azzardare degli sconti.
    Con una mappa in cirillico ingiallita ci dissero di passare per Palanca, la nostra direzione era Odessa, ma destino vuole che proprio in quella sera la macchina facesse fatica ad accendersi e dalla paura mista alla situazione decidemmo di tornare indietro.
    Da li partì la leggenda dell’Ucraina e gli anni successivi la visitammo praticamente tutta, chi in auto, chi in aereo.
    Troverete un’umiltà sorprendente tra la gente, non visitatela al confine con la Romania, piuttosto a nord-ovest, Leopoli, Ivano-Frankivsk, al primo sguardo vi sembreranno (e lo sono) povera gente, triste, non sorride spesso, tra le difficoltà che hanno, poverissimi e ricchissimi che convivono, qui in Italia tutti aspettano una rivoluzione tra classi sociali, ma se non succede neanche in Ucraina prova ad immaginare in italia?!?
    Farete molti paragoni con l’Europa cosiddetta benestante, pro e contro, ma alla fine capirete che, diversamente dal titolo che hai scritto, ormai al giorno d’oggi quella non è un’Europa lontana, ma quel che rimane della vera Europa!
    Matteo

  13. cristina brondoni
    3 febbraio 2015 a 10:58 | #13

    Ciao Matteo,

    in effetti della Transnistria ho letto parecchio (e ho anche scritto un articolo sulle tantissime armi che sono rimaste quando l’esercito dell’ex Unione Sovietica se n’è andato), ma davvero vorrei andarci. Ho trovato, online, qualche diario di viaggio di gente che, pagando (anche recentemente), è riuscita a fare un giro senza tanti problemi.

    La situazioni che descrivi è un po’ ansiogena, tipo la nostra alla frontiera tra Ungheria e Ucraina.

    Ma descrivi anche gli ucraini: sono le stesse sensazioni che abbiamo avuto andando in Slovacchia. Gente che sembrava scontrosa e un po’ triste, pronta ad aprirsi in un sorriso. Il tassista che abbiamo “abbordato” e a cui abbiamo chiesto un aiuto ha detto a suo figlio, Piotr, un bimbetto di sei o sette anni, di andare in casa che c’era “lo straniero”.

    Capisco pochissimo il russo e pochissimo l’ucraino, ma ha detto “lo straniero”. Ho provato a dirgli che non eravamo “lo straniero”, ha risposto che il problema non era tanto “lo straniero” quanto quello che “lo straniero” porta. Gli ho chiesto cosa portasse e lui “sogni”.

    Mi ha fatto un po’ tristezza, mica puoi crescere i figli senza sogni. E alla fine, a metà tra l’inglese e l’ucraino, ho capito che lui a “sogni” dava un’accezione negativa. E che sono invece le certezze e la realtà quello che davvero ti rende buono e ti fa crescere.

    Poco, pochissimo della gente ucraina: ma molto istruttivo.

    Il titolo, hai ragione, è uscito come ho detto sull’onda del panico da burocrazia ucraina. E hai ragione tu: è la vecchia Europa. La stessa che abbiamo trovato nelle meravigliose città dell’ex Germania Est, dell’Ungheria e della Slovacchia.

    Che dire? Non ci resta che continuare a viaggere. Grazie per le tue parole e grazie per esserti soffermato a raccontare. 🙂

    A presto e buon martedì.

    Cristina

  14. francesco
    25 marzo 2015 a 21:04 | #14

    Buonasera, ho letto il racconto della signora in frontiera, mi dispiace per quanto ha sopportato, io lavoro a huzgoorod e passo la frontiera 2 volte al mese da 10 anni, non ho avuto mai problemi anzi massima gentilezza degli ungheresi e ancor di più dagli ucraini.volevo precisare che in tutte le frontiere gli agenti sono armati. Penso, anzi sono certo che gli amici non sono passati da huzgoorod avrebbero notato una bellissima cittadina, accogliente, senza rom , e abitanti cordiali e rispettosi. Io e altri 50 italiani viviamo in huzgoorod e vi posso assicurare che rispetto alle nostre cittadine la qualità di vita è di gran lunga superiore. Sarei felice di ospitare i signori del camper per aiutarli a conoscere huzgoorod e l’Ucraina , chissà forse saremo due italiani in più in territorio ucraino.

  15. cristina brondoni
    26 marzo 2015 a 10:33 | #15

    Gentile Francesco,

    la mia esperienza alla frontiera è stata interessante. Chiaro che la polizia, alle frontiere, è armata. Sicuramente la mia esperienza è stata diversa da quella di molti altri, non lo metto in dubbio, ma passare ore e ore senza documenti (perché ritirati dai doganieri che, tra l’altro, non parlano altro che la loro lingua) non è stato piacevole…
    Grazie per l’invito, ci penserò 🙂
    A presto,
    Cristina

  16. Giuliano
    31 luglio 2016 a 11:14 | #16

    Tra i primi ricordi della mia vita c’è l’attraversamento di un confine (il mio primo). Nell’estate del 1954, da Trieste sotto amministrazione inglese verso l’Italia (noi tutti italiani). Ricordo un silenzio innaturale in macchina (una Topolino) mentre un soldato armato con “catino” in testa mi guardava attraverso il finestrino. Da allora, abitando a Trieste, il passaggio del confine (circa 10 Km dal centro città) è diventato un abitudine, ma dai tempi della cortina di ferro di cui la Jugoslavia di Tito era l’esempio più soft sino a Schengen le esperienze sono state innumerevoli e varie. Da attese snervanti (8 ore al confine Polonia-Ucraina) alle perquisizioni corporali (aeroporto di Tunisi) alle “curiose invenzioni” (leggasi tangenti a volte personali ed a volte ufficiali) delle autorità preposte: come al rientro a Zahony dall’Ucraina quando scopro che posso portare solo 2 pacchetti di sigarette (in aereo ne sono concessi 10 come indicato sui siti, ma sul confine terrestre sono 2 come indicato su un foglietto attaccato al vetro del gabbiotto).

  17. Giuliano
    31 luglio 2016 a 11:28 | #17

    Gentile signora, all’inizio della mia esperienza con l’Ucraina (ho una compagna russa che nel 1992 è diventata cittadina ucraina per silenzio assenso) sapevo forse 15 parole russe, ma tra i lati positivi ho trovato che gli ucraini sono gente sì riservata, ma molto disponibile. A Leopoli dovevo raggiungere la stazione in piena notte (ero in camper da solo con navigatore defunto) e tutti i passanti (purtroppo le lingue occidentali a quell’ora erano inutili) sono stati supergentili. Negli anni mi sono reso conto che tutto il mondo è paese ed a volte sono le nostre aspettative a renderci più o meno simpatica/accettabile una situazione. Certo il cirillico non facilita, ma anche la Grecia non scherza per quanto ai cartelli.
    Grazie del suo divertente (immagino anche per Lei a distanza di tempo) resoconto di viaggio.

  18. Enrico
    19 agosto 2016 a 16:23 | #18

    Io ho trovato noioso e petulante questo post. E anche pregno di un atteggiamento saccente e superiore tipico degli italiani che vanno verso un paese straniero .
    Non ho trovato quello spirito di conoscenza . di curiosità , di pazienza che occorre quando si esce dal solito cerchio della tangenziale nostrana.
    L Ucraina è un bellissimo paese con persone perlopiù gentili e oneste.
    Quasi assente la delinquenza. Le donne possono girare liberamente e sono molto belle.
    Un paese in difficoltà a causa della crisi economica e della guerra.
    Purtroppo gli italiani sono più abituati a giudicare secondo il loro metro che a comprendere la realtà.
    A parziale giustificazione di questo post vi è il fatto che avete visto quasi niente del paese
    Andate pure in Iran o in uno di quei paesi arabi Islamisti .
    Auguri

  19. cristina brondoni
    19 agosto 2016 a 18:17 | #19

    Gentile Enrico,

    grazie per il suo contributo.

    Ha letto le statistiche sulla delinquenza in Ucraina? Non credo. Non si senta in dovere di dire la sua anche se non ha idea di cosa dire.

    Ho ancora il camper con i segni del kalashnikov. E i doganieri aspettavano che pagassimo la tangente per passare, come del resto facevano tutti, ovvio. Ma lei continui pure a dire che la delinquenza è quasi assente. E che le donne possono girare liberamente.

    Che poi siano molto belle mi pare decisamente il commento del classico italiano in gita.

    Grazie anche per aver accordato la sua personalissima parziale giustificazione. Ottimo.

    Non si senta in dovere di rispondere. O di commentare altri post. Né, ovviamente, di leggerli.

    Care cose.

    Cristina

  20. tucatuca
    5 gennaio 2017 a 16:59 | #20

    Chi pensa di fare il turista ” sbruffone “…….trovera’ la cosa che cerca…chi invece comprende che il problema e’ dalla parte ” europea “……..trovera’ gente socievole.dalla parte ” non europea “….parlo x esperienza vissuta ( vedi i ” famosi ” 2 pacchetti di sigarette..) dove si dimostra il cattivo gusto………

    in quanto a delinquenza…non e’ palesemente ignorata come da noi……dove il borseggio rimane impunito……….e tutto il mondo non e’ paese..

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