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Il delitto delle mani mozzate, Piccolomo e Lidia Macchi

Giuseppe Piccolomo durante un'udienza per l'omicidio Molinari.

Giuseppe Piccolomo durante un’udienza per l’omicidio Molinari.

L’omicidio dell’anziana signora Carla Molinari, avvenuto il 5 novembre 2009 a Cocquio Trevisago in provincia di Varese, destò un certo scalpore per l’efferatezza con cui era stato portato a termine. La signora, infatti, era stata accoltellata dal suo aggressore con tale e tanta violenza da far pensare a una vendetta.

Per l’omicidio, dopo mesi di indagini, fu arrestato Giuseppe Piccolomo, un uomo conosciuto come violento e fan di serie tv. Piccolomo era andato a casa di Carla Molinari propabilmente per una questione di denaro. Aveva chiesto soldi in prestito all’anziana signora e ora ne chiedeva altri. Ma Carla non aveva ceduto alle richieste.

Piccolomo, dopo una colluttazione, aveva accoltellato l’anziana e dato che lei si era difesa graffiandolo sul viso, aveva deciso di amputarle le mani in modo che il suo Dna, rimasto sotto le unghie, non venisse trovato sulla scena del delitto. Quando le forze dell’ordine arrivano nell’abitazione di Carla si trovano di fronte una scena drammatica.

La donna è stata uccisa con più di venti fendenti, uno ha quasi rischiato di decapitarla, le mani sono state amputate e, in casa, non ci sono. E non ci sono nemmeno in giardino. Qualcuno pensa subito alla pista satanica, a riti esoterici, ma fortunatamente la pensata dura poco.

I mozziconi di sigaretta

Inizia l’indagine e durante i rilievi vengono repertarti parecchi mozziconi di sigaretta rinvenuti nell’abitazione di Carla. Il Dna racconta che sono di donatori diversi, ma non è possibile risalire a nulla. Del delitto si parlerà per un po’, poi i giornali nazionali smettono di occuparsene. Se ne occupa ancora la stampa locale.

Ma per dire qualcosa ogni tanto. Tipo che le indagini sono ferme e che gli investigatori pensano all’usura o a un giro di prostituzione, dato che non riescono a spiegarsi altrimenti quella quantità incredibile di mozziconi di sigaretta a casa della signora Molinari. Che era, tra l’altro, una persona schiva.

I suoi vicini la ricordano come una donna taciturana, che non conoscevano molto bene, complice il fatto che l’82enne Carla fosse da poco rientrata in Italia dopo una vita trascorsa in Francia. Anche una sua nipote racconta di non avere avuto grandi rapporti con la zia. Quindi? Chi voleva morta Carla? E perché tagliarle le mani?

Indagini a casa di Carla Molinari.

Indagini a casa di Carla Molinari.

L’illuminazione e la svolta

Un giorno, una lettrice di un giornale della provicia di Varese, scorrendo gli articoli nota un trafiletto proprio sulla quantità di mozziconi di sigaretta. E le viene in mente che, parecchio tempo prima, in un centro commerciale per il fai da te, aveva notato, non senza una qualche curiosità, un uomo che svuotava un posacenere.

Il posacenere era uno di quelli grandi, messi all’ingresso del centro commerciale. L’operazione aveva richiesto un po’ di tempo. L’uomo aveva con sé un sacchetto di plastica per svuotare il contenuto del posacenere. La lettrice non aveva esitato e aveva chiamato le forze dell’ordine per raccontare quanto ricordava di aver visto.

Da quella telefonata l’indagine riparte. Le telecamere a circuito chiuso del centro commerciale mostrano tutto ciò che la lettrice aveva raccontato. Ma chi è quell’uomo? E perché svuota un posacenere di un centro commerciale? Si ricomincia con l’indagine tradizionale e si va a sentire un po’ in giro.

Le serie tv e l’arresto

Gli avventori di un paio di bar raccontano che tutti conoscono Giuseppe Piccolomo, un violento, un fan di CSI, Criminal Minds e un sacco di altre serie tv crime che, tra l’altro, pochi giorno dopo il delitto delle mani mozzate si era presentato con profondi graffi sul viso minacciando anche di uccidere come il killer delle mani mozzate.

Gli investigatori si presentano a casa di Giuseppe che, nemmeno a dirlo, ha un coltellaccio da cucina, sporco di sangue, appoggiato sul comodino. Nega tutto, Giuseppe, ma il Dna sul coltello appartiene a Carla Molinari. E il confronto con l’uomo ripreso dalle telecamere del centro commerciale indica che è lui.

Per cui i mozziconi gli servivano per sviare le indagini. Lo aveva visto tante volte in tv, nei telefilm che guardava. Piccolomo si è sempre procalmato innocente per l’omicidio di Carla Molinari (le cui mani, purtroppo, non sono mai state trovate). In una delle udienze Piccolomo ha urlato contro il giudice tutta la sua rabbia.

La giustizia è arrivata veloce. Piccolomo per l”omicidio volontario di Carla Molinari è stato condannato all’ergastolo. Ma c’è dell’altro nel passato di Piccolomo. Al processo le sue due figlie, Cinzia e Tina, hanno raccontato a più riprese a chiunque volesse ascoltarle, che il loro padre si vantava dell’omicidio di Lidia Macchi.

Lidia Macchi.

Lidia Macchi.

Il caso di Lidia Macchi

Lidia era una studentessa universitaria 21enne che è stata uccisa tra il 5 e il 7 gennaio 1987 dalle parti di Cittiglio (Varese). Era una brava ragazza, capo scout, molto religiosa e senza lati oscuri. E’ stata trovata morta in un boschetto. Era stata violentata e il suo aggressore aveva nascosto il corpo con dei cartoni.

Sulla scena erano state trovate siringhe usate, fazzoletti di carta e una quantità di “reperti” che avrebbe dovuto far sospettare uno staging, ovvero un depistaggio. Quei “reperti”, infatti, parevano troppi anche per un posto abitualmente frequentato da tossici e coppiette. Ma le indagini, a un certo punto, di sono fermate.

Cinzia e Tina Piccolomo hanno sempre raccontato che il loro padre si vantava spesso di aver ucciso Lidia, mentre lo raccontava mimava il gesto delle coltellate. Perché Lidia è stata accoltellata una trentina di volte. I Piccolomo, all’epoca, abitavano a 400 metri dal luogo in cui era stata trovata Lidia.

Il rinvio a giudizio

Il 26 luglio 2014, grazie alla tenacia della giornalista Ilaria Cavo, la procura generale di Milano ha rinviato a giudizio Piccolomo.

Dagli archivi dell’epoca, tra l’altro, è saltato fuori un indentikit che sembra la fotografia di Piccolomo. Identikit fatto raccogliendo la testimonianza di tre donne importunate nel parcheggio in cui era stata vista viva Lidia l’ultima volta, quello dell’ospedale di Cittiglio.

Lo strano “incidente” in cui morì Marisa

Ma c’è dell’altro ancora. Cinzia e Tina non hanno mai creduto all’incidente che ha portato via la loro mamma, Marisa Maldera, nel 2003. Marisa aveva chiuso con il marito Giuseppe il ristorante e i due stavano rincasando in auto. A un certo punto Giuseppe si era fermato a fare benzina e, già che c’era aveva riempito anche una tanica.

Tanica che poi aveva posizionato nell’abitacolo o forse nel baule dell’auto, non ricordava bene. Fatto sta che, secondo il suo racconto, a un certo punto a Marisa era venuta voglia di fumare una sigaretta e mentre l’accendeva l’abitacolo aveva preso fuoco. Lui, Giuseppe, era fuggito dall’auto.

Mentre Marisa era rimasta imprigionata tra le fiamme. Imprigionata perché Giuseppe aveva portato con sé le chiavi e, secondo il suo racconto, invece di aprire, aveva chiuso l’auto con il telecomando. Non gli era rimasto altro da fare che guardare sua moglie morire tra le fiamme.

Marisa Maldera e Giuseppe Piccolomo.

Marisa Maldera e Giuseppe Piccolomo.

Il patteggiamento per l’omicidio

Per la morte di Marisa, Giuseppe Piccolomo aveva patteggiato un anno e quattro mesi. Cioè, in sostanza, aveva riconosciuto che era colpa sua (omicidio colposo), ma che no, non aveva certo voluto ammazzarla. E tutti ci avevano creduto. Peccato che non sia mai stato chiarito se Piccolomo avesse necessità di quella tanica di benzina.

Cioè se hai a casa un tagliaerba, un motorino, una moto qualcosa che vada a benzina allora forse davvero ti serve la tanichetta da pochi litri. Altrimenti non ci sarebbe motivo di avere una scorta. Anche perché era una scorta mimina. Ma tant’è. Nemmemo a dirlo, Piccolomo, tempo dopo (non molto) sposerà la cameriera del ristorante.

E la donna gli darà un altro paio di figli. La nuova signora Piccolomo, dopo l’omicidio delle mani mozzate, ha fatto rientro con la prole al suo paese, in Marocco. Lui, invece, è in carcere, a Pavia, e dovrà rispondere, a questo punto, anche del delitto di Lidia Macchi.

Depistare le indagini, come visto in tv

I tre delitti, seppur diversi nell’esecuzione, presentano dei punti in comune, uno su tutti: lo staging. La scena del crimine di Lidia presentava una quantità di reperti non indifferente, troppi anche per la zona. Il corpo della giovane era stato rivestito (i collant erano messi al contrario).

Il corpo era coperto da cartoni, per qualcuno un segnale di vergogna. Ma più probabilmente la volontà di occultare il cadavere in modo da rallentarne il rinvenimento. All’epoca, a casa Macchi, arrivò anche una lettera anonima. Forse un altro modo di sviare l’indagine.

… o letto in un libro, magari

L’omicidio di Marisa è piuttosto sui generis. Non è stata accoltellata, certo, ma la scena pare uscita da un film o da un libro. Tipo il romanzo Il Partner di John Grisham, dove, nelle prime pagine viene descritta questa scena:

«…il rogo è stato provocato dalla benzina» continò Parrish. «Ne siamo certi perché Patrick aveva appena fatto il pieno. Dunque, quando ha preso fuoco il serbatoio, sono saltati in aria gli ottanta litri di benzina. Gli investigatori hano tuttavia notato un livello di calore insolitamente alto».
«Avete trovato resti di qualche contenitore a bordo del veicolo?» chiese un giurato.
«No. Ma nei casi di questo genere è normale che vengano utilizati contenitori di plastica. Tra i preferiti dagli incendiari ci sono i bottiglioni del latte e le tanichette antigelo. Non lasciano tracce (…)»

Il corpo di Marisa è stato trovato riverso sul sedile del guidatore. La chiusura dell’auto, una Volvo Polar, è centralizzata. Ma dall’interno Marisa avrebbe potuto aprire la porta. A meno che le fiamme non glielo abbiano impedito (o a meno che non fosse stata svenuta).

L'identikit, a destra, fatto all'epoca dell'omicidio Macchi.

L’identikit, a destra, fatto all’epoca dell’omicidio Macchi.

Un possibile movente

Il serbatoio, nel caso dell’auto dei Piccolomo, non è esploso. Ma Piccolomo ha fatto in modo di portare l’auto fuori strada. Poco dopo aver fatto il pieno e di abbandonarla in tempo. Cosa che, Marisa, non ha potuto fare. Sarebbe da chiedere a Piccolomo se, oltre a essere fan di serie tv, sia fan anche di Grisham.

Ma a parte la fiction. Non c’era motivo per acquistare, oltre alla benzina, anche una tanica da tenere nell’abitacolo. Forse, ma solo forse, se Piccolomo non avesse, da vedovo, iniziato a frequentare subito la cameriera del suo ristorante sarebbe risultato meno sospetto.

Carla, CSI e Criminal Minds

La scena del crimine a casa di Carla è quella in cui lo staging è arrivato all’apice: i mozziconi presi nel centro commerciale prima di arrivare a casa di lei. La premeditazione è piuttosto evidente. E anche l’idea di sviare le indagini lo è. Il mozzare le mani, invece, è stato conseguente.

E Piccolomo, che probabilmente si è sentito molto intelligente (in fin dei conti ha ammazzato la moglie e l’ha passata liscia), non ha potuto fare a meno di vantarsi per la trovata messa in atto e vista in tv. In CSI ritroviamo una scena simile nell’episodio 15 della settima stagione (“Forza di gravità”).

Viene scoperto un duplice omicidio in un casinò, le vittime sono un uomo e una donna. Alla donna è stata amputata la mano destra. E tutti a chiedersi cosa stringesse, perché l’assassino la volesse. Alla fine la mano viene trovata in un piccolo contenitore frigorifero con un messaggio: “Guarda sotto le unghie”.

Il CSI Effect per cattivi

Si parla, ovviamente, del Dna del killer. L’episodio in questione è stato trasmesso in Italia da Fox Crime il 20 settembre 2007 che quella sera mandò in onda tre episodi di fila: il 14, il 15 e il 16. In chiaro la settima statione è stata trasmessa interamente da Italia 1 dal 26 marzo al 26 maggio 2008.

Per quanto riguarda i mozziconi di sigaretta, nell’episodio 7 della seconda stagione di Criminal Minds (“North Mammon”) un rapitore lascia, poco distante dal luogo di un rapimento, una manciata di mozziconi. I test portano a un indiziato che però è estraneo al fatto.

I mozziconi, infatti, sono stati lasciati apposta sul luogo del rapimento dopo essere stati raccolti altrove, l’intento è quello di depistare l’indagine. In Italia la puntata è stata trasmessa in anteprima da Fox Crime il 10 maggio 2007 e nel 2008 è stata riproposta da Rai Due.

Magari è vero, sto verificando

Tornando alla realtà. Un caro amico mi ha detto, parlando di questo caso al telefono, che forse sto verificando, come faceva Cesare Lombroso, invece di falsificare. Probabilmente ha ragione lui. Ma Piccolomo era conosciuto come “quello delle serie tv” e uno che guarda serie tv crime non è del tutto escluso che legga Grisham.

In più mi viene in mente che forse, ogni tanto, bisogna rischiare. E il rischio è quello di perdere la faccia. Ma non è la prima volta che la gente ammazza non perché lo ha visto in tv, ma seguendo un metodo visto in tv: questo significa che l’intento criminale non viene dalle serie tv, bensì dalla persona.

. Volendo, però, ci si può anche attenere ai fatti: tutti e tre gli omicidi sono stati commessi per nascondere un altro reato. Nel caso di Lidia la violenza sessuale, nel caso di Marisa la storia con la cameriera, nel caso di Carla il denaro.

Il caso sembra avere perso un po’ di interesse. In molti dicono che tanto ha già preso l’ergastolo. Ma c’è la famiglia di Lidia Macchi che aspetta giustizia da 27 anni. Almeno sapere che il colpevole non è più in circolazione. E poi ci sono le figlie di Piccolomo, che non hanno mai creduto che la loro madre sia morta per sbaglio.

Categorie:crimini
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