Home > crimini > Franzoni ai domiciliari: perizie, buonsenso e certezza della pena

Franzoni ai domiciliari: perizie, buonsenso e certezza della pena

Il letto in cui fu ucciso Samuele Lorenzi.

Il letto in cui fu ucciso Samuele Lorenzi.

Annamaria Franzoni ai domiciliari. E’ tornata a casa. Dovrà scontare il resto della pena a cui è stata condannata per l’omicidio di suo figlio Samuele a Ripoli, frazione di San Benedetto Val di Sambro. Samuele Lorenzi fu trovato agonizzante nel letto dei genitori il 30 gennaio 2002. A trovarlo fu lei, la madre, che chiese aiuto, ma per il bimbo non ci fu nulla da fare.

Dopo anni di prove, perizie, controprove e dibattimenti, nel 2008 Annamaria Franzoni è stata condannata in Cassazione a 16 anni di carcere per l’omicidio del figlio. E fu una condanna piuttosto sui generis. Lei si è sempre dichiarata innocente, non ha mai ammesso nessuna colpa, non fu trovata l’arma del delitto e nemmeno un testimone pronto a dire la sua.

Annamaria Franzoni fu condannata perché non poteva che essere stata lei a uccidere Samuele Lorenzi. Ancora oggi si dice innocente. Tempo fa le era stato concesso il beneficio del lavoro diurno. Ora, da qualche giorno, è tornata dalla sua famiglia per scontare i 10 anni finali (ovvero praticamente i due terzi della pena) a casa.

La perizia del professor Augusto Balloni esclude che Annamaria Franzoni possa tornare a uccidere. Non commetterà più, secondo Balloni, lo stesso reato perché all’epoca c’era “una costellazione di eventi” che oggi non c’è più. La signora Franzoni non potrà tornare a Cogne. Ma resterà a Ripoli. Balloni indica la famiglia di Annamaria come “coesa”.

E dice anche che è stata la solitudine in cui versava a Cogne nel 2002 a farle commettere il delitto. Mentre la psicoterapia a cui è già sottoposta e l’aiuto della sua famiglia “coesa” l’aiuteranno nel percorso di risocializzazione in modo che, quando avrà terminato di scontare la pena, potrà inserirsi nuovamente in società senza traumi.

Annamaria Franzoni all'arrivo a casa.

Annamaria Franzoni all’arrivo a casa.

L’avvocato di Annamaria Franzoni, Paola Savio, ha fatto sapere che la sua assistita era “felice” della decisione. A casa ha trovato il marito Stefano e i due figli: Davide che oggi ha 18 anni e che all’epoca del delitto era stato considerato il testimone chiave della difesa, ma non ha mai testimoniato (poiché ritenuto inattendibile) e Gioele.

Gioele ha 11 anni ed è nato dopo l’omicidio di Samuele. Ciò che all’epoca fece scalpore intorno a questa nascita fu che Annamaria Franzoni chiese al marito, appena dopo il delitto, di fare un altro figlio. Richiesta che, evidentemente, fu accolta senza troppe esitazioni.

Un po’ di statistica

La sicurezza con cui il professor Balloni esclude la reiterazione del reato forse affonda le sue radici nella statistica: le donne che uccidono i loro figli di solito se la prendono con uno in particolare. Oppure li eliminano tutti insieme. O, ancora, li eliminano uno dopo l’altro quando i bambini raggiungono una certa età.

Fatto sta che la statistica dice anche che il 97% delle donne omicide ammette la colpa entro i cinque anni dall’omicidio. Annamaria Franzoni rientra, quindi, nel restante 3%. Se vogliamo attenerci alla sentenza. Altrimenti dobbiamo attenerci alle sue parole di innocenza.

Perizie e menzogne

Certo psicologi e psichiatri che all’epoca la periziarono la ritennero affetta da “nevrosi isterica, portata alla teatralità e alla simulazione”. E chi era davanti alla tv qualche domanda se la fece vedendola al Maurizio Costanzo Show e soprattutto sentendo il suo fuori onda: “Ho pianto troppo?”.

Annamaria Franzoni accusò apertamente un vicino di casa (risultato estraneo ai fatti) di essere il “vero assassino”. Il vicino non la prese bene e la denunciò (il tribunale procedette nei confronti della donna che aveva fatto un esposto). Annamaria, in occasione di un’intervista per un libro, disse di non aver mai accusato il vicino.

Nel 2008 un’altra perizia stabilì che Annamaria Franzoni era socialmente pericolosa ed escludeva la possibilità che la donna potesse vedere i suoi figli in carcere. Ma nel frattempo erano già scattati i benefici e i permessi premio per far sì che Annamaria potesse passare del tempo con la sua famiglia a Ripoli.

Annamaria Franzoni all'uscita dal carcere diretta a casa per i domiciliari.

Annamaria Franzoni all’uscita dal carcere diretta a casa per i domiciliari.

Mai più a Cogne… e quindi?

Il fatto che non possa tornare a Cogne fa un po’ sorridere. Come se il problema fosse il posto. E non il cosa. A Cogne sicuramente sono contenti di essersela levata di torno. Annamaria Franzoni fa un po’ la figura dell’esiliata: può tornare a casa, crescere i figli (o limitarsi a vederli crescere), lavorare. Ma per l’amor del cielo, mai più a Cogne!

Ma è poi così importante Cogne? Il posto in sé? Siamo davvero tutti convinti che è stato l’ambiente, nel senso di ambiente geografico e sociale, che l’ha spinta (sempre secondo sentenza) a prendere a colpi in testa (almeno 17, secondo l’autopsia) con non si sa cosa il suo figliolo di tre anni? Colpa di Cogne? Eppure gli altri genitori, a Cogne, non ammazzano i loro figli.

Il ritorno nel nido

E così Annamaria Franzoni è stata riconsegnata alla famiglia. Lontano da Cogne. Annamaria è tornata da quella famiglia che sembra tanto un clan. Quella famiglia che giudicata “coesa” dovrà essere parte integrante della riabilitazione. Una bella responsabilità, se non altro.

Quella famiglia in cui i due genitori hanno procreato 11 figli: sei maschi e cinque femmine. I sei maschi sono tutti diplomati geometri e tutti lavorano nell’impresa edile del padre. Le femmine, quattro, tranne Annamaria, aiutano tutte le madre nell’agriturismo di loro proprietà. Questo secondo la prima perizia.

Il pigiama indossato da Annamaria Franzoni durante l'omicidio di Samuele Lorenzi.

Il pigiama indossato da Annamaria Franzoni durante l’omicidio di Samuele Lorenzi.

Un gioco per adulti

In questa tragica vicenda la vittima è un bambino di tre anni. Ammazzato non si sa perché. Con non si sa che cosa. Ci sono poi le altre vittime. Davide che all’epoca aveva sei anni. Lui che, all’epoca, avrebbe potuto fare la differenza tra la condanna e l’assoluzione. Perché la difesa puntava sulla sua testimonianza.

Davide, infatti, aveva detto che mamma non era stata sola con Samuele quel giorno. Mai. La sua testimonianza fu giudicata inattendibile e quindi non ammissibile in aula. Ha avuto grandi responsabilità a sei anni. E poi c’è Gioele che Samuele non lo ha mai conosciuto. Lui è il bambino nuovo di zecca arrivato dopo la dipartita di Samuele (esattamente il 26 gennaio 2003, meno di un anno dopo).

In tutto questo i minori sono stati quelli meno considerati. Un minore è morto e due sono rimasti impastati in una tragedia enorme. Ma sono stati gli adulti a fare e a disfare. A condannare e liberare. E se è giusto, e lo è, che la pena debba mirare alla riabilitazione e alla risocializzazione del condannato è anche vero che questo largo anticipo infastidisce.

Samuele Lorenzi.

Samuele Lorenzi.

E la vittima?

Perché la pena dovrebbe ripagare anche un debito alla società. Alla vittima e a tutti gli altri. La pena serve per riequilibrare qualcosa che si è rotto, che si è incrinato. La vittima, Samuele, dovrebbe essere riconosciuta come fulcro da cui partire. E non come una figura ormai muta e sbiadita a cui portare qualche fiore.

Davvero è il caso che una donna accusata di aver ammazzato suo figlio prendendolo a colpi in testa con un oggetto acuminato e pesante torni dai suoi due figli? Perché al di là del fatto che c’è una sentenza che andrebbe rispettata, al di là del fatto che bisogna lavorare per risocializzare il condannato, c’è sempre il buonsenso.

E il buonsenso urla vendetta di fronte ad Annamaria Franzoni ai domiciliari, dai propri figli (superstiti) una madre omicida. Perché magari quei figli lì sono anche contenti di avere a casa mamma, ma la si manda nella stessa famiglia “coesa” che l’ha partorita. E l’ha partorita omicida. Almeno per la giustizia.

  1. ross
    2 luglio 2014 a 13:34 | #1

    Mi sono chiesta, da madre, cosa pensino i figli della signora Franzoni di tutto ciò. Sono grandi: in grado di capire e forse anche di giudicare. Come cittadina mi chiedo perchè a due mesi (aprile 2014) da una perizia che giudicava la Franzoni “socialmente pericolosa” il tribunale di sorveglianza abbia permesso i domiciliari. Mi sono anche chiesta, poi, se anche per i due ragazzi sia prevista una terapia di sostegno (psicologica o di altro tipo, non sono un’esperta), per affrontare la “novità”. Ma non ho letto niente a riguardo. Mi chiedo se la vita di quei 2 ragazzi potrà mai essere davvero serena: già hanno dovuto affrontare una prova come l’assassinio di un fratello piccolissimo in modo orribile e ora la convivenza con la donna, la loro madre, accusata- e condannata- per questo crimine. Ecco, io mi domando soltanto se qualcuno (periti, giudici, assistenti sociali..) abbia pensato a loro. E al loro futuro.l

  2. cristina brondoni
    2 luglio 2014 a 14:47 | #2

    Ciao Ross,

    un’amica su Facebook faceva notare, facendosi le tue stesse domande, che probabilmente essendo cresciuti in una famiglia che è certa dell’innocenza di “Bimba” (il soprannome della Franzoni) forse hanno più il mito della madre innocente e perseguitata (quasi santa) che non la realtà di una madre condannata per la morte del loro fratello.

    In effetti il mio dubbio è il tuo dubbio: e i ragazzini?

    Non sono madre e non credo serva esserlo per farsi questa domanda. Se non altro perché tutti siamo stati bambini. E tutti, più o meno, abbiamo avuto bisogno di crescere in un ambiente decente. Ovvero non a contattato con una madre accusata di omicidio.

    Grazie per aver lasciato il tuo pensiero.

    A presto,

    Cristina

  3. JTK
    3 luglio 2014 a 17:07 | #3

    Oltre alle perplessità di Ross che condivido trovo insopportabile spostare le responsabilità sull’ambiente, su Cogne in questo caso. Non è che possiamo sempre cavarcela dando la colpa “alla società”, cioè agli altri, cioè a nessuno/tutti. De-responsabilizzare l’individuo dalle conseguenze delle proprie azioni può minare alla base il concetto di certezza della pena. Questo è ciò che stride nel pensiero comune.

  4. cristina brondoni
    4 luglio 2014 a 14:05 | #4

    Ciao JTK,

    trovo, come te, piuttosto bizzarro spostare l’attenzione su Cogne. E sì, forse sarebbe il caso di fare un passo indietro rispetto alla sempre presente “colpa della società” in modo da attenersi a ciò che dice, con semplicità e chiarezza, il codice penale: la responsabilità penale è personale.

    Dell’individuo. E non c’è società che tenga. Dato che si agisce grazie al libero arbitrio.

    Grazie per essere passato di qui.

    Cristina

  1. Nessun trackback ancora...