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Archivio per agosto 2015

Il figlio della coppia dell’acido e i buonisti alla riscossa

Alexander Boettcher e Martina Levato.

Alexander Boettcher e Martina Levato.

E’ nato il figlio della coppia dell’acido . Il 15 agosto a Milano, Martina Levato ha partorito il figlio di Alexander Boettcher. I due sono stati condannati a una pena di 14 anni per aver aggredito e sfigurato con l’acido un ex di lei.

Ora il Tribunale dei minori deve pronunciarsi sul destino del neonato. Lasciarlo alla madre che verrà trasferita in una struttura adeguata, affidarlo ai nonni oppure renderlo adottabile da una coppia estranea.

La 27a Ora di Corriere.it ha lanciato un sondaggio chiedendo ai lettori se sono pro o contro la decisione di levare il figlio alla Levato. Otto lettori su dieci, si legge nell’articolo, sono favorevoli alla decisione di levarle il figlio.

La giornalista, Daniela Monti, però non sembra starci. E infatti titola: “Ma chi stiamo tutelando sottraendo un neonato alla madre?”. Il buonismo è palpabile. Naturalmente la risposta è facile: stiamo tutelando il neonato, Daniela.

La possibilità di crescere

Il neonato è infatti al centro della decisione. E’ necessario metterlo al sicuro, dargli l’opportunità di crescere felice. E non è detto che la felicità abbia sempre il volto della madre biologica. Pare evidente, infatti, che Martina Levato non sia un’educanda. Prosegui la lettura…

Della polizia che aspetta il dramma invece di intervenire

Tackleberry - Scuola di polizia. Pareva appropriato.

Tackleberry – Scuola di polizia. Pareva appropriato.

Cari amici delle forze dell’ordine premetto che vi stimo. Quasi tutti. Uno sicuramente, no, non lo stimo.

Oggi ho chiamato la polizia per segnalare che un paio di ubriachi stazionavano da ore davanti al supermercato su cui affaccia il mio studio.

A parte urlare come degli ossessi per buona parte della (altrimenti silenziosa) giornata, a un certo punto hanno praticamente preso possesso del supermercato.

All’interno, vista la giornata di Ferragosto, c’erano solo due commesse sui trent’anni.

Così ho chiamato dicendo che la situazione, a giudicare da quello che vedevo dalla finestra di casa, pareva un attimo fuori controllo.

Ho dovuto sollecitare.

Anche le commesse hanno chiamato la polizia.

E alla fine, dopo quarantacinque minuti sono arrivate quattro pattuglie per un totale di otto sbirri.

Invece di restare a casa, ho deciso di scendere per spiegare la situazione. Perché stare dietro le tendine a guardare fuori non mi appartiene.

La situazione è questa: da otto o nove mesi due individui si tirano attorno una selva di gente ubriaca, tossica e senza fissa dimora. A tutti quelli che pensano che siano invisibili, dico che no, si vedono benissimo. Impossibile non notarli. A volte è stato necessario schivarli. Schivare le manate e le pedate. Le risse. Schivare i loro rifiuti. I loro sputi. I loro residui di vomito. E molto altro che, per non tediare, evito di scrivere.

Uno dei poliziotti mi ha avvicinato nel supermercato e gli ho detto che no, non ero una cliente, ma la persona che ha chiamato per segnalare la situazione.

Mi ha detto che ho fatto male. Che non stava succedendo niente. E che loro avevano molto molto di meglio da fare. Siccome ha detto “di meglio” mi si è parata in mente la griglia accesa con le costine sopra. Avesse detto “di peggio” avrei pensato al lavoro.

Gli ho spiegato, con parole semplici, che prima del loro arrivo uno degli ubriachi  (un metro e novanta di cristiano per più di un centinaio di chili di peso, a occhio e croce) ha scavalcato i tornelli dopo aver dato i numeri perché non si aprivano. Non si aprivano perché pretendeva di uscire dall’entrata, con la merce. Un paio di clienti, a quel punto, sono usciti di corsa forse sentendosi in pericolo (sempre per la cosa che questi sono antisociali e pericolosi, non poveri invisibili).

Mi ha detto che dovevo fare un esposto. E non chiamare la polizia. Che la polizia si chiama solo se la situazione è urgente.

Ho provato a dirgli che la situazione, quarantacinque minuti prima, grave lo era. Ma che naturalmente niente è eterno.

Mi ha ripetuto che, però, in quel momento non era urgente. Bravo. Sei bravo, eh.

Avendo il vago sentore che non avesse voglia di fare un cazzo, ho provato a tastare il terreno suggerendo che l’ubriachezza è un reato. Depenalizzato. Quindi è illecito amministrativo. Ma c’è nel codice penale, tipo. E che i tizi fuori erano ubriachi. Molesti. Potenzialmente pericolosi.

Mi ha risposto, stizzito, che non sapevo di cosa stessi parlando.

Così mi ha chiesto, modello interrogazione della prima media, se sapessi dirgli cosa fosse l’ubriachezza.

Gli ho, ancora una volta, suggerito di non percorrere fino in fondo la strada che aveva imboccato: non ero io il problema. Bensì gli ubriachi molesti.

Quando ha detto che “l’ubriachezza molesta non è un reato” mi sono girati i coglioni. E gli ho fatto notare che, pur non prevedendo la pena di morte per nessuno dei reati, il nostro codice, in fatto di ubriachezza, prevede, per l’illecito, una multa o sanzione amministrativa (art. 688 cp).

Si è un po’ incazzato e mi ha detto che tanto gli ubriachi non pagano.

Bravo il nostro poliziotto! In sostanza si è messo il cappello da giudice ed è già saltato alle conclusioni: il codice non gli piace e quindi che fa? Non lo applica. Non lavora.

Peccato che gli ubriachi, anche da ubriachi, si preoccupino quando qualcuno gli mette i bastoni tra le ruote (o, se gli va male, tra l’orecchio e la tempia).

Il poliziotto, tra l’altro, invece di proteggere i testimoni, come dovrebbe essere sua primaria preoccupazione, ha pensato bene di farmi tirare fuori i documenti per l’identificazione davanti agli ubriachi. Mi ha chiesto altresì di indicare dove abitassi, cioè da dove avessi potuto vedere all’interno del supermercato, per accertarsi che non mentissi.

Ho dato le coordinate visive, tipo prima finestra partendo dal basso qui di fronte, tende bianche. E lui, ovviamente, ha indicato chiedendo se aveva capito bene. Bravo! Un orsacchiotto di peluche al signore in divisa!

Il fenomeno poi, quando gli ho fatto notare che l’avrei ritenuto responsabile di qualsiasi cosa fosse capitata a me o alla mia proprietà, ha detto che non credeva che gli ubriachi fossero pericolosi, ma per sicurezza ha urlato al collega che era con gli ubriachi di accompagnarmi a casa. Ovviamente dando la via e il numero civico. E nel contempo aggiudicandosi il premio di idiota dell’anno 2015. E siamo solo ad agosto.

A momenti mi scappava di dargli una sberla. Gli ho chiesto se fosse sempre così o se lo stesse facendo apposta. Ho declinato l’invito di essere scortata a casa.

Ore dopo mi sto ancora chiedendo per quale motivo questo pagliaccio sia pagato.

Cioè, davvero amico, se non hai voglia di fare il poliziotto, dai le dimissioni e vai a fare altro. Non te l’ha prescritto il medico di indossare una divisa (che tra l’altro non onori). Non devi odiare il cittadino perché ti ha distolto dai cazzi tuoi. A me, dei cazzi tuoi, frega niente. Ma, davvero, pagarti lo stipendio e saperti così stupido, mi indispone.

Davvero non sai che l’ubriachezza molesta rientra nel codice penale può essere punita? O non hai voglia di rimpiere scartoffie perché, secondo te, è una roba da poco? Pensi davvero che la gente sia al mondo per darti fastidio? Credi proprio che la polizia debba intervenire solo in casi di strage, ché se è solo omicidio ti gira il culo? Lunedì quando passo dal tuo superiore con l’esposto per gli ubriachi, glielo chiedo. Gli chiedo se lavori sempre di merda o è stato un caso oggi.

Così, giusto per sapere.