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Archivio per settembre 2015

Il Manifesto e il bambino morto che fa vendere copie

3 settembre 2015 14 commenti

Oggi, 3 settembre 2015, la prima pagina de Il Manifesto riporta la fotografia di un bambino morto su una spiaggia turca e il titolo “Niente asilo”. Su Facebook l’immagine della prima pagina del giornale viene riproposta qui e là, insieme a commenti contriti e affranti sui migranti.

Il punto, naturalmente, è che i commenti contriti e affranti ci stanno tutti. E la questione migranti è una tragedia: sia per chi muore rincorrendo un sogno o scappando da un incubo, sia per chi non è in grado di accogliere (vuoi perché non ha o pensa di non avere i mezzi, sia perché non vuole).

Si potrebbe soffermarsi a parlare per ore dell’immigrazione. Ho sempre pensato ai migranti come a persone dotate di qualcosa in più: più coraggio, più sogni, più vita. Forse perché per andarsene, per solcare il mare, per andare verso l’ignoto, il coraggio serve per davvero.

E non importa se si era imbarcati sulle navi che attraversavano l’Oceano per arrivare in America o su un gommone che lotta con il Mediterraneo. Basta fare un giro a Ellis Island (New York) per conoscere le storie di chi era in attesa che il sogno diventasse realtà. Ma la tubercolosi è arrivata prima.

Fatto sta che la prima pagina de il Manifesto di oggi non è altro che un’operazione commerciale per vendere più copie del giornale. E purtroppo chi è ingenuo, sensibile, o non conosce le logiche malate del giornalismo, scambia il marketing per compassione.

Non sembra, ma il giornalismo ha le sue regole. Avete visto le foto di Yara Gambirasio morta? E quelle di Loris Stival morto? E quelle dei bambini morti in incidenti stradali? No? Ed è giusto così. Certo i migranti morti si pubblicano perché tanto sono corpi senza nome.

Ci sono “carte” ovvero protocolli su come affrontare la notizia, su come presentarla, su come organizzare il corredo fotografico. E queste “carte” (quella di Treviso in particolare, che riguarda i minori) parlano chiaro: non usi il minore per vendere il giornale.

Perché le foto dei morti e dei feriti arrivano. Arrivano alle redazioni. E in redazione si decide cosa pubblicare e cosa non pubblicare. La notte del 15 aprile 2013 ho lavorato per una redazione di un quotidiano online durante l’attentato alla Maratona di Boston.

Le foto arrivavano una via l’altra, a centinaia. Foto di corpi straziati, di cadaveri dilaniati, di feriti senza più le gambe. Ma non si potevano pubblicare così. Bisognava ritagliarle in modo che sì, la foto, ma non tutta quanta. Che sì, il sangue, perché ti sto raccontando cosa è successo. Ma con moderazione.

Perché il compito del giornalista è informare. Non è fare marketing o politica. E ti informo che c’è stato un attentato, che ci sono stati i morti e i feriti. E il sangue, sì, te lo faccio vedere. Ma con rispetto per chi legge e per chi è rimasto ferito o peggio è morto.

Di solito si sa che mettendo più foto (più sangue, più morti, più tragedia), soprattutto per quanto riguarda l’online (anche questo blog), si vende di più (si è più cliccati). Da sempre il crimine, il sangue, i morti ammazzati fanno vendere.

Ed è normale che sia così. La morte è un mistero per tutti. Per quelli che credono in un qualche dio e sperano nel paradiso (con o senza benefit di vergini pronte a tutto) e per quelli che non credono in niente. Per cui vedere un morto è scrutare l’ignoto.

Alcuni di noi preferiscono non sapere, stare alla larga dall’argomento. Altri meno. Ma la curiosità c’è. E per chi dice che è “curiosità morbosa” viene da rispondere che la curiosità è curiosità. I bacchettoni preferiscono chiamarla “morbosa” perché non hanno il coraggio di affrontarla, la curiosità.

Ma le foto dei bambini morti non vanno pubblicate sulle prime pagine dei quotidiani con titoli a effetto. Perché i bambini morti dovrebbero riposare in pace, non essere usati per operazioni commerciali. Che va bene lo stipendio, cazzo, ma così, anche no. Davvero.

Niente foto per questo post.

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