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Il Museo Lombroso, la petizione, le foto e i divieti

Calchi di volti criminali. Foto da Internet.

Calchi di volti criminali. Foto da Internet.

Lunedì 16 maggio, dopo essere stata al Salone del Libro di Torino sono passata a fare un giro al Museo Lombroso e, dato che sono sempre in cerca di qualcosa da scrivere, ho pensato di fare un pezzo per Armi&Balistica, rivista mensile con cui collaboro.

All’ingresso del museo c’è un cartello con il divieto di fotografare e un altro cartello che invita chi vuole fare foto a prendere contatti con il museo. Ho chiesto a un’assistente e la signora mi ha detto che “è assolutamente vietato fare foto”.

Ho spiegato che ero interessata a scrivere un articolo e allora ha detto che dovevo prima mandare una richiesta, per fare foto, alla direzione. Le ho detto che mi era venuto in mente giusto in quel momento, così mi ha chiamato la vice direttrice del museo.

E ho pensato fosse davvero eccezionale, fighissimo, europeo il fatto che pronti via il referente giusto, al momento giusto, nel posto giusto! La vice direttrice ha ascoltato la breve richiesta: giornalista, Armi&Balistica, armi, museo, foto, articolo.

E mi ha risposto che avrei dovuto scrivere il pezzo e poi inviarlo a lei e che lei, dopo averlo letto e approvato, avrebbe deciso quali foto fornirmi. Eh? Pronto? Scusa? Le ho detto che non sono una dipendente del museo (pubblico) e che lei non è vice direttrice della rivista.

Il Museo Lombroso e la petizione per chiuderlo

Ha detto che “noi facciamo così”. La conversazione ha spaziato qui e là, saltellando in malo modo su spigoli vivi. Le ho anche detto che un articolo sul museo, di cui sono profonda fan, avrebbe forse giovato alla causa, viste le deliranti e insistenti richieste di chiuderlo.

Risposta: “[Risata ahahah.] Non abbiamo bisogno di questo. Tanto chi lo vuole chiudere ci ha fatto pubblicità e la gente viene a vederlo perché è incuriosita, inoltre nessuno chiude un bel niente, non possono fare niente“.

Va bene, d’accordo. Beato chi si accontenta della pubblicità negativa e degli strascichi che provoca, ottimo. Dopo aver ottenuto l’ennesimo divieto a fare foto, saluto e inizio la visita rinunciando a scrivere il pezzo per la rivista di armi.

E noto quanto segue. L’assistente mi ha pedinato come un segugio per tutte le sale. Non avevo in mano niente, e ho praticamente dato fuoco al telefono per evitare che, sospettando eventuali rappresaglie, la donna mi giustiziasse sul posto.

Cesare Lombroso.

Cesare Lombroso.

E niente, qui al Museo Lombroso mancano informazioni

Nelle varie bacheche, armadi, teche con dentro i teschi c’è il cartello “Non è possibile risalire all’identità per mancanza di informazioni“. E sui crani ci sono i cartellini, scritti da Lombroso&Co. con l’indicazione del luogo di provenienza. Ora. Che non sia facile risalire all’identità è un dato.

Ma che sia impossibile è una cazzata. Non è impossibile. Può essere pernicioso, costoso, improbabile. Ma non impossibile. E non per tutti i casi. Volendo si potrebbe fare serenamente uno studio, una ricerca, per area geografica e Dna.

Se sul cranio c’è scritto il luogo di provenienza non è poi così tremendo fare la ricerca. In alcuni casi la provenienza non è solo dell’area geografica, bensì dell’area e del manicomio di competenza. E non è che internati, in un dato anno (quello di morte e antecedenti) ci fossero triliardi di individui.

Inoltre dalla semplice osservazione del cranio, si possono avere informazioni sul sesso e sull’età (sono capace persino io che non faccio l’antropologo forense). Sapere, con una buona approssimazione al vero, se il cranio è di uomo o di donna, se è anziano o giovane, è possibile.

Molto possibile. La maggior parte dei crani contenuti nelle bacheche, sembrano appartenere a uomini. Ma magari mi sbaglio. Un bravo antropologo forense no, non si sbaglierebbe. Basterebbe chiamarlo e chiedergli (pagandolo, ovvio) di stimare genere ed età.

Eh, niente, qui al Museo Lombroso continuano a mancare informazioni

Sarebbe un’informazione utile, anche per chi visita il museo. Ma mi è venuto in mente solo per lo stupido cartello. Cartello che ovviamente si ritrova nei corpi di reato, nelle armi requisite ai delinquenti: coltelli nascosti in crocefissi, oggetti contundenti, armi improprie e un’arma da fuoco.

Anche lì: “Non ci sono altre informazioni”. Ma per cortesia. Tanto per iniziare, per rispetto al visitatore, sarebbe opportuno illuminare degnamente gli strumenti contenuti nelle bacheche, giusto per capire di cosa stiamo parlando.

Poi sarebbe bello, dato che la vice direttrice ha detto che in collaborazione con le forze dell’ordine è stato fatto un lavoro sui corpi di reato, magari riportare qualche informazione in più emersa dallo studio. A meno che lo studio non abbia dato come esito “nessuna informazione”.

E ancora. Guardo le foto, le carte, i documenti incorniciati e appesi alle pareti e leggo l’ennesimo cartello: “Tutto il materiale cartaceo è riprodotto, quello originale è in archivio“. Andiamo bene. Allora magari mi compravo il catalogo e facevo prima.

Museo Lombroso. Foto da Internet.

Museo Lombroso. Foto da Internet.

Cioè, davvero è più sicuro tenere tutto in archivio invece di mostrarlo al pubblico? Perché esistono (da anni e anni e anni) metodi di conservazione della carta e delle fotografie antiche che permettono l’esposizione senza danneggiarli. Anche qui, pagando, basta chiamare l’esperto di turno.

Ma no. Evidentemente il ragionamento è che il visitatore, povero stronzo, si deve accontentare di ciò che la direzione decide di elargire. Come andare al Louvre e trovare la copia fotostatica della Gioconda. Eh, niente, scusate, ma è in archivio, mica che ci si rovina tutta.

Sorvolo sul finale in cui Cesare Lombroso “parla” ai visitatori quasi scusandosi delle cantonate che ha preso (lo spiritismo e la fossetta occipitale) e “dicendo” che, fosse ancora qui, farebbe scelte diverse. Gesù dammi la forza.

Non ho fatto foto, tranne una*, attenendomi alla regola che non capisco (se faccio foto danneggio qualcuno? Il museo è pubblico). Quelle che ho pubblicato sono foto  prese da internet.

* questa:

Ma come? Non erano quelli che chissenefrega delle petizioni qui nessuno ci chiude?

Ma come? Non erano quelli che chissenefrega delle petizioni qui nessuno ci chiude?

  1. Carlotta
    19 maggio 2016 a 15:05 | #1

    Mi dispiace, pessimo atteggiamento. Io manderei questo articolo a Specchio dei Tempi della Stampa.
    Tanto perché la cosa non rimanga solo sul tuo blog.

  2. cristina brondoni
    19 maggio 2016 a 17:02 | #2

    Ciao Carlotta,

    mah, forse hai ragione… ci penso. Grazie 🙂

    Cristina

  3. Francesco
    19 maggio 2016 a 21:29 | #3

    E’ molto difficile trovare un museo dove sia permesso fare foto. Lei lo definisce museo, lo rispetti come tale e rispetti le loro regole che tra l’altro sono le stesse di molti altri musei. Anche del Louvre dove forse sarebbe stata arrestata se si fosse presentata con la stessa arroganza nel voler fare quello che vuole lei in casa d’altri. Saluti

  4. cristina brondoni
    19 maggio 2016 a 22:02 | #4

    Caro Francesco,

    è molto difficile trovare musei in cui si può fotografare perché tutti pensano di avere l’esclusiva, privata, di possesso, di ciò che i musei contengono. Fare una foto senza usare il flash non danneggia niente e nessuno. Se non, naturalmente, chi pretende di poter vendere le foto al bookshop del museo.

    Mi sono attenuta alle regole. Ma probabilmente nella sua foga da fustigatore non se ne è accorto. Era tutto preso a darmi dell’arrogante. E non ha letto che non ho fatto foto. Tranne l’ultima. Nella zona in cui era possibile fotografare, ovviamente. Ma no, lei aveva bisogno di darmi dell’arrogante. Bravo. 🙂

    Al Louvre sono stata più volte. E, incredibilmente, non sono mai stata arrestata. Rispetto le regole. Ma posso dire quello che penso: ovvero che esporre riproduzioni invece di originali in un museo mi sembra bizzarro. Che raccontare frottole sull’impossibilità di avere informazioni mi pare altrettanto bizzarro. In un museo. Che rispetto. E che dovrebbe avere rispetto e cura del visitatore e di ciò che il museo stesso rappresenta.

    Lei continui pure ad aggirarsi per Internet fustigando, mi raccomando. C’è tanto tanto bisogno di individui solerti come lei.

    Care cose,

    Cristina

  5. Shade
    19 maggio 2016 a 22:51 | #5

    Riguardo l’identità ho la sensazione sia una scusa: da un lato perché sarebbe comunque dispendioso farlo per molti individui; dall’altro perché ho la sensazione che ci sia il timore che salti fuori qualche parente e rompa le scatole con la privacy.
    La mia stessa professoressa (di antropologia) si diceva restia nel far musealizzare crani con nome e cognome scritto sopra.

  6. cristina brondoni
    19 maggio 2016 a 23:09 | #6

    Ciao Shade,

    hai ragione. Sono d’accordo con te. Sarebbe davvero dispendioso. E insidioso dal punto di vista dell’identità. Ma trovo poco professionale, oltre che scarsamente umano, dire che “è impossibile” avere ulteriori informazioni in un museo. In quel museo. Lo stesso cartello fotocopiato valido per qualsiasi domanda possa venire in mente al visitatore.

    Meglio, forse, sarebbe semplicemente dire la verità. Ovvero che è possibile risalire almeno all’età e al sesso (cosa che davvero si può fare con molto meno tempo e molti meno soldi). E sì, dare un nome ai crani significa aprire un altro problema. Ma credo che nascondere la verità sia molto peggio.

    In definitiva il museo, a mio avviso, nasce proprio per informare. E non solo per contenere. In questo caso contiene resti umani. Sarebbe opportuno fare un’adeguata campagna di sensibilizzazione invece di tacere le immani possibilità che i resti umani, questi o altri (come la mostra Bodies che arriverà ancora a Milano, sperando stavolta senza tagli e censure), hanno per noi tutti.

    Perché la loro strategia finora ha portato a una petizione per chiudere il museo. E non è un granché.

    Resta il fatto che, a parte i resti umani, non mi spiego come non sia “possibile avere ulteriori informazioni” su un’arma da fuoco che, sicuramente non ha punzoni ed è molto molto vecchia. Ma appunto per quello risalire all’epoca, all’area geografica, alla fabbricazione, al funzionamento dovrebbe essere cosa alla portata di qualsiasi perito balistico.

    Grazie per essere passato e per avere avuto il tempo e la voglia di lasciare il tuo pensiero.

    Cristina

  7. Francesco
    22 maggio 2016 a 15:50 | #7

    @cristina brondoni
    Cara Cristina,

    avevo ben letto che non ha fatto foto. Tuttavia il suo lamentarsi con tanto sdegno per regole che lei non deve decidere e che sono presenti in quasi la totalità dei musei mostra con chiarezza, almeno per me, il suo modo arrogante e prevaricatore. Forse per questo non è riuscita ad ottenere risposte dai responsabili del museo che forse le avrebbero date a chi con umiltà avesse mostrato rispetto e comprensione del lavoro e delle decisioni altrui. In ogni caso, nulla conosco di lei, il mio è solo un giudizio in merito alla questione da lei descritta nel suo articolo.

    Siccome lei è andata al Louvre, le avranno detto che almeno in certi reparti non si possono fare foto, ora forse dovunque, e immagino che avrà rispettato le regole anche perchè ne ha capito il senso. Oppure ha scritto un articolo denunciando questo scandalo al Louvre?

    Sarebbe poi utile, per Lei soprattutto, che prima di sparare contro un museo e le persone che ci lavorano avesse considerato che questo contenendo resti umani potrebbe voler sapere dove le foto scattate all’interno finiscano, che come ha detto Shade potrebbe non essere bello o conveniente scrivere il nome e il cognome sotto uno scheletro e che soprattutto è del tutto normale che in un museo non si possano fare foto.

    Lei continui pure ad aggirarsi su Internet scrivendo offese e male parole in maniera del tutto superficiale. Per me non c’è bisogno.

    Ciao,

    Francesco

  8. cristina brondoni
    23 maggio 2016 a 20:23 | #8

    Caro Francesco,

    le regole non le faccio io, ma le rispetto. Le basti questo. Siamo in un Paese libero e democratico e, a meno che non sia cambiato qualcosa e nessuno mi abbia avvisato, posso esprimere un’opinione.

    Le regole di cui lei parla non “sono presenti nella quasi totalità dei musei”. Sono presenti in alcuni musei. Ma forse le sfugge. Provi a visitarne qualcuno, magari. Al Museo Egizio, per esempio, si può fotografare.

    Non saprei cosa dirle sull'”arrogante e prevaricatore”.

    Il post è scritto in italiano corretto. Ma lei sembra non intenderlo granché. Ho ottenuto tutte le risposte. Provi a rileggere il post, magari. Perché sarebbe imbarazzante doverle spiegare passo passo ciò che ho scritto.

    Umiltà, rispetto e comprensione. Le stesse che dimostra lei, immagino, insultandomi sul mio blog. Applauso.

    Oltre a non conoscere nulla di me, non capisce nemmeno ciò che legge, purtroppo.

    Al Louvre nessuno mi ha detto niente. Non avevo intenzione di fare alcun articolo. Non mi interessava fare foto.

    Le ho già detto che ho rispettato le regole. Ma se vuole, se ne ha necessità, posso ripeterglielo: “Ho rispettato le regole”.

    Non ho scritto alcun articolo. Perché, le ripeto, casomai il concetto le fosse poco chiaro, non dovevo scrivere alcun articolo e non avevo alcuna necessità di fotografare.

    Ma quindi lavora al museo Lombroso?

    E, infatti, le ripeto, non ho fatto foto. Il fatto che dato che contiene resti umani “potrebbe voler sapere (chi? Il museo? Come fosse un’entità…) dove le foto scattate all’interno finiscano”. Se mi presento come giornalista di Armi&Balistica e dico di voler scrivere un pezzo per la rivista Armi&Balistica, secondo lei, dove mai andranno a finire le foto fatte all’interno del museo?

    Shade non ha detto “bello o conveniente”. “Bello o conveniente” lo ha detto lei. E nessuno, né io né Shade, abbiamo parlato di “scrivere il nome e il cognome sotto uno scheletro”. Ancora. Il post è scritto in italiano e risulta davvero imbarazzante doverglielo fare notare. Ho scritto, glielo dico qui, magari è più chiaro, che non è giusto che in un museo pubblico ci sia scritto “impossibile avere altre informazioni” quando in realtà è possibile. E ho parlato di informazioni sul genere (il sesso, ha presente? Maschio o femmina) dei teschi. Ed era un esempio delle informazioni che si potrebbero avere se solo si fosse in grado o se si volesse averle.

    “E’ del tutto normale che in un museo non si possano fare foto”. Evinco che non è mai stato fuori dal museo Lombroso. Nella maggior parte dei musei del mondo si possono fare foto. Prenda nota. Magari rischia di imparare cose nuove. E sì, oltre al Louvre, mi è capitato di visitare parecchi altri musei in giro per il mondo.

    Mi aggiro su internet e mi aggiro per musei 🙂

    Non ho scritto offese e male parole. E ho fatto un’analisi dettagliata delle motivazioni. Lei, purtroppo, non ha colto. Pazienza.

    Care cose.

    Cristina

    p.s. Francesco, come ci si sente a sguazzare nel fango tiepido dell’anonimato? 🙂

  9. Francesco
    25 maggio 2016 a 10:44 | #9

    Gentile Cristina,

    grazie per la sua replica e scusi la mia irruenza. Ha ragione, io abito al museo lombroso, in una tenda, e mai nessun altro museo ho frequentato. E’ diritto di un museo negare di fare foto al suo interno come è suo diritto che la richiesta per fare delle foto sia presentata in maniera ufficiale e non a voce pochi minuti pochi minuti prima. Mi pare che lei in questi suoi scritti sbeffeggia questi diritti come il mio di rimanere anonimo. Rispetti il museo lombroso e le sue scelte che sono poi quelle di tanti altri musei, come il louvre, dove non si possono fare foto e dove bisogna fare una richiesta. Oppure consideri il lombroso di Serie B ed il Louvre di serie A e sbeffeggi solo le regole del lombroso. Rispetti me anonimo come shade è anonima, oppure come ha fatto sbeffeggi me perchè ho scritto cose non gradite. Faccia come vuole, ognuno che passa di qua avrà i suoi pensieri a riguardo.

    Grazie ancora e saluti,

    Francesco

  10. cristina brondoni
    25 maggio 2016 a 11:36 | #10

    Francesco,

    tutti i suoi diritti sono stati rispettati. Ha avuto modo di insultarmi, a casa mia, sul mio blog, ha avuto modo di farlo nel caldo tiepido dell’anonimato (di cui vedo, tra l’altro, va fiero).

    Così come è stato rispettato, e l’ho ripetuto più volte, il diritto del museo Lombroso a vietare la possibilità di fare foto. Certo, le faccio ancora una volta notare che il museo è pubblico e vieta al pubblico un diritto altrettanto fondamentale: portare con sé un pezzo di quell’essere pubblico.

    Le ripeto, un’altra volta, che è la direzione del museo Lombroso a scrivere cartelli tipo “vietato fotografare” e altri cartelli tipo “per esigenze professionali rivolgersi alla direzione”. E se arrivo al museo e leggo i cartelli, seguo quanto mi dicono. Avevo un’esigenza professionale e l’ho fatta presente. Da dove le deriva il fatto che la richiesta non può essere fatta “a voce e pochi minuti prima”?

    Sul cartello mica c’è scritto quando e come fare la richiesta.

    Non mi faccio beffe dei diritti (che per me restano presunti tali, dato che il vero diritto è la possibilità, per il pubblico, di visitare il museo), altrimenti avrei fotografato.

    Niente. Lei è stato al Louvre e ce lo deve fare sapere più e più volte.

    Le ho fatto notare che lei ha una visione di parte di ciò che ho scritto. Mi baso sui fatti e lei si basa sulle sue ipotesi. Noterà che la lotta è impari.

    Se davvero fosse come dice lei, che un commento non gradito è un commento di cui farsi beffe, dovrebbe fare un giro su altri commenti: contrari a quanto ho scritto eppure tenuti in considerazione.

    Il solo fatto che dedico tempo a risponderle mi pare che sia già tenerla in considerazione. Volendo, dato che lei è in casa mia, avrei potuto cestinare i suoi commenti.

    Lei non riesce a individuare il punto: le rispondo di conseguenza a quello che lei scrive.

    Arriva, mi dà dell’arrogante e della prevaricatrice e pretende che io la ringrazi? Non ho niente contro l’anonimato, se si mantengono toni civili. Ma lei arriva e insulta in forma anonima. Una forma molto comoda di violenza.

    Resti pure ancorato ai suoi diritti, alle sue carte da bollo, alle sue richieste formali.

    Care cose.

    Cristina

  11. Francesco
    25 maggio 2016 a 12:26 | #11

    Mia cara,

    il rispetto deve anche comprendere il non sbeffeggiare l’altrui diritto. Io e molti altri la pensiamo così. Se non sono gradito qua dentro, cancelli i miei commenti e non permetta alle persone a lei non gradite, io, di scrivere qui dentro. Se considera questo posto casa sua, la chiuda meglio. Io ho detto che lei, per quello che mi sembra da quello che ha scritto, è stata arrogante e prevaricatrice proprio per il motivo sopra elencato.

    Io mai ho preteso un grazie da lei, faccia quello che vuole, avrei gradito magari che non si sbeffeggiasse del mio diritto di rimanere nell’anonimato, proprio come fa con chi fa commenti a lei graditi, e del fatto che ho nominato il louvre come semplice esempio. Mi pare di aver scritto abbastanza, se vuole continuare a sbeffeggiarmi faccia pure ma la conversazione diventa sgradevole. Potrei fare altrettanto, mentre io invece ho solo commentato, si dicendo che lei era arrogante e prevaricatrice, ma solo in riferimento da quanto scritto da lei in un luogo pubblico, dove io posso accedere e scrivere. Se non vuole commenti contrari ai suoi scritti, scrivi su un quaderno, lo chiuda bene, lo faccia vedere a nessuno, magari ci metta un bel lucchetto. Se no scriva qua e subisca i miei commenti. Io ho mantenuto toni civili, è evidente.

    Grazie per la considerazione, direi che entrambi la abbiamo avuta.

    Saluti,

    Francesco

  12. Francesco
    25 maggio 2016 a 13:00 | #12

    Cara,

    mi permetto di sottolineare che per me anche lei ha mantenuto toni civili quindi la ringrazio per la conversazione. E’ stata un pò noiosa perchè non è arrivata al dunque. Dunque, lei non è d’accordo con le regole del museo lombroso, critica la dirigenza perchè non le hanno permesso di fare foto se non con una richiesta. Il Louvre ha le stesse regole, lei non è d’accordo con le regole del Louvre o non è d’accordo solo con quelle del museo Lombroso? Perchè il museo Lombroso dovrebbe permetterle di fare foto senza nessun preavviso che permetta al museo di valutare la veridicità delle sue credenziali? Questo è il dunque.

    Saluti,

    Francesco

  13. SoloUnaTraccia
    2 giugno 2016 a 19:40 | #13

    Cazzo, però doversi ciucciare visivamente tutte ‘ste fregnacce per arrivare all’area commenti…
    Frange’, hai rotto li gojo’.

    1) Chiudere di corsa il Museo Lombroso: troppi stipendi a ufo, e di questi tempi va limato il limabile.

    2) Sempre pensato che al mu’ non si potessero fare le foto per evitare a) di fornire materiale ai falsari e b) che i ladri professionisti potessero procurarsi facilmente una ‘planimetria’ ragionata per il ‘colpo’. Sarà troppo lombrosiano?

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