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Violenza sulle donne: del farla facile

persone dipendenti

Le persone dipendenti hanno molte difficoltà a essere indipendenti: anche sul proprio pensiero.

Da qualche giorno imperversano gli articoli sulle donne vittime di violenza che difendono i loro carnefici: amanti, mariti, compagni. Imperversano più che altro quelli che “ma sono matte!!1!”. Non sono matte, ragionano in modo diverso. Si tratta di capire come. Di voler capire, più che altro.

Chiunque pensi di poter esaurire l’argomento violenza (sulle donne o su chiunque altro) in poche righe per poter poi tornare a dedicarsi ad altro è in errore. Il tema è vasto e ha un monte e una valle che vanno considerati.

Le donne che quotidianamente subiscono violenze psicologiche e fisiche dai loro compagni sono molte, moltissime. Ma nessuno sa esattamente quante perché gli autori di reato non vengono denunciati.

Il motivo più tragico per cui non vengono denunciati è che molte delle donne che subiscono violenza non sanno di essere vittime.

Strano, vero? Incredibile.

Eppure è così. E il motivo è talmente semplice che appare banale. In moltissimi casi sono nate e cresciute in famiglie abusanti, famiglie in cui la violenza verbale, psicologica, fisica è all’ordine del giorno.

E si sa, chi si somiglia si piglia. Motivo per cui queste donne hanno la tendenza a scegliere come compagni di vita uomini affini a loro e alla famiglia di origine: uomini violenti.

Sicuramente, grazie alla tv, la maggior parte delle donne maltrattate sa che esiste un’altra realtà: quella delle donne non maltrattate, delle famiglie equilibrate, dei luoghi sicuri. Ma spesso questa realtà viene confusa con la fiction: gli uomini buoni esistono solo nei film.

Chi ha moti di stizza contro le donne che difendono i compagni violenti vede solo un lato della questione, quello più insignificante, la punta dell’iceberg.

I moti di stizza, davvero, servono a poco e niente. Meglio invece fermarsi un momento a pensare.

  1. Non tutte le famiglie sono uguali
  2. La nostra esperienza è nostra e solo nostra
  3. La nostra esperienza non può essere estesa all’universo mondo
  4. La nostra esperienza è limitata, infinitesima, soggettiva
  5. Gli altri hanno altre esperienze, altri background, vite che nemmeno possiamo immaginare

Una volta che ci si è fermati a riflettere su questi cinque punti, meglio riflettere ancora un po’.

Vittime di violenza che difendono il partner

Detto questo è evidente che una donna che difende il compagno ha la sua propria visione di quanto è successo che, naturalmente, è opposta a quella di tutti gli altri che la accusano di essere stupida.

donne e violenza

Chi è vittima di violenza nella famiglia di origine, tende a esserlo anche nella scelta del partner.

E se gli altri vedono la violenza, lei vede l’unico uomo che le ha mai fatto un complimento, quella volta che indossava il vestito rosa, quando insieme hanno passato un pomeriggio da sogno.

Alcuni di noi possono felicemente ricordare talmente tanti momenti lieti che non basterebbe una vita per raccontarli.

Altri sono meno fortunati e possono contare i momenti lieti sulle dita di una mano: sono ricordi così vividi, importanti, fondamentali che illuminano e guidano tutto il resto.

Illuminano anche le violenze che ogni giorno subiscono e le connotano sotto una luce differente (“mi picchia perché è geloso e quindi mi ama”; “mi picchia perché si è arrabbiato, quindi ci tiene a me”): diversamente come potrebbero andare avanti?

E se per anni i giornali non hanno fatto altro che parlare di donne vittime, associando fastidiosamente le due parole, adesso si accorgono, ahinoi, che alcune vittime sono riottose a essere salvate.

E se fosse così? E se davvero queste donne non volessero intromissioni nella loro vita? Per aiutare qualcuno è necessario che il qualcuno in questione sia disposto ad accettare l’aiuto.

Ma se questo qualcuno non ne vede la finalità, se non sa di essere in pericolo, come può supinamente farsi governare da altri?

Violenza e seconda vittimizzazione

Stiamo assistendo a un’inversione di tendenza che porterà, quasi sicuramente, a vittimizzare una seconda volta le vittime: “Ah, noi abbiamo provato a salvarle, eh, ma loro, no, loro non hanno voluto. Che si fottessero”.

Probabilmente non leggerete “si fottessero”, ma se state attenti vi salterà all’occhio forte e chiaro tra le righe degli articoli sulle donne vittime che difendono i loro uomini violenti (trovo anche questa associazione di parole piuttosto perniciosa).

donna violenza

Quando si parla di violenza è necessario prendere in considerazione il contesto e le persone.

E allora? Come facciamo?

Curare solo l’effetto non porta mai grandi risultati. In questo caso pretendere che una donna si allontani dal suo compagno e credere che questo sarà l’inizio di una nuova meravigliosa vita per lei è da ingenui.

Molto spesso la sudditanza economica, e ancora di più quella psicologica, impediscono alle donne di allontanarsi dal proprio compagno. E non è offrendo una casa famiglia o un rifugio che si risolve il problema.

Nessuno di noi vorrebbe mai lasciare casa sua per andare in un rifugio. A meno che la situazione non sia così disperata da non avere alternative.

Non si fanno i conti, ancora una volta, con le capacità e il background delle persone. Alcuni di noi prendono aerei da quando avevano tre anni, vedono il mondo, guadagnano, leggono libri, vanno ai vernissage, comprano casa, vanno in barca a vela, suonano il pianoforte. Sono indipendenti: fisicamente, mentalmente, spiritualmente.

Altri non sanno parlare l’italiano, non comprendono il significato di ciò che viene loro detto, non ambiscono a un lavoro migliore di quello che hanno, spendono i risparmi sperando che il prossimo gratta e vinci gli porti fortuna.

Altre persone ancora sono dipendenti: dipendenti fisicamente, mentalmente, spiritualmente.

Questo significa che ogni minimo cambiamento ingenera ansia, panico, paura. Che non c’è la capacità e nemmeno la voglia di cambiare una virgola del proprio modus vivendi: perché qualsiasi cambiamento è visto come un pericolo che non si ha intenzione di affrontare.

Sono dipendenti da altre persone, anche se quelle persone sono brutte e cattive. Ma senza sarebbe peggio. Sono dipendenti dagli stessi luoghi, anche se la casa è un’insidia e il lavoro è peggio. Sono dipendenti dalle emozioni, anche se sono emozioni brutte, ma il cambiamento potrebbe essere peggio.

Continuare a credere che siamo tutti uguali, da un lato livella verso il basso e dall’altro rischia di far scomparire chi è diverso da noi. C’è chi non ha conosciuto altro che la violenza, e non lo si può condannare se si aggrappa al compagno cattivo.

Prendersi cura di entrambi, l’abusante e l’abusato, dovrebbe essere l’obiettivo.

Come? Non abbandonando nessuno, per esempio.

Evitando di parlare costantemente di “vittime” e “mostri”.

Provando ad avvicinarsi al mondo degli altri, prima di giudicarlo (questa è la parte più difficile, eh).

Non stracciandosi le vesti perché lui è un bastardo e lei non capisce un cazzo.

Categorie:crimini
  1. 19 gennaio 2017 a 17:02 | #1

    Ah che tema scottante che mi tiri fuori dal cilindro.
    Tutto esattamente condivisibile e in accordo con ciò che penso io.
    Con una postilla.
    I rifugi per le donne ‘in fuga dalla violenza’ sono pochi, poco specializzati,
    spesso inadeguati a trattare un trauma così intimo come la violenza tra
    le mura di casa.
    Attualmente si sta costituendo una commissione per valutare effettivamente l’impatto e la reale dimensione del fenomeno (per via dell’insondabilità del numero oscuro, come giustamente facevi notare tu), in modo da impostare le azioni da intraprendere per arginare il fenomeno.
    Di fatto le donne sono sole.
    No, non venite a dirmi che esistono i protocolli. Ancora oggi se vai per denunciare e trovi il comandante di provincia, così come l’appuntato tradizionalista/maschilista, ti senti dire se sei sicura, che meglio che ci pensi bene, che dai, torna tra qualche giorno. E d’altro canto dove vado io con uno o due figli al seguito, isolata (perché chi abusa crea il vuoto intorno, assicurandosi che nessuno mini la sua supremazia), che la cosa migliore che mi può capitare è di essere piazzata in un albergo dal servizio sociale. O peggio, finire in una residenza mamma bambino dove nessuno sa trattare come si deve il mio caso, e approcciano a me come ad una qualsiasi altra utente, che non abbia problemi legati al trauma della violenza domestica.
    Vogliamo smettere con le ipocrisie, lo scandalizzarsi, il protestare, e cominciare a creare REALI E CONCRETE POSSIBILITA’ per le donne di trovare ‘qualcosa’ oltre quelle mura di abuso?
    Perché fino a che ciò non succederà le donne avranno sempre paura di fare quel salto, e saranno sempre da un lato compatite, dall’altro biasimate per non riuscire ad affrancarsi dal loro carnefice, quindi sempre più sole.

    • 20 gennaio 2017 a 9:06 | #2

      Ciao Ste,

      innanzitutto mi scuso per il ritardo con cui ho pubblicato il tuo commento. Chiedo venia.

      Credo che la tua analisi sia tragica e veritiera, purtroppo.

      E trovo illuminante la tua ultima frase che racchiude in sé l’essenza del problema: un problema che riguarda prima di tutto chi giudica una situazione senza nemmeno conoscerla (il “sei sicura” più sopra).

      Grazie per aver trovato il tempo di fermarti e dire la tua.

      A presto,

      Cristina

  2. Ross
    20 gennaio 2017 a 10:49 | #3

    La tua analisi, Cristina, lucida e priva di retorica, subito mi ha disturbato. Confesso.
    Ma poi, pensandoci, mi è venuto in mente l’incipit di Anna Karenina. Quello delle famiglie felici che si somigliano e di quelle infelici ognuna a suo modo. E ho capito il tuo punto di vista relativo alle storie delle donne maltrattate e abusate: ognuna con un vissuto alle spalle, una storia, un’educazione, una cultura (in alcuni casi la mancanza di cultura educazione, autostima, o quello che vuoi). Allora ho capito il tuo punto di vista, le tue osservazioni. Stracciarsi le vesti a prescindere, è vero, non serve a nessuno. Continuare a parlarne, a squarciare il velo su ipocrisie e situazioni drammatiche, invece, senza pregiudizi, come hai fatto tu, forse è una delle strade per capire. Senza giustificare, ma senza demonizzare. E’ difficile. Ma bisogna farlo, provarci almeno.

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