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Cucina in tv: rabbia, coltelli e fornelli

8 novembre 2017

ramsey urla cucina rabbiaLa rabbia in cucina non va molto d’accordo con l’olio bollente sui fornelli, i coltelli in bella vista e le padelle pesanti.

Perché? Perché prima o poi la rabbia, molta rabbia, diventa azione.

I reality show che hanno come argomento la cucina sembra tirino fuori il peggio dei concorrenti e dei presentatori.

Masterchef USA inizialmente era un programma in cui i concorrenti si davano una mano e la gara scorreva tra prove e orgoglio.

Poi dev’essere successo qualcosa, tipo che gli ascolti sono di più se la gente urla, e la gentilezza è finita.

Lo scorso anno, alle selezioni di Masterchef Italia, c’era un concorrente che era già stato escluso l’anno precedente.

Sembra una persona un po’ in difficoltà con i rapporti umani e, a detta dei quattro giudici, non cucina nemmeno tanto bene.

Non abbastanza, comunque, per partecipare al reality show.

rabbia craccoIn cucina con rabbia

Osservando le espressioni del viso del concorrente, a meno che non sia un attore prezzolato per fare audience, si nota molta rabbia repressa.

Di contro, i volti dei conduttori, così come il loro linguaggio del corpo e le loro parole, sottolineano la superiorità dei loro ruoli.

Rimproveri, incitazione a fare meglio, tempo che scade, insulti e cibo sprecato sembrano diventati più divertenti della cucina in sé.

Il cibo sprecato, a dire il vero, non si può proprio tollerare, ma pare che funzioni bene ugualmente.

In uno degli episodi di Hell’s Kitchen una concorrente, che pareva non fare altro che piangere in silenzio, è sbottata. All’improvviso.

Tra lacrime, strepiti e parolacce ha detto la sua vicino ai fornelli, tra pentole di acqua in ebollizione e coltelli con lame da trenta centimetri.

Forse il gioco è diventato questo: portare al limite il concorrente e stare a vedere se, prima o poi, accoltella lo chef o un altro giocatore.

La competizione sana spinge a dare il meglio di sé, a progredire, a trovare strade alternative.

Ma essere continuamente insultati, dileggiati, scherniti da quello che dovrebbe essere un mentore, non è competizione.

E’ una sciocchezza.

E il messaggio che arriva è fuorviante.

Dalla competizione al mobbing

Il capo può urlare, spaccare i piatti a terra (pieni di cibo, ovvio), lanciare oggetti, insultare, deridere chiunque prenda ordini da lui.

mobbing rabbia ramseyMa davvero?

Il mobbing dei reality show, se lo si osserva da studiosi del fenomeno, è utile per comprendere le dinamiche di gruppo.

Se lo chef insulta un concorrente, allora anche gli altri si sentono in diritto di farlo, e poi di escluderlo.

In una lotta senza quartiere in cui conta solo arrivare alla meta. Non importa come. Senza stile, senza fair play, senza amor proprio.

L’amor proprio che manca a chi insulta e a chi incassa l’insulto.

Si insulta perché si può. O forse perché si deve, altrimenti il testimone passa al prossimo chef stellato e umanamente scarso.

Si incassa per diventare qualcuno, vincere, sbaragliare la concorrenza, entrare nelle grazie dei cuochi.

A qualsiasi costo.

E a qualsiasi costo si intende che, presto o tardi, scapperà un coltello nella giugulare di qualcuno. E sarà il momento alto dell’audience.

Restiamo in trepidante attesa.

 

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