Bike sharing e vandalismo.

Bike sharing, atti vandalici e inquinamento visivo

La società di bike sharing Gobee si è ritirata sia dal mercato italiano che da quello francese. I vertici dell’azienda di bici a noleggio hanno fatto sapere che gli atti vandalici contro le biciclette sono tali e tanti da non poter continuare l’attività.

Da poco è possibile in alcune grandi città, come Milano e Parigi, noleggiare per pochi centesimi all’ora una bicicletta per spostarsi da un punto all’altro.

Sulla carta il servizio è ottimo: il cliente, infatti, non deve preoccuparsi del ricovero della bicicletta al riparo da ladri, dei costi di acquisto e manutenzione.

Un po’ come le auto a noleggio.

Ma come mai il servizio non funziona e gli investitori devono andarsene? Perché i vandali distruggono le biciclette?

Una bici con buccia di banana nel cestino, parcheggiata sul marciapiede, sotto al citofono di una casa di cura.
Una bici con buccia di banana nel cestino, parcheggiata sul marciapiede, sotto al citofono di una casa di cura.

Bike sharing e finestre rotte

La teoria delle finestre rotte enunciata dal sociologo americano Philip Zimbardo ormai qualche lustro fa dovrebbe essere tenuta in alta considerazione ogni volta che si tenta un’operazione commerciale che coinvolga la società e non un target specifico.

Zimbardo provò che dove c’è degrado (le finestre rotte dei palazzi abbandonati, per esempio) inevitabilmente arriva altro degrado.

Le società di bike sharing, probabilmente, non hanno fatto i conti con questa teoria.

E non hanno, soprattutto, fatto i conti con l’impatto che l’inserimento di migliaia di velocipedi possono avere sul panorama di una città.

Le bici, infatti, possono essere prese e lasciate ovunque. E la maggior parte dei clienti non ha alcun tipo di sensibilità e abbandona, letteralmente, le bici.

Ed è così che si crea il degrado.

Bike sharing e bici legate ai pali

Legare la propria bicicletta al palo della luce o al cartello del divieto di sosta o alla ringhiera di un cancello significa parcheggiare la bici, assicurarla, renderla un bene.

Al contrario, scendere dalla bici del bike sharing e lasciarla appoggiata al muro, in mezzo al marciapiedi o buttata a terra (perché magari il cavalletto non funziona tanto  bene) significa creare inquinamento visivo.

Non sembra. Ma l’inquinamento visivo, ovvero l’eccessivo disordine (carta straccia gettata a terra, cartelloni pubblicitari ovunque, automobili in doppia fila), porta al degrado.

L’inquinamento visivo può essere anche la finestra rotta di un palazzo abbandonato. Uno scarabocchio sul muro. Una bici buttata a terra.

Sicurezza e bike sharing

La bici buttata a terra invita all’atto vandalico. Non tutti siamo vandali dentro, questo è chiaro. Ma basta uno di noi. Magari due o tre, e il problema è lì.

A Milano le bici del bike sharing sono finite nel Naviglio, giacciono abbandonate ovunque. E, attenzione: se è per terra o appoggiata a un muro di periferia, poco importa che non sia vandalizzata.

Importa che crea disordine. Si tratta di una sorta di prevenzione: non lasceremmo mai la porta di casa aperta “tanto cosa vuoi che succeda?”. La chiudiamo prevenendo le azioni di malintenzionati.

E allora, cosa spinge queste aziende a non fare alcun tipo di ricerca sociologica e criminologica prima di invadere il mercato con migliaia di bici?

Probabilmente la mera logica del profitto.

Anche dal punto di vista della sicurezza, infatti, il bike sharing, se non controllato con rastrelliere in punti strategici in cui prendere e lasciare le bici, potrebbe rivelarsi davvero pericoloso.

Secondo le statistiche del comune di Milano, per esempio, gli utenti deboli della strada sono, oltre ai pedoni, i ciclisti.

Gli incidenti che li coinvolgono sono aumentati.

Perché? Perché sono aumentati i ciclisti improvvisati, quelli che prendono la bici a noleggio per fare da qui a lì.

Ed è, tra l’altro, appurato che alcune bici del bike sharing siano instabili, troppo pesanti, non ammortizzate. Tutti elementi che aumentano esponenzialmente i rischi di cadere.

Bike sharing altrove

In alcuni Paesi il bike sharing non crea disordine e inquinamento visivo, non attira i vandali e funziona.

Dipende, ovviamente, dal tipo di società: se le persone sono abituate ad avere cura della cosa pubblica (se non è di nessuno è di tutti), allora difficilmente la bici verrà abbandonata. O vandalizzata.

Se invece i cittadini non hanno alcun allenamento ad avere cura della cosa pubblica (se non è di nessuno allora ne faccio quello che voglio) è impensabile che possano comprendere un servizio come il bike sharing senza farlo diventare un problema.

Forse, prima di immettere migliaia di biciclette nelle città, lo società di bike sharing dovrebbero fare un’indagine, oltre che di mercato, anche socio culturale per capire se la popolazione è pronta o meno a ricevere il servizio.