Traduzione crime: una questione d’onore

Ciò che ho sempre amato molto del mio lavoro di traduttrice è la possibilità di imparare moltissimo e sugli argomenti più disparati. Accade, col passare degli anni, che si arrivi naturalmente a specializzarsi in un determinato campo, per caso o per scelta. E non è detto che ciò che arriva per pura coincidenza non possa appassionarci tanto quanto ciò che invece abbiamo scelto e studiato volontariamente. 

Linda De Luca.

Una mattina di marzo del 2017 mi sono trovata a tradurre oralmente l’intervista tra uno scrittore italiano e una modella americana. Si parlava di canoni di bellezza nell’era moderna. Argomento interessante, soprattutto per una giovane donna come me. Una bella fortuna!

Conclusa l’intervista, quello scrittore mi ha chiesto la disponibilità di assisterlo in altre occasioni. E il suo focus non era esattamente la bellezza al giorno d’oggi, bensì la letteratura crime.

Mi sono ritrovata nei mesi successivi a tradurre interviste sui boss mafiosi italiani e stranieri, a sbobinare materiale per una serie tv sulla corruzione politica, a partecipare a incontri con editori per l’uscita di romanzi sul narcotraffico nelle province italiane.

Scarpe sui cavi elettrici (fonte Wikipedia).

Sentivo, lavoro dopo lavoro, che quell’argomento mi intrigava. E così ho iniziato a guardare serie tv crime o leggere libri sulla storia della famiglia Gambino piuttosto che Genovese o a chiacchierare con gli anziani italo americani che incontravo e ritrovarmi a scoprire il significato delle scarpe legati tra loro dai lacci e appese sui cavi della corrente nei quartieri di Harlem o del Bronx negli anni ’80 (e cioè: qui si spaccia. Se non sei interessato, stai alla larga). Simultaneamente, quasi per ironia della sorte, mi arrivavano da altri clienti richieste di traduzioni di atti giudiziari, testimonianze di detenuti nel 41bis, sceneggiature di film tratti da romanzi polizieschi e lavoravo come interprete negli ospedali per pazienti che avevano suonato nei jazz club per le grandi famiglie mafiose italo-americane. Insomma, mi sembravano tutti segnali piuttosto chiari. 

Inserita in questo nuovo contesto, ho iniziato a notare le difficoltà tecniche della traduzione, in particolare, inizialmente, la terminologia. 

Le grandi organizzazioni criminali in Italia sono ricollegabili geograficamente con le regioni del sud Italia: esiste la Camorra in Campania, Cosa Nostra in Sicilia, la ‘ndrangheta in Calabria e la Sacra Corona Unita in Puglia. Sebbene in un testo in inglese sulla criminalità organizzata si possa parlare genericamente di “organized crime”, quando ci si rivolge a un pubblico attento al tema, è d’obbligo riportare i nomi precisi dei clan. Una spiegazione, invece, o, per dirla in gergo tecnico linguistico, un’amplificazione o esplicitazione, risulta necessaria nel momento in cui vengono riportate espressioni dialettali o del linguaggio di strada, spesso unico e intraducibile.  

Roberto Saviano (fonte Wikipedia).

Durante un interpretariato a New York sull’ultimo libro dello scrittore Roberto Saviano, La paranza dei bambini, tradotto con The Piranhas – ottima traduzione, che riprende il senso del banco di pesci feroci, proprio come i giovani criminali protagonisti del romanzo -, venivano utilizzate espressioni quali “stesa”, cioè la pratica dei giovani camorristi di sparare all’impazzata nei quartieri della città dai motorini per seminare il terrore. Ovviamente non esiste un unico termine in inglese, (l’unico che si avvicina è forse “raid”), ma decisi che fosse necessaria una perifrasi (random shooting while driving on mopeds). Anche l’espressione “paranzini”, cioè i membri del giovanissimo clan criminale, necessitava un’estensione nella traduzione, quindi da “young criminals member of the gang”, passai successivamente ad un semplice “paranza kids”, che manteneva il gusto della lingua di origine unita all’inglese. Questi e molti altri accorgimenti erano stati pensati dopo aver conversato con l’autore e assistito alla fondamentale preparazione del materiale. 

Il monumento diventato un simbolo per ricordare la giornalista Daphne Caruana Galizia (fonte Wikipedia).

Al traduttore che lavora su testi o con personalità che operano in ambiti particolari come la criminalità, il narcotraffico, i casi di omicidio, la corruzione politica, spesso capita di venire a conoscenza di informazioni riservate o reportage che non sono ancora stati resi pubblici. Il riserbo diventa quindi non solo una forma di discrezione, ma un vero obbligo professionale, oltre che una forma di tutela per sé stessi. Ho recentemente tradotto un’intervista fatta ai figli della giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia, assassinata per aver rivelato informazioni sulla corruzione e il riciclaggio di denaro all’interno del governo maltese. Oltre all’attenta ricerca della terminologia specifica relativa a reati quali concussione, racket, frode fiscale e alla consultazione di siti attendibili che riportavano notizie analoghe, ho sempre cercato di rendere i concetti in inglese il più semplice possibile, a livello di costrutto sintattico. Spesso in italiano si tende a complicare la costruzione di una frase, mentre in inglese non si amano le proposizioni relative né si bada troppo alla ricerca di sinonimi. La sensazione di avere per le mani reportage o testimonianze delicatissime che sono risultate e potrebbero ancora risultare scomode a persone di potere ci deve rendere, ragionevolmente, ancora più prudenti. Spesso, infatti, il materiale tradotto lo proteggo salvando i file in cartelle con password sicure.

Quando un incarico di interpretariato viene invece svolto “on the road”, intendendo letteralmente per strada, le dinamiche che subentrano sono di tutt’altro genere.

Rimane chiaramente l’accortezza nella fase di pura traduzione, che non deve essere intaccata dalla serie di fattori esterni o distrazioni che entrano in gioco. Qualche tempo fa mi è stato chiesto di recarmi a Napoli per offrire un servizio di interpretariato durante un’intervista tra lo scrittore Roberto Saviano e un giornalista del NY Times. L’incontro si sarebbe svolto visitando quartieri della città che venivano citati nei libri dell’autore napoletano come luoghi devastati dalla camorra: Scampia, Quartieri Spagnoli, Sanità, Forcella. Poiché lo scrittore era sotto scorta a causa delle minacce ricevute dai boss da lui denunciati, il viaggio si è svolto in un’auto blindata e con un seguito di vari carabinieri. Sia io che il giornalista americano eravamo piuttosto colpiti dalla presenza massiccia di forze dell’ordine, ma non mostravamo alcun segno di ansia. Solo in un paio di momenti ho percepito un’atmosfera tesa, dovuta alla presenza di uomini sui motorini che ci passavano di fianco e rallentavano incuriositi non appena capivano che quegli agenti circondavano proprio il popolare scrittore. La condanna a morte di un’organizzazione criminale come la camorra si dice essere definitiva, non si dimentica e quindi lo spettro del rischio di essere un target aleggia sempre.

Non ho mai pensato di essere in pericolo in quell’occasione in particolare. E se per un attimo mi ha attraversato la mente il pensiero che su uno di quei motorini potesse esserci un sicario e che io fossi nella traiettoria perfetta, ho rimosso in un secondo quel timore, ricordandomi che la mia unica preoccupazione dovesse essere quella di portare a termine il mio lavoro in maniera attenta e professionale. In fondo, un soldato che si arruola volontariamente, non può provare paura una volta sul campo di battaglia. Ammetto che sia stata un’esperienza intensa, probabilmente tra le più forti della mia carriera. 

La traduttrice Linda De Luca e lo scrittore Roberto Saviano.

Traducendo testi sulla criminalità italiana e americana, ma anche russa, albanese, eccetera, si iniziano a comprendere i principi di fedeltà alle logiche criminali e di appartenenza alle famiglie di riferimento. Sentire le intercettazioni telefoniche tra mafiosi, i racconti sulla pratica della pungitura (rito di iniziazione per i membri di Cosa Nostra), o gli aneddoti di Joe Pistone, alias Donnie Brasco, agente dell’FBI infiltrato per anni nella famiglia mafiosa dei Bonanno, che durante un’intervista descriveva il perché delle scelte dei boss sull’uccisione o meno di altri membri, ha confermato tutto quello di cui avevo sentito solo narrare con un sospetto di irrealtà ed enfatizzazione. Tutto ciò si riflette negli scritti e analogamente deve riflettersi nella traduzione, con la solennità, ma anche la brutalità, del caso.

Molto spesso gli scrittori, i giornalisti e gli sceneggiatori del mondo crime assorbono questa stessa intensità così visceralmente da tendere ad applicare i principi di fedeltà e onore alle persone che partecipano alla loro vita professionale e privata. Di conseguenza anche una figura apparentemente marginale come può essere quella di un traduttore, diventa fondamentale nel momento in cui si trasmette quel senso di squadra e militanza. Può risultare emotivamente pesante trattare argomenti tutt’altro che leggeri come questi, ma, per quanto mi riguarda, il senso del dovere e la volontà di dare un contributo socialmente utile tramite la mia professione, mi ha sempre dato una motivazione più che valida per continuare. Anzi, riallacciandomi al principio di fedeltà nelle famiglie mafiose, mi verrebbe da dire che anche la mia è diventata ormai una vera e propria “questione d’onore”.