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Archivio per la categoria ‘crimini contro il buongusto’

L’errore dell’onorevole Serracchiani sullo stupro

13 maggio 2017 6 commenti
Debora Serracchiani governatrice del Friuli Venezia Giulia.

Debora Serracchiani governatrice del Friuli Venezia Giulia.

Debora Serracchiani, governatrice del Friuli Venezia Giulia, qualche giorno fa ha detto: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

Le sue parole hanno innescato polemiche e recriminazioni nella sfera politica. A destra e sinistra, la politica è riuscita a sfruttare l’ingenuità della povera Serracchiani che ha provato, l’11 maggio, a mettere una pezza con un tweet: “Non esistono stupri di serie a o serie b. Sono tutti ugualmente atroci. In questo caso all’atrocità si aggiunge rottura patto di accoglienza“.

A me la politica interessa poco, soprattutto quando è fatta da persone molto lontane dall’essere illuminate e capaci. Mi interessa invece la gravità dell’errore commesso da Debora Serracchiani, anche se sono convinta che lei, ancora adesso, non riesca a comprenderne la portata. Probabilmente è per questo che si stupisce delle reazioni così violente nei suoi confronti. Prosegui la lettura…

I tortellini bugiardi di Giovanni Rana

Le mie gatte mi hanno dato una mano a cercare il simbolo del riciclabile.

Le mie gatte mi hanno dato una mano a cercare il simbolo del riciclabile.

Premetto che i tortellini non mi hanno fatto niente di male. Giovanni Rana, invece, qualcosa di male l’ha fatto. Proprio lui, tutto sorridente e benevolo, che gioca a tirarsi addosso la farina.

Ora vi racconto. È andata così.

Ieri sera vado al supermercato con marito. Abbiamo gusti diversi e facciamo la spesa in modo diverso. Di solito la spesa è il punto di confine per rischiare di chiedere il divorzio. Ma questa è un’altra storia.

Non avevamo una lista, come di consueto, eravamo lì per acquistare gli ingredienti per la cena che di solito non ha niente a che vedere con Masterchef e nemmeno con il DolceForno per bambini. Comunque.

Marito vede delle magnifiche bustine (foto allegate) di pasta fresca fatta da Giovanni Rana, buste di tutti i tipi con tortellini che sembrano sorridere dalla confezione dicendoti: “Mangiami mangiami”. Guardo la confezione alzando lievemente il sopracciglio.

Marito lo nota e alza gli occhi al cielo: “Cos’ha che non va?”.

Giovanni Rana, ma non potevi organizzarti meglio?

La domanda ha il suo perché. Come detto la spesa rischia di essere ogni volta motivo di divorzio. Se non conosco il prodotto devo studiarlo (il mio supermercato è di quelli aperti 24 ore, per cui ho tempo di studiare tutto quello che mi pare). Prosegui la lettura…

Il Museo Lombroso, la petizione, le foto e i divieti

Calchi di volti criminali. Foto da Internet.

Calchi di volti criminali. Foto da Internet.

Lunedì 16 maggio, dopo essere stata al Salone del Libro di Torino sono passata a fare un giro al Museo Lombroso e, dato che sono sempre in cerca di qualcosa da scrivere, ho pensato di fare un pezzo per Armi&Balistica, rivista mensile con cui collaboro.

All’ingresso del museo c’è un cartello con il divieto di fotografare e un altro cartello che invita chi vuole fare foto a prendere contatti con il museo. Ho chiesto a un’assistente e la signora mi ha detto che “è assolutamente vietato fare foto”.

Ho spiegato che ero interessata a scrivere un articolo e allora ha detto che dovevo prima mandare una richiesta, per fare foto, alla direzione. Le ho detto che mi era venuto in mente giusto in quel momento, così mi ha chiamato la vice direttrice del museo.

E ho pensato fosse davvero eccezionale, fighissimo, europeo il fatto che pronti via il referente giusto, al momento giusto, nel posto giusto! La vice direttrice ha ascoltato la breve richiesta: giornalista, Armi&Balistica, armi, museo, foto, articolo.

E mi ha risposto che avrei dovuto scrivere il pezzo e poi inviarlo a lei e che lei, dopo averlo letto e approvato, avrebbe deciso quali foto fornirmi. Eh? Pronto? Scusa? Le ho detto che non sono una dipendente del museo (pubblico) e che lei non è vice direttrice della rivista.

Il Museo Lombroso e la petizione per chiuderlo

Ha detto che “noi facciamo così”. La conversazione ha spaziato qui e là, saltellando in malo modo su spigoli vivi. Le ho anche detto che un articolo sul museo, di cui sono profonda fan, avrebbe forse giovato alla causa, viste le deliranti e insistenti richieste di chiuderlo. Prosegui la lettura…

Il Manifesto e il bambino morto che fa vendere copie

3 settembre 2015 14 commenti

Oggi, 3 settembre 2015, la prima pagina de Il Manifesto riporta la fotografia di un bambino morto su una spiaggia turca e il titolo “Niente asilo”. Su Facebook l’immagine della prima pagina del giornale viene riproposta qui e là, insieme a commenti contriti e affranti sui migranti.

Il punto, naturalmente, è che i commenti contriti e affranti ci stanno tutti. E la questione migranti è una tragedia: sia per chi muore rincorrendo un sogno o scappando da un incubo, sia per chi non è in grado di accogliere (vuoi perché non ha o pensa di non avere i mezzi, sia perché non vuole).

Si potrebbe soffermarsi a parlare per ore dell’immigrazione. Ho sempre pensato ai migranti come a persone dotate di qualcosa in più: più coraggio, più sogni, più vita. Forse perché per andarsene, per solcare il mare, per andare verso l’ignoto, il coraggio serve per davvero.

E non importa se si era imbarcati sulle navi che attraversavano l’Oceano per arrivare in America o su un gommone che lotta con il Mediterraneo. Basta fare un giro a Ellis Island (New York) per conoscere le storie di chi era in attesa che il sogno diventasse realtà. Ma la tubercolosi è arrivata prima.

Fatto sta che la prima pagina de il Manifesto di oggi non è altro che un’operazione commerciale per vendere più copie del giornale. E purtroppo chi è ingenuo, sensibile, o non conosce le logiche malate del giornalismo, scambia il marketing per compassione.

Non sembra, ma il giornalismo ha le sue regole. Avete visto le foto di Yara Gambirasio morta? E quelle di Loris Stival morto? E quelle dei bambini morti in incidenti stradali? No? Ed è giusto così. Certo i migranti morti si pubblicano perché tanto sono corpi senza nome.

Ci sono “carte” ovvero protocolli su come affrontare la notizia, su come presentarla, su come organizzare il corredo fotografico. E queste “carte” (quella di Treviso in particolare, che riguarda i minori) parlano chiaro: non usi il minore per vendere il giornale.

Perché le foto dei morti e dei feriti arrivano. Arrivano alle redazioni. E in redazione si decide cosa pubblicare e cosa non pubblicare. La notte del 15 aprile 2013 ho lavorato per una redazione di un quotidiano online durante l’attentato alla Maratona di Boston.

Le foto arrivavano una via l’altra, a centinaia. Foto di corpi straziati, di cadaveri dilaniati, di feriti senza più le gambe. Ma non si potevano pubblicare così. Bisognava ritagliarle in modo che sì, la foto, ma non tutta quanta. Che sì, il sangue, perché ti sto raccontando cosa è successo. Ma con moderazione.

Perché il compito del giornalista è informare. Non è fare marketing o politica. E ti informo che c’è stato un attentato, che ci sono stati i morti e i feriti. E il sangue, sì, te lo faccio vedere. Ma con rispetto per chi legge e per chi è rimasto ferito o peggio è morto.

Di solito si sa che mettendo più foto (più sangue, più morti, più tragedia), soprattutto per quanto riguarda l’online (anche questo blog), si vende di più (si è più cliccati). Da sempre il crimine, il sangue, i morti ammazzati fanno vendere.

Ed è normale che sia così. La morte è un mistero per tutti. Per quelli che credono in un qualche dio e sperano nel paradiso (con o senza benefit di vergini pronte a tutto) e per quelli che non credono in niente. Per cui vedere un morto è scrutare l’ignoto.

Alcuni di noi preferiscono non sapere, stare alla larga dall’argomento. Altri meno. Ma la curiosità c’è. E per chi dice che è “curiosità morbosa” viene da rispondere che la curiosità è curiosità. I bacchettoni preferiscono chiamarla “morbosa” perché non hanno il coraggio di affrontarla, la curiosità.

Ma le foto dei bambini morti non vanno pubblicate sulle prime pagine dei quotidiani con titoli a effetto. Perché i bambini morti dovrebbero riposare in pace, non essere usati per operazioni commerciali. Che va bene lo stipendio, cazzo, ma così, anche no. Davvero.

Niente foto per questo post.

Della polizia che aspetta il dramma invece di intervenire

Tackleberry - Scuola di polizia. Pareva appropriato.

Tackleberry – Scuola di polizia. Pareva appropriato.

Cari amici delle forze dell’ordine premetto che vi stimo. Quasi tutti. Uno sicuramente, no, non lo stimo.

Oggi ho chiamato la polizia per segnalare che un paio di ubriachi stazionavano da ore davanti al supermercato su cui affaccia il mio studio.

A parte urlare come degli ossessi per buona parte della (altrimenti silenziosa) giornata, a un certo punto hanno praticamente preso possesso del supermercato.

All’interno, vista la giornata di Ferragosto, c’erano solo due commesse sui trent’anni.

Così ho chiamato dicendo che la situazione, a giudicare da quello che vedevo dalla finestra di casa, pareva un attimo fuori controllo.

Ho dovuto sollecitare.

Anche le commesse hanno chiamato la polizia.

E alla fine, dopo quarantacinque minuti sono arrivate quattro pattuglie per un totale di otto sbirri.

Invece di restare a casa, ho deciso di scendere per spiegare la situazione. Perché stare dietro le tendine a guardare fuori non mi appartiene.

La situazione è questa: da otto o nove mesi due individui si tirano attorno una selva di gente ubriaca, tossica e senza fissa dimora. A tutti quelli che pensano che siano invisibili, dico che no, si vedono benissimo. Impossibile non notarli. A volte è stato necessario schivarli. Schivare le manate e le pedate. Le risse. Schivare i loro rifiuti. I loro sputi. I loro residui di vomito. E molto altro che, per non tediare, evito di scrivere.

Uno dei poliziotti mi ha avvicinato nel supermercato e gli ho detto che no, non ero una cliente, ma la persona che ha chiamato per segnalare la situazione.

Mi ha detto che ho fatto male. Che non stava succedendo niente. E che loro avevano molto molto di meglio da fare. Siccome ha detto “di meglio” mi si è parata in mente la griglia accesa con le costine sopra. Avesse detto “di peggio” avrei pensato al lavoro.

Gli ho spiegato, con parole semplici, che prima del loro arrivo uno degli ubriachi  (un metro e novanta di cristiano per più di un centinaio di chili di peso, a occhio e croce) ha scavalcato i tornelli dopo aver dato i numeri perché non si aprivano. Non si aprivano perché pretendeva di uscire dall’entrata, con la merce. Un paio di clienti, a quel punto, sono usciti di corsa forse sentendosi in pericolo (sempre per la cosa che questi sono antisociali e pericolosi, non poveri invisibili).

Mi ha detto che dovevo fare un esposto. E non chiamare la polizia. Che la polizia si chiama solo se la situazione è urgente.

Ho provato a dirgli che la situazione, quarantacinque minuti prima, grave lo era. Ma che naturalmente niente è eterno.

Mi ha ripetuto che, però, in quel momento non era urgente. Bravo. Sei bravo, eh.

Avendo il vago sentore che non avesse voglia di fare un cazzo, ho provato a tastare il terreno suggerendo che l’ubriachezza è un reato. Depenalizzato. Quindi è illecito amministrativo. Ma c’è nel codice penale, tipo. E che i tizi fuori erano ubriachi. Molesti. Potenzialmente pericolosi.

Mi ha risposto, stizzito, che non sapevo di cosa stessi parlando.

Così mi ha chiesto, modello interrogazione della prima media, se sapessi dirgli cosa fosse l’ubriachezza.

Gli ho, ancora una volta, suggerito di non percorrere fino in fondo la strada che aveva imboccato: non ero io il problema. Bensì gli ubriachi molesti.

Quando ha detto che “l’ubriachezza molesta non è un reato” mi sono girati i coglioni. E gli ho fatto notare che, pur non prevedendo la pena di morte per nessuno dei reati, il nostro codice, in fatto di ubriachezza, prevede, per l’illecito, una multa o sanzione amministrativa (art. 688 cp).

Si è un po’ incazzato e mi ha detto che tanto gli ubriachi non pagano.

Bravo il nostro poliziotto! In sostanza si è messo il cappello da giudice ed è già saltato alle conclusioni: il codice non gli piace e quindi che fa? Non lo applica. Non lavora.

Peccato che gli ubriachi, anche da ubriachi, si preoccupino quando qualcuno gli mette i bastoni tra le ruote (o, se gli va male, tra l’orecchio e la tempia).

Il poliziotto, tra l’altro, invece di proteggere i testimoni, come dovrebbe essere sua primaria preoccupazione, ha pensato bene di farmi tirare fuori i documenti per l’identificazione davanti agli ubriachi. Mi ha chiesto altresì di indicare dove abitassi, cioè da dove avessi potuto vedere all’interno del supermercato, per accertarsi che non mentissi.

Ho dato le coordinate visive, tipo prima finestra partendo dal basso qui di fronte, tende bianche. E lui, ovviamente, ha indicato chiedendo se aveva capito bene. Bravo! Un orsacchiotto di peluche al signore in divisa!

Il fenomeno poi, quando gli ho fatto notare che l’avrei ritenuto responsabile di qualsiasi cosa fosse capitata a me o alla mia proprietà, ha detto che non credeva che gli ubriachi fossero pericolosi, ma per sicurezza ha urlato al collega che era con gli ubriachi di accompagnarmi a casa. Ovviamente dando la via e il numero civico. E nel contempo aggiudicandosi il premio di idiota dell’anno 2015. E siamo solo ad agosto.

A momenti mi scappava di dargli una sberla. Gli ho chiesto se fosse sempre così o se lo stesse facendo apposta. Ho declinato l’invito di essere scortata a casa.

Ore dopo mi sto ancora chiedendo per quale motivo questo pagliaccio sia pagato.

Cioè, davvero amico, se non hai voglia di fare il poliziotto, dai le dimissioni e vai a fare altro. Non te l’ha prescritto il medico di indossare una divisa (che tra l’altro non onori). Non devi odiare il cittadino perché ti ha distolto dai cazzi tuoi. A me, dei cazzi tuoi, frega niente. Ma, davvero, pagarti lo stipendio e saperti così stupido, mi indispone.

Davvero non sai che l’ubriachezza molesta rientra nel codice penale può essere punita? O non hai voglia di rimpiere scartoffie perché, secondo te, è una roba da poco? Pensi davvero che la gente sia al mondo per darti fastidio? Credi proprio che la polizia debba intervenire solo in casi di strage, ché se è solo omicidio ti gira il culo? Lunedì quando passo dal tuo superiore con l’esposto per gli ubriachi, glielo chiedo. Gli chiedo se lavori sempre di merda o è stato un caso oggi.

Così, giusto per sapere.

Ignoranti da social: non ne so niente, ma ascolta me

Fiammiferi, colori e Dna. Eh, se togli la striscia e metti la striscia, combacia.

Fiammiferi, colori e Dna. Eh, se togli la striscia e metti la striscia, combacia. E la risposta alla domanda sull’affidabilità del Dna in ambito forense è: “Sì”.

Ieri sera è uscita la notizia che Massimo Bossetti, unico imputato per la morte di Yara Gambirasio, ha tentato il suicidio in carcere. Ancora non è chiaro come sia successo e il motivo per cui è stato tentato il gesto (e se il gesto fosse dimostrativo o meno).

Ma la notizia, anche se par strano, non è questa. Non qui, almeno. La notizia è che mi sono soffermata a leggere, da circa tre ore, i commenti e gli status in alcuni gruppi e di singoli su Facebook in merito al tentato suicidio.

Leggo e leggo e leggo e non riesco a staccarmi dalle puttanate galattiche che vengono scritte. Sono affascinata dal modo di scriverle, dall’originalità degli insulti (ce n’è per tutti) e dalla costruzione delle frasi oltre che dall’abuso di maiuscole.

In particolare le pagine e i gruppi dedicati a Bossetti da torme di donne che sembrano conoscerlo fin da quando era bambino (MASSY SIAMO CON TEEEEE!!!, MASSY RESISTI!) e c’è da credere che, a dispetto di quanto millantano, non l’abbiano nemmeno mai visto dal vero.

Paiono delle groupie tanto quanto quelle che seguono i cantanti e gli attori convinte che, quella volta che lui dal palco ha guardato i 50mila di San Siro, stesse guardando proprio loro e solo loro, dev’essere così: perché hanno incrociato lo sguardo. Lo sanno. Lo sentono. Prosegui la lettura…

Amanda e Raffaele assolti. Imparare a raccogliere le prove

Il gancetto del reggiseno su cui si è basato l'intero processo.

Il gancetto del reggiseno su cui si è basato l’intero processo.

Amanda e Raffaele assolti. Amanda Knox e Raffaele Sollecito erano imputati per l’omicidio di Meredith Kercher avvenuto a Perugia il primo novembre del 2007, sono stati assolti, senza rinvio, dalla Corte di Cassazione per non aver commesso il fatto.

Anni e anni di processi per poi arrivare alla soluzione del primo grado: perché il primo grado aveva già stabilito che no, loro, con l’omicidio non c’entravano. Poi in appello si era ribaltato il tutto: colpevoli, molto colpevoli.

E ormai sembra che sia la norma: uno dice una roba? Perfetto, l‘altro allora dice il contrario. Non c’è via di mezzo, non c’è sfumatura di grigio: solo bianco o nero. Solo sì o no. Ed è strano, perché il nostro codice penale offre parecchia scelta.

Comunque.

La Cassazione li ha assolti. E finalmente. E per fortuna. Perché il problema che sta alla base di tutta la storia, e l’avvocato di Raffaele Sollecito, Giulia Bongiorno, lo dice da sempre, è stata la mancanza di prove. Prove provate. Prove reali. Prove con la P maiuscola.

La raccolta delle prove nella casa di via della Pergola dove fu trovata morta Meredith ha praticamente fatto il giro del mondo: gli americani e gli inglesi ci hanno preso per il culo apertamente per l’incapacità di tirar su due reperti utili. Prosegui la lettura…

Della prepotenza: come buttare la comunicazione nel cesso

3 febbraio 2015 7 commenti
La meravigliosa targhetta sulla porta da uno dei film di Fantozzi.

La meravigliosa targhetta sulla porta da uno dei film di Fantozzi.

Il titolo mi è uscito male e mi scuso per la parola “cesso”. Una prece, invece, va alla comunicazione.

E’ successo, giorni fa, che una segretaria con cui mi è capitato di avere a che fare abbia avuto un problema con una mia fattura. Lo ammetto: sono una totale incapace a fare le fatture. So fare le equazioni di secondo grado, ma calcolare l’Iva al 22% e la ritenuta d’acconto al 20% sono scogli insuperabili.

La mia commercialista, la paziente e sempre presente Gabriella, ormai è rassegnata. Sorride benevola, ma solo perché è una brava persona, tanto che vorrei portarle tipo dei pasticcini o la colazione, solo per farmi perdonare gli errori.

Comunque. La mia incapacità è venuta fuori e, come di consueto, ho sbagliato un’altra fattura. Vengo contattata dalla segretaria che mi fa notare che la fattura è sbagliata e poi vengo subito dopo contattata, via mail, da una tizia, immagino su richiesta della segretaria, che mi fa una lezione e mi dice di non far perdere tempo agli altri.

In sostanza mi mette articoli di legge, parole in maiuscolo, copia&incolla di testi giuridici e stralci di diritto amministrativo. Ci ho messo tre minuti a leggere la sua mail e due ore per capirla. Cioè, in sostanza era un corso di economia sintetizzato. Giusto per dirmi quanto ignorante fossi. Prosegui la lettura…

I nomi sulle auto: come diventare e far diventare vittime i figli

26 gennaio 2015 16 commenti
Come diventare vittime: mancano il cellulare e l'indirizzo di casa...

Come diventare vittime: mancano il cellulare e l’indirizzo di casa…

Un tempo guardavo con un misto di sospetto e inquietudine quelli che si attaccavano i dadi di peluche allo specchietto retrovisore dell’auto. In realtà li guardo ancora con sospetto e inquietudine. Ma i dadi di peluche sono il meno dei mali.

Chi decide di personalizzare l’auto di solito ha un tratto narcisistico di personalità. Ovviamente non è una cosa grave. In molti ce l’hanno. Tipo quelli che hanno un blog come questo e che per giunta firmano articoli e vanno, ogni tanto, in tv.

Il tratto narcisistico è quello che spinge (più di altri tratti) ad apparire, a informare gli altri di cose di cui gli altri, molto spesso, farebbero volentieri a meno, soprattutto perché non sentivano il bisogno di essere informati.

I dadi di peluche...

I dadi di peluche…

Detto questo c’è chi sente la necessità di appiccicare sull’auto gli adesivi con il proprio nome, quello del partner, dei figli, del cane e del gatto. La domanda sorge spontanea: perché? Perché non può fare a meno di far sapere al mondo chi diavolo c’è a bordo dell’auto?

Probabilmente quello di mettere i nomi sulle auto è un bisogno di essere riconosciuti come individui, di non passare per un numero, oppure, più semplicemente, di puro e semplice narcisismo: “Ehi, tu, lo so che vivi serenamente la tua vita, ma qui dentro ci sono Davide e Sara e sappi che si amano, cazzo!”. Prosegui la lettura…

Charles Manson si sposa con la fan 26enne Star. Auguri?

20 novembre 2014 3 commenti
Star, al secolo Afton Elaine Burton, con Charles Manson.

Star, al secolo Afton Elaine Burton, con Charles Manson.

La notizia dell’imminente matrimonio di Charles Manson con la 26enne Afton Elaine Burton, per gli amici Star, era già stata data lo scorso anno. Quando l’entusista Star raccontò tutto a un giornale. La smentita del promesso sposo Charlie arrivò veloce come una mazzata sulla testa. E difatti Star rimase un po’ male.

Star che nove anni fa ha lasciato la sua famiglia e si è trasferita nei pressi della prigione di Corcoran, in California, dove è e resterà detenuto il suo amato Charlie. Secondo un’intervista rilasciata dalla giovane serial killer groupie alla rivista Rolling Stone ha iniziato una fitta corrispondenza con Mason a 17 anni.

Pare abbia utilizzato i duemila dollari guadagnati lavorando come cameriera in un ospizio per trasferirsi dal natìo Illinois a Corcoran. Star ha iniziato a far visita a Manson nel 2007. Può andare da lui il sabato e la domenica per qualche ora. In un’altra intervista, stavolta all’Ap, Star ha dichiarato di credere che Charles sia innocente.

E che il matrimonio è funzionale al fatto di poter accedere a documenti che, diversamente, le sarebbero preclusi in quanto non membro della famiglia. Stavolta famiglia legale e non adpeta. Mentre all’inglese Daily Mail ha detto di essere stata a lungo estromessa dalla cerchia degli amici. Ma che ultimamente i suoi rapporti con suo padre e sua madre sono buoni. Prosegui la lettura…

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