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Archivio per la categoria ‘serial killer’

Landru, il fascino, le donne e gli omicidi

7 novembre 2017 Commenti chiusi

henri landruHenri Landru è un serial killer vissuto in Francia tra la fine del 1800 e i primi del 1900.

Il 7 novembre del 1921 comparve in tribunale con l’accusa di aver ucciso più di una donna.

I corpi delle malcapitate non furono mai trovate.

Di loro restò poco meno di un chilo di ceneri nel camino del suo villino di Gambais.

Henri Landru era un tipo più magnetico che affascinante: barba e mustacchi contrastavano con il suo cranio pelato.

I modi e l’abbigliamento da gentiluomo lo rendevano interessante agli occhi di alcune donne. Di solito sole e con la voglia di accasarsi.

La Prima Guerra Mondiale lasciò dietro di sé vedove e orfani. Henri, già truffatore e ladro con una fedina penale piuttosto estesa, si rivolse a queste signore.

La dipendenza economica era, per le donne di quel tempo, un fatto. E trovare marito era l’unico modo per essere rispettabili.

Il truffatore offriva ciò che il mercato chiedeva: un buon partito. Prosegui la lettura…

Angeli della morte: l’infermiera di Lugo

1 dicembre 2014 6 commenti
Daniela Poggiali in posa con una paziente deceduta.

Daniela Poggiali in posa con una paziente deceduta.

Degli angeli della morte,si parla poco. In Italia. Invece il caso di Daniela Poggiali, l’infermiera di Lugo accusata dell’omicidio di un’anziana degente e sospettata della morte di molti altri pazienti (stanno indagando su 93 casi) ha fatto il giro d’Europa. Tanto che i giornali britannici hanno già pubblicato interviste e storie che riguardano il caso.

E da noi? Da noi pare che tutti siano presi dai serial killer, ma non da questo tipo di serial killer. Perché gli angeli della morte sono serial killer a tutti gli effetti. E sono i più pericolosi di tutti. Certo. Il loro modus operandi, nella maggior parte dei casi, non prevede spargimenti di sangue, uso di seghe elettriche o squartamenti.

No. Gli angeli della morte o della misericordia, a seconda dei casi, uccidono in sordina. Ma come? Innanzitutto, come nel caso di Daniela Poggiali, lavorano in ambienti in cui la morte è di casa: case di riposo, case di cura, ospedali. Luoghi, insomma, in cui non è escluso che chi entra possa uscirne cadavere.

Angeli della morte: così eccezionalmente normali

Per cui l’angelo della morte (che spesso è donna, ma può essere anche uomo) ha una discreta agilità di movimento: davvero se muore un paziente di 94 anni qualcuno si insospettisce? Magari è anche vero che il 94enne era in ospedale per un problema all’anca, ma il fatto di morire, a 94 anni, rientra nella norma.

Diverso sarebbe il caso di un 20enne che, per un disturbo articolare, ci lascia le penne, così, all’improvviso. E difatti gli angeli della morte difficilmente si mettono ad ammazzare ventenni in buona salute. Non lo fanno perché, diversamente, attirerebbero l’attenzione. Prosegui la lettura…

Del perché non si riconosce la serialità e non la si ferma in tempo

Il luogo del ritrovamento della donna uccisa a Ugnano.

Il luogo del ritrovamento della donna uccisa a Ugnano.

Sarà sicuramente un post polemico. E chiedo già venia. Ho appena letto il pezzo del Corriere della Sera in merito all’omicidio di Andrea Cristina Zamfir, giovane prostituta, ritrovata il 5 maggio nuda, violentata e legata a una sbarra dalle parti di Scandicci, sotto il cavalcavia dell’A1.

A parlare sono gli abitanti della zona. Che raccontano che di casi come questi ce ne sono stati parecchi: tutte le donne, di solito prostitute con problemi di tossicodipendenza, sono vive. Violentate, seviziate, torturate, ma vive. Gli abitanti raccontano anche un particolare che salta all’occhio come una mosca su una torta di panna.

Tutte sono state legate. E non solo. Sono state legate con un nastro adesivo dell’azienda ospedaliera di Careggi: c’è scritto sul nastro.

Ora. Non serve, probabilmente, un criminologo, per accorgersi che una qualche attintenza, un filo conduttore, tra tutti i casi c’è. Eppure fino adesso, forse anche perché solo una delle prostitute ha fatto denuncia, nessuno pare aver indagato niente. Gli abitanti sostengono che le violenze sono state davvero tante.

La donna di 46 anni che ha sporto denuncia nel 2013 è stata anche ricoverata un mese in ospedale per le emorragie interne causate dalla violenza, che significa che non era una violenza qualunque: era un tentato omicidio. Questo fatto, da solo, sarebbe dovuto bastare per indagare: soprattutto se hai in mano un nastro con l’indirizzo sopra. Prosegui la lettura…

Prostituta trovata morta a Scandicci: che sia un serial killer?

Gli investigatori sulla scena del crimine. Foto Corriere della Sera.

Gli investigatori sulla scena del crimine. Foto Corriere della Sera.

Secondo gli investigatori non è un serial killer. Lo dico subito, così libero il campo da eventuali incomprensioni. Il fatto è questo: nella mattinata del 5 maggio il cadavere di una donna è stato trovato legato a una sbarra. I polsi erano assicurati alla sbarra (che chiude una strada) con dello scotch.

La donna faceva, probabilmente, la prostituta. A trovarla una persona di passaggio che ha dato l’allarme. Il cadavere è stato ritrovato in via del Cimitero a Ugnano che si trova tra Scandicci e Firenze. Il luogo del ritrovamento si trova in zona rurale sotto un cavalcavia dell’autostrada A1.

Il cadavere appartiene a una donna dall’apparente età di 25 – 30 anni. E’ stato trovato nudo, ma con le scarpe calzate. Il primo esame esterno del medico legale non ha evidenziato, stando alle dichiarazioni, segni di violenza. Il testimone che l’ha trovata ha descritto la posa “come crocefissa”. Quindi con le braccia aperte.

A marzo del 2013 una prostituta di 46 anni era stata ritrovata viva legata nello stesso posto allo stesso modo. Era stata violentata e rapinata. E disse che a ridurla così era stato un cliente. Erano stati alcuni residenti della zona, all’epoca, ad avvertire i carabinieri. La donna, infatti, si lamentava e chiedeva aiuto.

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera ci sarebbero stati, negli anni, altri casi di prostitute legate nello stesso modo e ritrovate vive, sempre nella stessa zona. Prostitute che, però, hanno deciso di non fare denuncia. Ora. Per gli investigatori la donna ritrovata cadavere è un caso isolato da non ritenersi correlato agli altri. Prosegui la lettura…

Il mostro di Firenze, le indagini e un po’ di profiling

La scena del crimine del 1974.

La scena del crimine del 1974.

Il mostro di Firenze è entrato di prepotenza nella storia d’Italia. Di prepotenza perché lo ha fatto ammazzando. E del mostro di Firenze hanno parlato in tanti, in tantissimi. E’ un caso che ai corsi e alle cene con amici di solito salta fuori.

Stavolta è stato l’amico Francesco Trotta redattore di ArtSpecialDay On Air a fare due chiacchiere. Abbiamo ragionato insieme sul mostro di Firenze. Trovate il pezzo di Francesco qui.

Il mostro di Firenze incarna le paure ancestrali raccontate nelle fiabe: non andare nel bosco che il bosco è buio e ci vive l’orco, l’orco è cattivo e mangia i bambini.

Secondo le indagini il mostro ha iniziato a uccidere nel 1968. Il 21 agosto avrebbe ucciso una coppia di amanti, Antonio Locci e Barbara Lo Bianco, risparmiando il figliolo della donna, Natalino Mele, di sei anni, e portandolo addirittura in salvo in un’abitazione vicina.

Il killer si avvicina all’auto, una Giulietta bianca, e spara otto colpi: vanno tutti a segno. Quattro sono per lei e quattro per lui. Natalino è illeso. La polizia troverà cinque degli otto bossoli. Si tratta di calibro .22 Long Rifle con una H stampata sul fondello del bossolo.

Alcuni hanno pensato alla malavita organizzata. Anche se difficilmente per uccidere qualcuno la malavita utilizza calibri così piccoli. Forse è più verosimile che non si tratti di malavita organizzata, bensì di una vendetta: i due erano amanti. Ed è un bel movente.

Se non si è avvezzi di armi e balistica e si hanno mezzi limitati, per ammazzare va bene tutto. Anche un calibro piccolo. Basta trovare qualcuno che abbia l’arma e che sia disposto a usarla dietro compenso. Difficile immaginare che il mostro di Firenze si sia limitato a sparare a lui e a lei senza fare altro. Prosegui la lettura…

Serial killer in sordina: ergastolo all’angelo della morte

Angelo Stazzi. Angelo della Morte. Ovvero serial killer.

Angelo Stazzi. Angelo della Morte. Ovvero serial killer.

Angelo Stazzi è un serial killer. Stazzi di professione faceva l’infermiere e, durante le ore di lavoro, ha ucciso alcuni pazienti anziani ricoverati in una casa di riposo somministrando loro farmaci in dosi letali. Stazzi, accusato della morte di sette pazienti, è stato condannato all’ergastolo per la morte di cinque di loro.

Tempo fa aveva fatto scalpore il caso del “serial killer” evaso, Bartolomeo Gagliano. In realtà Gagliano non è esattamente un serial killer. Più che altro è un pluriomicida: ha ucciso, cioè, più persone in tempi diversi e in luoghi diversi, ma senza quella premeditazione e quella fantasticheria tipica dell’assassino seriale.

Fatto sta che Gagliano finì su tutte le prime pagine dei giornali precedeuto dal titolo di “serial killer”. Comunque. Si vede che aveva più la faccia da serial killer, chi può dirlo? Angelo Stazzi serial killer lo è per davvero e rientra nella categoria degli Angeli della Morte (o della Misericordia, per alcuni).

Di solito sono persone che lavorano in àmbito ospedaliero o comunque che hanno il compito di prendersi cura di chi è bisognoso: malati, anziani e bambini. Le vittime degli Angeli della Morte sono parecchie. E di solito non destano particolare attenzione. Non è strano, infatti, che in una casa di riposo ci siano dei decessi. Prosegui la lettura…

Omicidi scenografici: serial killer a confronto tra tv e realtà

Omicidio scenografico nella serie tv Dexter.

Omicidio scenografico nella serie tv Dexter.

Ho finito di tenere un corso sui serial killer. No. Non è su come diventare serial killer. E nemmeno su come commettere omicidi seriali senza lasciare tracce. Più che altro verteva sul modo di essere dei serial killer, sulle loro storie di vita, sulla vittimologia, sui numeri, sulle statistiche e su un sacco di altre robe noiose.

Comunque. Il corso è finito. E ho fatto una riflessione (che molti, più bravi e capaci, di me hanno già fatto): le vittime dei serial killer non se le ricorda nessuno. Ci si ricorda dei nomi degli assassini. Ma non delle vittime. Perché sono tante. Sono una dopo l’altra. Sono senza nome e senza volto. Spesso perché il serial killer le ha private anche di quello.

Nella realtà le vittime dei serial killer sono per lo più prostitute, senza fissa dimora, autostoppisti, ragazzini scappati di casa. Gente che, purtroppo, nessuno cerca. Di cui nessuno si accorge se scompare. Non sempre è così, per fortuna, ma i serial killer sono bravi profiler e scelgono le vittime oculatamente.

La realtà, in questo senso, è piuttosto simile a quello che si vede in tv: le vittime ci sono perché sono funzionali alla storia. Niente di più, niente di meno. A meno che la vittima non sia una vittima illustre (come nella realtà), magari la moglie o il figlio del protagonista. Se non il protagonista. Prosegui la lettura…

Camper, serial killer, film horror, zombie e tutto il resto

Il Fleetwood Bounder di Breaking Bad. In uso.

Il Fleetwood Bounder di Breaking Bad. In uso.

Il camper è un mezzo di trasporto piuttosto interessante. Fino a un po’ di tempo fa non ci ho mai fatto caso. Ma da quando sono entrata a far parte (artefice della trasformazione, il marito) del meraviglioso mondo dei camperisti ci faccio caso. Ho sempre considerato il camper un mezzo per vacanzieri disorganizzati.

Invece il camper è qualcosa di ben diverso. Innanzitutto sono stata sbranata quando ho tentato di dire che i camper (e quindi i camperisti) sono tutti uguali. La mia idea di camper era quella dei surfisti degli anni Settanta con il pullmino Volkswagen di un colore improbabile e con le tendine a fiori alle finestre.

E, alla fine, la scelta è caduta su un “furgonato”. Ovvero un camper non-bianco e non-grande. Essere dentro al camper (nel nostro caso un Vars 478 della Helix) con tutto il mondo fuori è una sensazione da antisociali di prima categoria: per cui un’ottima sensazione. Chiudi le porte, le tendine (non a fiori, ma poco ci manca, per colpa mia) e ascolti la pioggia.

O anche niente. E tutto funziona. Fatto sta che da quando ho il camper non ho potuto fare a meno di pensare che una volta dentro al camper fuori può succedere di tutto e si può bellamente ignorare il mondo. Ma, perché c’è un ma, funziona anche al contrario. Dentro (potenzialmente) può succedere di tutto e il mondo se ne frega bellamente.

Così, giusto perché a volte sono più antisociale del solito, ho ripercorso le vite di alcuni serial killer. Perché, se uno fa il serial killer, il camper è il mezzo ideale (che a nessuno vengano idee malsane, mi raccomando). Anche se, quasi tutti, si servono della loro casa. Che ha la sua bella importanza. Comunque. Steven Brian Pennell ha ucciso cinque prostitute tra il 1987 e il 1988. Viaggiava su e giù per il Delaware a bordo del suo camper e lo usava come “covo”. Prosegui la lettura…

Dennis Nilsen e le sue memorie da serial killer

25 novembre 2013 2 commenti
Dennis Nilsen in una foto pubblicata dal Mirror.

Dennis Nilsen in una foto pubblicata dal Mirror.

Nonostante il divieto impostogli dalle autorità britanniche di pubblicare le sue memorie in un libro, il serial killer scozzese Dennis Nilsen, detenuto nelle carceri di sua maestà, è riuscito a eludere qualsiasi sistema di sorveglianza e a far giungere il suo pensiero sul web.

Strano, si sono detti quelli che avrebbero dovuto impedirlo. Strano sì, dato che Dennis Nilsen non ha accesso alla rete internet. Fatto sta che i primi giorni di novembre 2013 un estratto del libro che ha scritto nel 1996 sui delitti che ha commesso è misteriosamente stato pubblicato.

Dennis Nilsen (70 anni) è stato condannato al carcere a vita per sei omicidi e due tentati omicidi. Tra il 1978 e il 1983 ha commesso quindici omicidi tutti ai danni di giovani uomini e di ragazzi. In patria è conosciuto anche come l’Omicida di Muswell Hill (zona in cui era solito attaccare le vittime). Successivamente è stato chiamato Kindly Killer (il Killer benevolo, volendo tradurre).

I sacchi contenti resti umani trovati a casa di Nilsen dalla polizia.

I sacchi con i resti umani trovati a casa di Nilsen.

Dennis Nilsen come Jeffrey Dahmer

Il suo modus operandi è stato definito “agghiacciante” da più di un investigatore. Nielsen strangolava e annegava le sue vittime. Una volta uccise le lavava e le vestiva. Attendeva un po’ prima di sezionarle e smembrarle. I resti finivano bruciati o più semplicemente smaltiti attraverso il lavandino di casa, al 23 di Cranley Gardens, Muswell Hill, North London.

Il fatto che sia stato definito “kindly” non toglie nulla alla sua ferocia. Dennis Nilsen era solito compiere atti di necrofilia. Le sue vittime erano per lo più senza tetto e omosessuali che si prostituivano. Vittime facili, ad alto rischio: se scomparivano, infatti, nessuno correva alla polizia a reclamare un’indagine.

Nilsen è stato definito il Jeffrey Dahmer britannico per il medesimo approccio: avvicinava il disperato di turno con l’offerta di un posto caldo in cui dormire, cibo e sesso occasionale. Una volta ottenuta la fiducia del malcapitato (e c’è da scommetterci che non fosse un’operazione lunga e complicata) lo strangolava e annegava durante la notte. Prosegui la lettura…

Dalla fiaba alla tragica realtà: l’orco cattivo Albert Fish

Il serial killer Albert Fish sulla sedia elettrica a Sing Sing.

Il serial killer Albert Fish sulla sedia elettrica a Sing Sing.

Ai bambini vengono raccontate fiabe su orchi cattivi e lupi affamati che, nascosti nel buio, attendono le loro piccole vittime. Nelle fiabe, soprattutto quelle edulcorate da Disney, di solito c’è un bel lieto fine: Capuccetto Rosso e la nonna sono vive e vegete salvate dal cacciatore che ammazza e apre in due il lupo divoratore e la Bella Addormentata si sveglia come per magia.

In realtà queste e molte altre fiabe, in origine, avevano un finale che poco o niente aveva a che fare con il consolatorio “e vissero tutti felici e contenti”. Di solito c’era sempre qualcuno che ci lasciava le penne e gli altri, più che felici, erano rassegnati alla dipartita del loro caro. I bambini erano avvisati: se vai nel bosco, sei un bambino morto.

L’intento pedagogico c’era, solo che era un po’ da sgrezzare. I bambini dell’epoca probabilmente restavano terrorrizzati a tal punto che sì, avevano salva la vita, ma erano colti da incubi notturni fino alla fine dei loro giorni. Fatto sta che le fiabe, un tempo, erano così. Con i secoli sono diventate meno splatter e con una morale a lieto fine.

E forse anche alla piccola Grace Budd di Manhattan erano state raccontate le fiabe. Era il 1928, Grace aveva 10 anni e dei bellissimi occhi grandi. Viveva con suo papà Albert, sua mamma Delia e i suoi fratelli. Edward, 18enne, era in cerca di lavoro così aveva messo un’inserzione sul giornale. Aveva aggiunto anche il suo indirizzo di casa. Prosegui la lettura…