Strage di manichini a Top Gear, ma niente sagome!

Le tre finte papamobile a Top Gear Italia.

Le tre finte papamobile che hanno investito i manichini a Top Gear Italia.

Strage di manichini a Top Gear Italia per colpa di Joe Bastianich nella puntata del 12 aprile. La trasmissione sui motori condotta insieme a Guido Meda e Davide Valsecchi è la versione italiana del format inglese. I tre conduttori (un imprenditore della ristorazione, un giornalista di motori e un pilota) di puntata in puntata guidano di tutto.

Meda ha spaccato una Porsche GT3 RS da duecentomila euro e a momenti mi veniva da piangere (probabilmente anche a lui) mentre gareggiava al porto abbandonato di Trieste con lo Stig: il pilota per eccellenza (che infatti ha riportato sana e salva la Lamborghini).

C’è poi il giro veloce fatto con un’auto che veloce non è che da vari personaggi della tv, ieri sera c’era Claudio Bisio (che come altri si è incazzato un pochino perché ha fatto un tempo peggiore di Cristiana Capotondi: sempre per il vecchio adagio che le donne al volante… e va beh… poverini che ci credete ancora).

Ma il pezzo forte è stato l’allestimento di una Papamobile (l’auto del pontefice) per i tre conduttori. Valsecchi ha portato un Renault Espace, Meda una Twingo vecchio modello e Bastianich una Tata. Ovviamente tutte modificate per somigliare all’auto del pontefice.

I tre dovevano dimostrare i pregi della loro vettura in situazioni diverse. In piedi nel cassone, come starebbe il Papa, hanno provato a travasare il vino da una bottiglia all’altra mentre lo Stig era alla guida su un circuito. Ma l’ultima prova è stata quella più divertente.

Manichini a Top Gear: la strage

Alla guida delle loro auto hanno simulato una fuga tra i fedeli rappresentati da manichini (quelli dei negozi): la signora con il vestitino azzurro, la mamma con il passeggino su cui era sistemato il bambino-manichino, il ragazzo in shorts e via dicendo.

Una vera folla di fedeli sparsa in mezzo alla strada. Ma il percorso non era lineare, ovvio. Altrimenti che divertimento c’è? La strada era bagnata da idranti, resa scivolosa da un fondo di resina e i manichini erano sistemati in modo che evitarli non sarebbe stato facile. Prosegui la lettura…

Categorie:crimini

The Mob Museum, la mafia a Las Vegas

Al Capone, The Mob Museum, Las Vegas.

Al Capone, The Mob Museum, Las Vegas.

Ero a Las Vegas per altro e non ho potuto fare a meno di andare a visitare The Mob Museum il museo dedicato alla mafia. Non avevo idea di come fosse, ma niente, è fighissimo, se passate da Las Vegas e vi interessa l’argomento, fateci un giro.

Non dico fateci un salto, perché ci ho messo tre ore e mezza a girarlo tutto e alcune cose le ho viste solo di sfuggita. Per cui non è una tappa da fare al volo. Richiede tempo e una buona dose di concentrazione. Se parlate bene l’inglese, no problem.

Se invece il vostro inglese non è un granché, beh, ci sono un sacco, ma proprio un sacco di fotografie e tanti reperti, tipo le armi appartenute ai mafiosi, i loro vestiti e, udite udite, un pezzo del muro del massacro di San Valentino. Fori di proiettile inclusi.

Mob Museum e Las Vegas

Las Vegas, come probabilmente sapete già, è stata praticamente fondata dal mafioso Bugsy Siegel e per anni è stata una roccaforte della mafia. Lì il denaro veniva riciclato con una certa facilità: i casino fungevano da lavanderie. Prosegui la lettura…

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Cos’è una prova e quando e come è importante

Il gancetto del reggiseno, una prova di un processo che è durato parecchio.

Il gancetto del reggiseno, una prova, di un processo che è durato parecchio.

Mi capita di leggere qui e là titoli sensazionali su vecchi processi che potrebbero essere riaperti perché, oibò, è stata trovata una nuova prova. La parola chiave lungi dall’essere “prova” è il condizionale “potrebbero”.

Quando facevo solo la giornalista e sapevo niente di scienze forensi se non le cose che vedevo in tv o che avevo letto nei libri di Agatha Christie subivo il fascino di quella “nuova” prova. Quella prova piccola e tralasciata che, da sola, avrebbe ribaltato le sorti di colpevoli e vittime.

La prova, tornando al titolo poco sensazionale del post, non nasce come prova. Nasce come qualsiasi cosa. Un pelo di cane, un tappetino del bagno, un bicchiere. Qualsiasi cosa abbiate sotto mano e davanti agli occhi può essere una prova.

Anche il pesante candelabro che vi ha lasciato in eredità vostra zia Pina. Anche il computer su cui ci sono quantità invereconde del vostro Dna (oltre che le vostre ricerche e no, non sempre cancellare la cronologia dà risultati definitivi).

L’oggetto di uso comune diventa un’evidenza forense se si trova sulla scena di un crimine. C’è stato un omicidio, il corpo giace a pochi passi di distanza da un bicchiere di vetro, e quel bicchiere diventa una prova. E il bravo investigatore lo nota. Prosegui la lettura…

Categorie:crimini

Mormoni di Colorado City, vite recluse e poligamia

Colorado City: barricate ai lati della strada. Dietro ci sono le case dei Mormoni più fondamentalisti.

Colorado City: barricate ai lati della strada. Dietro ci sono le case dei Mormoni più fondamentalisti.

Ero a Las Vegas per il meeting annuale dell’American Academy of Forensic Sciences e già che c’ero ho fatto un giro tra Arizona e Utah e mi è capitato di parlare con i Mormoni.

La giornalista che è in me, infatti, ha pensato che essere nello Utah e non soffermarsi a fare quattro chiacchiere con i Mormoni sarebbe stato deprecabile.

Così, con marito, abbiamo fatto una tappa a St. George che sta nell’estremo sud dello Utah al confine tra Arizona e Nevada. Si tratta di una cittadina molto carina in cui i Mormoni arrivarono tempo fa. Poi elessero la loro base a Salt Lake City (nel nord dello Stato).

Mormoni, tavole d’oro e pianeti lontani

Ma a St. George hanno costruito uno dei templi più importanti. Tutto bianco, molto bello, si staglia tra le rocce rosse dei canyon. Uno spettacolo. Accanto al tempio c’è un visitor centre in cui siamo stati accolti da un uomo che, dopo averci chiesto da dove venissimo, ci ha presentato Sister G.

Una ragazza italiana che da 15 mesi presta la sua opera nella comunità di St. George. Ha un lavoro e nel tempo libero racconta ai pellegrini le basi del Libro di Mormon e la struttura dei Mormoni. Ci ha raccontato in un italiano con un magnifico accento americano un po’ tutto.

Come vivono i Mormoni, il fatto che debbano dare la decima, che ci sia un Profeta e dodici apostoli (che sembravano più che altro vestiti da consiglio di amministrazione di una grande azienda, non me ne voglia Sister G.) e poi ci ha raccontato degli “Altri”. Prosegui la lettura…

Categorie:crimini

Quelle belle famiglie in cui ci si ammazza

3 febbraio 2016 13 commenti
Una delle più conosciute famiglie della tv.

Una delle più conosciute famiglie della tv.

Il dibattito sulle unioni civili ha messo in risalto il ruolo della famiglia tradizionale.

Dal mio punto di vista non esiste una famiglia tradizionale. Quella di Gesù, per dire, non era proprio tradizionale: sua madre era vergine, suo padre non era il suo padre biologico e c’era questa cosa dello spirito santo che aleggiava su tutti. Sponsor ufficiale: la divina provvidenza. Insomma, proprio tradizionale, diciamolo, non era.

Esistono persone felici di condividere le loro esistenze con altre  persone e, dal mio punto di vista, questo è già un miracolo quotidiano. Quel miracolo, per me, è la famiglia.

Le notizie degli ultimi giorni fanno accapponare la pelle: uomini, sempre loro (o quasi), che uccidono o tentano di uccidere le loro donne, le madri dei loro figli.

Ma qual è il loro problema?

Perché a incazzarsi con il partner, a volte, ci vuole davvero poco. Mio marito ieri sera invece di scaldare la pizza a momenti dava fuoco alla cucina. Ha detto che un secondo prima la pizza era fredda e un secondo dopo era bruciata.

Gli credo poco, di solito il processo non avviene in un secondo, quello descritto da lui pareva più che altro un raro fenomeno di autocombustione. La nebbia al gusto di gremato aleggia ancora nel salone, ma tant’è.

La convivenza a volte ha il sapore di una pizza bruciata con retrogusto di incazzatura. Ma torniamo agli uomini che ammazzano, che quelli che bruciano le pizze non fanno male a nessuno.

Le notizie, prese così, fanno supporre che, a un certo punto, questi uomini abbiano perso il lume della ragione e, per insondabili motivi, abbiano messo a punto vendette tragiche quanto complesse.

Vendetta, tremenda vendetta

Uno ha accoltellato a morte la moglie e poi si è schiantato con l’auto contro un tir. Un altro ha dato fuoco alla compagna incinta di otto mesi con il risultato che lei è in gravi condizioni e la bimba, fortunatamente, sta bene. Un altro ancora ha sgozzato i due figli e tentato di uccidere la moglie e poi si è suicidato gettandosi in un pozzo. Prosegui la lettura…

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Lidia Macchi: dopo 29 anni un arresto. E per 29 anni?

15 gennaio 2016 4 commenti
Lidia Macchi.

Lidia Macchi.

Stamattina la notizia è di quelle che tolgono il fiato. Un arresto per l’omicidio di Lidia Macchi studentessa universitaria 21enne. Fu accoltellata (con 29 fendenti) nella sua auto a Cittiglio, in provincia di Varese nel 1987, e per 29 anni il suo delitto è rimasto avvolto nel mistero.

A un certo punto l’interesse degli investigatori della procura di Varese si concentrò su un prete che, scoprirono poi, nulla aveva a che fare con l’omicidio di Lidia Macchi (evito di fare il suo nome, dato che, appunto, niente ha a che fare con il delitto).

Oggi è stato arrestato un amico di Lidia. Non era un amico intimo, era più che altro una conoscenza. E questo toglie il fiato, forse perché Lidia e i suoi famigliari aspettano giustizia da un trentennio. Forse perché l’arrestato è stato libero per un trentennio.

E ancora, forse perché la domanda sorge spontanea. Ma come si è arrivati ad arrestare questa persona dopo 29 anni? Grazie alla trasmissione tv Quarto Grado in onda su Rete 4 che ha portato nuova luce sul caso. Si pensava, infatti, che il delitto fosse da imputare a un uomo già in carcere, Giuseppe Piccolomo. Prosegui la lettura…

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Attentato di Parigi: Salah potrebbe essere a Torino

16 novembre 2015 4 commenti
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Strage a Parigi. Ma dove sono i musulmani buoni indignati?

14 novembre 2015 13 commenti
Parigi - 13 novembre 2015

Parigi – 13 novembre 2015

Stamattina su Facebook ho pensato di mettere uno status un po’ bastardo in merito alla strage a Parigi di ieri sera. Ho scritto una bestemmia nei confronti di Allah. Di solito non sono particolarmente incline alle bestemmie, ma solo perché le trovo poco chic. Ma stavolta l’idea è vedere l’effetto che fa.

Quando a gennaio di quest’anno c’è stata la strage nella redazione di Charlie Hebdo il fatto che più mi aveva colpito era il ritardo, almeno secondo il mio punto di vista, con cui i musulmani moderati, quelli buoni, quelli normalmente religiosi, si erano fatti sentire.

Giusto per dire che loro, no, non erano così. E ci voglio credere che non siano così. Ho avuto occasione di leggere alcuni passi del Corano e il mio kebabbaro di fiducia, Adel, mi ha detto che vuole regalarmene uno, così che io possa “prendere la strada giusta”.

Lo virgoletto perché sono le parole di Adel. Credo e ho sempre creduto che la strada giusta non abbia niente a che fare con la religione. Qualsiasi religione. Comunque gli ho risposto che resto in attesa del testo. Che dev’essere un altro testo rispetto a quello che aveva in negozio.

Il suo, di Corano, era un Corano tutto particolare. Non ho potuto toccarlo. Adel mi ha detto che è un Corano della scuola coranica. Che è sacro. E che quindi io, “donna e infedele” (parole sue, eh), l’avrei “contaminato”. Gli ho chiesto come. Avevo le mani pulite. “Con te stessa”.

Ma, davvero. Dove siete?

E va bene. Può essere. Quando gli ho chiesto della strage a Charlie Hebdo mi ha risposto che “se la sono cercata”. E forse un po’ ha ragione. O forse no. Continuare a bestemmiare il dio degli altri, magari poi rischia di far incazzare qualcuno. Ma una strage? Prosegui la lettura…

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Il Manifesto e il bambino morto che fa vendere copie

3 settembre 2015 14 commenti

Oggi, 3 settembre 2015, la prima pagina de Il Manifesto riporta la fotografia di un bambino morto su una spiaggia turca e il titolo “Niente asilo”. Su Facebook l’immagine della prima pagina del giornale viene riproposta qui e là, insieme a commenti contriti e affranti sui migranti.

Il punto, naturalmente, è che i commenti contriti e affranti ci stanno tutti. E la questione migranti è una tragedia: sia per chi muore rincorrendo un sogno o scappando da un incubo, sia per chi non è in grado di accogliere (vuoi perché non ha o pensa di non avere i mezzi, sia perché non vuole).

Si potrebbe soffermarsi a parlare per ore dell’immigrazione. Ho sempre pensato ai migranti come a persone dotate di qualcosa in più: più coraggio, più sogni, più vita. Forse perché per andarsene, per solcare il mare, per andare verso l’ignoto, il coraggio serve per davvero.

E non importa se si era imbarcati sulle navi che attraversavano l’Oceano per arrivare in America o su un gommone che lotta con il Mediterraneo. Basta fare un giro a Ellis Island (New York) per conoscere le storie di chi era in attesa che il sogno diventasse realtà. Ma la tubercolosi è arrivata prima.

Fatto sta che la prima pagina de il Manifesto di oggi non è altro che un’operazione commerciale per vendere più copie del giornale. E purtroppo chi è ingenuo, sensibile, o non conosce le logiche malate del giornalismo, scambia il marketing per compassione.

Non sembra, ma il giornalismo ha le sue regole. Avete visto le foto di Yara Gambirasio morta? E quelle di Loris Stival morto? E quelle dei bambini morti in incidenti stradali? No? Ed è giusto così. Certo i migranti morti si pubblicano perché tanto sono corpi senza nome.

Ci sono “carte” ovvero protocolli su come affrontare la notizia, su come presentarla, su come organizzare il corredo fotografico. E queste “carte” (quella di Treviso in particolare, che riguarda i minori) parlano chiaro: non usi il minore per vendere il giornale.

Perché le foto dei morti e dei feriti arrivano. Arrivano alle redazioni. E in redazione si decide cosa pubblicare e cosa non pubblicare. La notte del 15 aprile 2013 ho lavorato per una redazione di un quotidiano online durante l’attentato alla Maratona di Boston.

Le foto arrivavano una via l’altra, a centinaia. Foto di corpi straziati, di cadaveri dilaniati, di feriti senza più le gambe. Ma non si potevano pubblicare così. Bisognava ritagliarle in modo che sì, la foto, ma non tutta quanta. Che sì, il sangue, perché ti sto raccontando cosa è successo. Ma con moderazione.

Perché il compito del giornalista è informare. Non è fare marketing o politica. E ti informo che c’è stato un attentato, che ci sono stati i morti e i feriti. E il sangue, sì, te lo faccio vedere. Ma con rispetto per chi legge e per chi è rimasto ferito o peggio è morto.

Di solito si sa che mettendo più foto (più sangue, più morti, più tragedia), soprattutto per quanto riguarda l’online (anche questo blog), si vende di più (si è più cliccati). Da sempre il crimine, il sangue, i morti ammazzati fanno vendere.

Ed è normale che sia così. La morte è un mistero per tutti. Per quelli che credono in un qualche dio e sperano nel paradiso (con o senza benefit di vergini pronte a tutto) e per quelli che non credono in niente. Per cui vedere un morto è scrutare l’ignoto.

Alcuni di noi preferiscono non sapere, stare alla larga dall’argomento. Altri meno. Ma la curiosità c’è. E per chi dice che è “curiosità morbosa” viene da rispondere che la curiosità è curiosità. I bacchettoni preferiscono chiamarla “morbosa” perché non hanno il coraggio di affrontarla, la curiosità.

Ma le foto dei bambini morti non vanno pubblicate sulle prime pagine dei quotidiani con titoli a effetto. Perché i bambini morti dovrebbero riposare in pace, non essere usati per operazioni commerciali. Che va bene lo stipendio, cazzo, ma così, anche no. Davvero.

Niente foto per questo post.

Il figlio della coppia dell’acido e i buonisti alla riscossa

Alexander Boettcher e Martina Levato.

Alexander Boettcher e Martina Levato.

E’ nato il figlio della coppia dell’acido . Il 15 agosto a Milano, Martina Levato ha partorito il figlio di Alexander Boettcher. I due sono stati condannati a una pena di 14 anni per aver aggredito e sfigurato con l’acido un ex di lei.

Ora il Tribunale dei minori deve pronunciarsi sul destino del neonato. Lasciarlo alla madre che verrà trasferita in una struttura adeguata, affidarlo ai nonni oppure renderlo adottabile da una coppia estranea.

La 27a Ora di Corriere.it ha lanciato un sondaggio chiedendo ai lettori se sono pro o contro la decisione di levare il figlio alla Levato. Otto lettori su dieci, si legge nell’articolo, sono favorevoli alla decisione di levarle il figlio.

La giornalista, Daniela Monti, però non sembra starci. E infatti titola: “Ma chi stiamo tutelando sottraendo un neonato alla madre?”. Il buonismo è palpabile. Naturalmente la risposta è facile: stiamo tutelando il neonato, Daniela.

La possibilità di crescere

Il neonato è infatti al centro della decisione. E’ necessario metterlo al sicuro, dargli l’opportunità di crescere felice. E non è detto che la felicità abbia sempre il volto della madre biologica. Pare evidente, infatti, che Martina Levato non sia un’educanda. Prosegui la lettura…

Categorie:crimini
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