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Piccoli banali incidenti – Il primo libro fiction di Cristina Brondoni

28 febbraio 2014 2 commenti

cover finale giovanniMilano, 28 febbraio 2014

Giovanni ha da poco passato la quarantina, ha un posto fisso in un call center e vive nella casa che è stata di sua nonna. Dopo anni di studi e una laurea in filosofia è incastrato nel loculo dell’azienda rapace per cui lavora, infastidito dai soprusi dei clienti sempre più incattiviti e maleducati.

Ed è infastidito anche dal sistema adottato dalla compagnia telefonica per cui lavora: sfiancare il cliente e fare in modo che resti cliente. Che lo voglia o meno.

Giovanni è vittima di attacchi di ansia che lo colgono quando meno se lo aspetta e la sua vita è diventata un inferno. Che cosa può fare? Come può sopportare l’ennesimo cliente che gli dà dell’inetto? Come può continuare a sopravvivere nel clima sempre più teso del call center?

Giovanni troverà un modo tutto suo per sconfiggere l’ansia e per debellare la frustrazione. Un modo che poco o niente ha che fare con la terapia e con i farmaci. Un modo che più che altro sembra un modus operandi.

Cristina Brondoni, giornalista e criminologa, ha pubblicato nel 2013 il saggio Crimini e serie tv – L’omicidio fra piccolo schermo e realtà insieme alla collega Chiara Poli. Da lì ha iniziato a meditare su uno spettatore un po’ sui generis e ne è nata la storia di Giovanni.

Piccoli banali incidenti è la fotografia di una generazione. Come ha detto Chiara Poli che ha curato la prefazione del libro “il call center è l’anticamera dell’inferno del Duemila”.

Piccoli banali incidenti è disponibile in ebook presso i migliori store online dal 28 febbraio 2014 al prezzo di 1,99 euro. Su Amazon è qui. Su BookRepublic è qui. Su UltimaBooks è qui.

Categorie:libri e cose

MasterChef, pentole e profili: con quel coltello in mano…

6 febbraio 2014 4 commenti
Rachida a MasterChef Italia.

Rachida a MasterChef Italia.

Guardo MasterChef Italia insieme agli amici del gruppo facebook Divano&Fornelli. E’ la prima edizione che guardo. E la guardo sempre grazie alle parole dell’amica Chiara Poli (“non lo guardi? Ma sei pazza?!”).

Non l’ho mai guardato prima un po’ perché cucinare non è esattamente una passione, ma più che altro una necessità e un po’ perché quantità di cibo superiori a un piatto scarso mi agitano.

Fatto sta che MasterChef è entusiasmante. E ancora di più lo è tracciare il profilo dei concorrenti in base agli ingredienti scelti, al loro modo di cucinarli, di maneggiarli e di presentarli.

Non è un profilo criminologico, ovvio, si tratta più che altro di un profilo divertissment. Non serve a niente. A meno che qualcuno non abbia intenzione, una volta conclusa la trasmissione, di assumere qualcuno dei concorrenti.

La persona che più mi ha colpita è Rachida. Chi guarda la trasmissione la conosce sicuramente. Chi non la guarda può trovare qualcosa qui. Ma è proprio solo qualcosa. Perché tutto il resto esce durante la trasmissione.

Rachida è marocchina. Durante le selezioni ha avuto una seconda, enorme, possibilità. Ha potuto cucinare il suo piatto a casa. Inizialmente l’ho trovata una cosa giusta. Rachida sembrava talmente emotiva da non riuscire a respirare.

Motivo per cui darle l’opportunità di cucinare nel posto a lei più congeniale sembrava un gesto, da parte dei tre chef giudici, nobile e illuminato. Alla fine, se fossi stata una degli altri concorrenti, avrei avuto qualcosa da dire. Prosegui la lettura…

Crimini e Serie Tv – L’omicidio fra piccolo schermo e realtà

La copertina dell'ebook "Crimini e Serie Tv - L'omicidio fra piccolo schermo e realtà".

La copertina dell’ebook “Crimini e Serie Tv – L’omicidio fra piccolo schermo e realtà”.

Che differenze ci sono fra le indagini condotte dai detective nelle serie poliziesche e la realtà? Come funzionano davvero gli strumenti a disposizione della scientifica di CSI? I serial killer della tv come Dexter Morgan sono simili a quelli che esistono realmente?

A questi e a molti altri interrogativi risponde Crimini e Serie Tv – L’omicidio fra piccolo schermo e realtà, frutto del lavoro di due giornaliste – una criminologa e una specialista del piccolo schermo – che hanno dato vita a un saggio dall’approccio inedito, che unisce competenze diverse per raccontare agli appassionati di telefilm e di indagini i segreti degli sceneggiatori che rivedono le procedure reali per renderle più avvincenti.

Cristina Brondoni, criminologa forense, giornalista per un quotidiano on line, per il mensile Armi e Balistica e per il suo blog tutticrimini, ci racconta come pensano i serial killer, come agisce la scientifica sulla scena di un (vero) crimine, quali trasformazioni subiscono i corpi dopo il decesso e come queste trasformazioni siano fondamentali per supportare il lavoro degli investigatori.

Chiara Poli, giornalista specializzata in serie tv, autrice fra gli altri di Maniaci seriali – Le serie tv e i loro fan e La vita è un telefilm, firma per diversi anni del Magazine on line delle reti del gruppo FOX per Fox Channels Italy, cita gli episodi e le interpretazioni più memorabili e si unisce a Cristina Brondoni nel progetto di restituire un’immagine più chiara delle differenze fra piccolo e schermo e realtà, ma anche dei meccanismi di narrazione che su queste differenze fondano le storie che appassionano milioni di telespettatori in tutto il mondo.

“Crimini e Serie TV” è un viaggio affascinante nel mondo del crimine reale e fittizio, nelle tecniche di investigazione, nella mente dei serial killer della tv e della cronaca nera, nell’attualità dei fatti di cronaca (anche quelli che hanno coinvolto i volti noti del piccolo schermo) e degli “spettatori omicidi”, ovvero gli assassini che hanno dichiarato di essersi ispirati a una serie tv o a un episodio. È un viaggio nella storia dei telefilm, nell’evoluzione dell’omicidio nel genere “principe” della tv, il poliziesco, e nel contributo che questo stesso genere ha dato alle produzioni televisive e cinematografiche che ne sono derivate, alla cultura popolare e all’immaginario collettivo. Con oltre 160 serie tv prese ad esempio (da Dexter a Criminal Minds, da C.S.I. a The Walking Dead, da 24 a Lost, da Perry Mason a Colombo). A tal proposito, solo un’ultima cosa: “Crimini e serie tv – L’omicidio fra piccolo schermo e realtà” è disponibile esclusivamente in ebook dal 24 ottobre presso i migliori store on line, al prezzo di € 3,99. Per acquistarlo su Amazon, clicca QUI.

Categorie:libri e cose

L’omicidio stradale, una petizione online

Petizione per la proposta di legge per l'omicidio stradale: http://www.omicidiostradale.it/

Petizione per la proposta di legge per l’omicidio stradale: http://www.omicidiostradale.it/

Il 23 aprile 2011 moriva Fabio Poli fratello della cara amica Chiara Poli. Una morte, quella di Fabio, che fa incazzare. Perché se da un lato le disgrazie ci sono (e come potrebbero non esserci, in questa valle di lacrime?) è anche vero che c’è gente che lavora alacremente per farle capitare con una certa scientifica periodicità.

E’ il caso della tizia al volante, con un tasso alcolico sopra il consentito, che uscendo da un parcheggio ha travolto Fabio che arrivava in moto. L’ha travolto e l’ha ucciso. L’ha ucciso perché non ha guardato. Perché l’alcol che aveva nel sangue le ha impedito di ragionare sulla manovra che stava facendo.

Lei non è in carcere. Il suo è stato un omicidio colposo. Ovvero è colpa sua, ma non c’è stato dolo. Cioè non aveva intenzione di ucciderlo. Sicuramente le cose sono andate proprio così. Proprio come ha stabilito il giudice. Ma chi si mette alla guida di un’auto dopo aver bevuto (oltre a essere uno stronzo) è uno che sa che potrebbe ammazzare.

Certo. Non sceglie la vittima. Il veicolo, qualsiasi veicolo, può diventare un’arma impropria, uno strumento per uccidere. Che poi sia volontariamente o in conseguenza di azioni volontarie (fare manovra dove non si può, guidare ubriachi, sorpassare con la striscia continua) è questione di lana caprina.

Fabio è morto. La sua famiglia lo piange ogni giorno. I suoi bambini sono rimasti senza padre perché una signora un po’ ubriaca ha fatto manovra. La signora è ancora libera di fare tutte le manovre di questo mondo. Perché l’omicidio stradale ancora non esiste. Ma le cose possono cambiare firmando la petizione online.

Categorie:crimini

Perché non comprerò e non leggerò il libro di Pietro Maso

Pietro Maso.

Pietro Maso.

Pietro Maso è uscito dal carcere oggi, lunedì 15 aprile 2013, dopo aver scontato una pena di 22 anni per l’omicidio dei suoi genitori compiuto il 17 aprile 1991.

E’ uscito e, come ha detto Roberta Cossia, il magistrato di sorveglianza che ha firmato il fine pena, “è un cittadino come gli altri. E come tale dovrà essere considerato”.

E a breve uscirà anche il suo libro che ho deciso di non leggere. Perché se da un lato è vero che Pietro Maso è tornato un cittadino come gli altri resta il fatto che un omicidio lui, a differenza della maggior parte degli altri, lo ha commesso. Quindi proprio uguale a me e agli altri non omicidi non è. Non può essere.

La mia saggia amica Chiara Poli ha fatto sapere qualche giorno fa che non avrebbe avuto molta stima per i compratori del libro di Maso, ma che per me avrebbe fatto un’eccezione, ma solo perché faccio la criminologa. Ci ho pensato, anche se la sua era una battuta.

E il libro non lo compro. E non lo leggo. Pietro Maso può tranquillamente vivere il resto della sua vita da uomo libero come meglio crede. Ma non credo abbia qualcosa da dirmi. E il suo libro è più che altro uno schiaffo al buongusto. Corriere oggi pubblica qualche frase (il titolo qui non è citato volutamente). Prosegui la lettura…

Uccide un motociclista mentre era ubriaca. Delle vittime e dintorni

Il luogo dell’incidente.

Era ubriaca il 23 aprile 2011 quando, dalle parti di Bergamo, ha ucciso un motociclista, Fabio Poli. Di fatti di questo tipo se ne sentono tutti i giorni. Solo che difficilmente capita di conoscere bene la vicenda e i familiari della vittima. Oggi la sentenza per l’assassina è arrivata come un macigno sulla famiglia del motociclista.

La donna ha patteggiato un anno di carcere che non sconterà. Ha dovuto pagare una multa di 600 euro. E le è stata ritirata la patente.

Fabio era padre di due bambini, marito, pubblicitario ed era promotore di progetti per sostenere i disabili. Era una brava persona. Il 23 aprile era in strada, in moto, quando una donna A.P., ha fatto manovra con l’auto uscendo dal parcheggio laterale della strada e facendo inversione a U (dove c’era la linea continua).

In quel momento passava Fabio e la manovra di A.P. l’ha fatto cadere e l’ha ucciso. Fine. Anche se per chi resta, compresa la sorella di Fabio, Chiara Poli, un’amica cara, è solo l’inizio. E’ l’inizio del dolore, della tragedia, del lutto. E’ l’inizio di qualcosa che bisogna cercare di contenere, di sostenere, di metabolizzare.

Gli incidenti, scrive Chiara oggi nel suo blog, capitano. Ma la legge italiana dice che chi si mette alla guida dopo aver bevuto non è capace di intendere e di volere, agisce in stato morboso e, per questo, la pena di solito è decisamente lieve rispetto al danno provocato. Lo stesso accade per chi si droga. C’è la colpa. Ma non il dolo.

Difatti A.P. è stata accusata di omicidio colposo. Ovvero la giustizia ha riconosciuto che la morte di Fabio è colpa sua. Ma che lei non voleva ucciderlo. Il dolo, infatti, è la volontà di fare del male. Ma di solito per le vittime conta ben poco la volontà dell’assassino.

Certo è che in una società che ritiene normale fare uso di cocaina e bere fino allo sfinimento (stando alle statistiche) la legge andrebbe adeguata introducendo l’omicidio stradale. Se, infatti, è normale sniffare e ubriacarsi dovrebbe essere altrettanto normale essere puniti se, durante la normalità, si provocano incidenti ammazzando qualcuno.

A.P. ha ucciso Fabio ed è libera di continuare a bere, ridere e scherzare. Forse dovrà aspettare un po’ per tornare a guidare. Ma è sicuramente libera di fare la sua vita. Giustizia è stata fatta. E’ stata fatta?

Categorie:crimini

Volevo essere come Jack Bauer

18 luglio 2012 5 commenti

Jack Bauer con la Sig Sauer P228.

Sono entrata nel tunnel di 24. Grazie a Chiara Poli (amica, grazie) che mi ha guardato di un male, ma di un male, quando le ho confessato (con un po’ di vergogna) di non aver mai visto un episodio di 24, sono entrata nel tunnel. E’ stato sufficiente che mi guardasse male, non ha detto poi molto. A parte “E guardalo, no!”.

Allora. Arrivare alle quarta stagione, quando hai tutte  e otto le stagioni sotto mano, è come non dormire per 72 ore di fila, nemmeno Jack Bauer. Difatti ho nascosto i dvd qui e là. Mi sono imposta un limite: non più di tre episodi… no, anzi, non più di quattro… va beh, cinque, ma poi basta… al limite giusto un sesto, ma solo se ci sta.

Sono incredula di fronte alla mia sospensione dell’incredulità. Il mio cervello vuole credere qualsiasi cosa. Gli è piaciuto un sacco (lo so perché mi ha chiesto di rivederlo) l’episodio doppio in cui Jack Bauer viene torturato e defibrillato e poi ancora torturato. Cioè, lo so che non esiste, ma ho voluto credere.

E poi la cosa della figlia rapita più volte (speravo le piantassero un colpo in testa, ma non è successo) e la moglie ammazzata (con quella pettinatura non poteva andare molto lontano), gli amori sbagliati (prima Nina, che a momenti lo ammazza, poi la figlia del segretario, Audrey, che “ti amo, ma cielo! mio marito”).

E le armi. Devo dire che lo preferivo di gran lunga nelle prime due stagioni con la Sig Sauer P228 nickelata. Era molto più chic della Glock 17 nera e triste da agente scrauso che segue le regole. Fatto sta che il mio cervello ci ha creduto ancora di più: lavora per il governo, mica gli danno le armi più chic, gli daranno quelle più leggere. E difatti la Glock è leggera.

Insomma. Mi mancano ancora quattro stagioni ma ho creduto a una infinità di cose  (nemmeno se avessi visto il Cristo morto risorgere in diretta) e nel mio cervello c’è un sacco di spazio (testa vuota) per credere ancora. E il tutto sta nel fatto che volevo essere come Jack Bauer: lui non ha problemi di sorta e se ce li ha li ammazza. Non si prende nemmeno la briga di provare a risolverli.

Lo ha detto anche TheSelbmann a proposito di Gossip Girl, per esempio. Vivo un momento difficile. Ho bisogno di credere. E, in ogni caso, fortuna che c’è la Polee, va.

Categorie:serie tv crime
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