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Posts Tagged ‘jeffrey dahmer’

Omicidi scenografici: serial killer a confronto tra tv e realtà

Omicidio scenografico nella serie tv Dexter.

Omicidio scenografico nella serie tv Dexter.

Ho finito di tenere un corso sui serial killer. No. Non è su come diventare serial killer. E nemmeno su come commettere omicidi seriali senza lasciare tracce. Più che altro verteva sul modo di essere dei serial killer, sulle loro storie di vita, sulla vittimologia, sui numeri, sulle statistiche e su un sacco di altre robe noiose.

Comunque. Il corso è finito. E ho fatto una riflessione (che molti, più bravi e capaci, di me hanno già fatto): le vittime dei serial killer non se le ricorda nessuno. Ci si ricorda dei nomi degli assassini. Ma non delle vittime. Perché sono tante. Sono una dopo l’altra. Sono senza nome e senza volto. Spesso perché il serial killer le ha private anche di quello.

Nella realtà le vittime dei serial killer sono per lo più prostitute, senza fissa dimora, autostoppisti, ragazzini scappati di casa. Gente che, purtroppo, nessuno cerca. Di cui nessuno si accorge se scompare. Non sempre è così, per fortuna, ma i serial killer sono bravi profiler e scelgono le vittime oculatamente.

La realtà, in questo senso, è piuttosto simile a quello che si vede in tv: le vittime ci sono perché sono funzionali alla storia. Niente di più, niente di meno. A meno che la vittima non sia una vittima illustre (come nella realtà), magari la moglie o il figlio del protagonista. Se non il protagonista. Prosegui la lettura…

Criminal Minds, lobotomie, scienza e fantascienza

21 febbraio 2014 2 commenti
La vittima della lobotomia.

La vittima della lobotomia.

C’era, anni fa, una pubblicità di un televisore il cui claim suonava più o meno come “Noi siamo scienza, non fantascienza”. E c’era da crederci. Più o meno. Insomma, la fantascienza lascia sempre un po’ con qualche dubbio. La scienza invece…

Insomma. Mi è venuto in mente un po’ perché sono vecchia e ricordo cose del passato più spesso di quanto sarebbe utile, e un po’ perché la nona stagione di Criminal Minds mi provoca.

Nel senso che si è partiti dal serial killer più cattivo del mondo nel primo episodio e al quarto, “Prestare testimonianza”, andato in onda qualche sera fa su FoxCrime siamo repentinamente giunti agli effetti speciali e ai colori ultravioletti.

Nel dubbio, nomina Dahmer

La storia (attenzione che il post potrebbe contenere spoiler per chi non ha visto la puntata) è quella di un tizio sequestrato a cui viene fatta una lobotomia. E dopo, dopo la lobotomia, riesce a fuggire. Subito dopo, intendo.

Naturalmente si sprecano le citazioni e le lezioni da primi della classe che hanno studiato bene la lezione su Jeffrey Dahmer, più noto agli amici e al grande pubblico, con il soprannome di Cannibale di Milwaukee.

Dahmer, in effetti, aveva questa fissa di trapanare (con un trapano da muratore e non con uno chiurugico, ci mancherebbe) i crani delle sue vittime mentre erano ancora vive. Prosegui la lettura…

La nona stagione di Criminal Minds: quando si dice il terrore…

La testa mozzata nella stagnola.

La testa mozzata nella stagnola.

E’ andato in onda giorni fa il primo episodio della nona stagione di Criminal Minds. La serie tv non è mai stata tenera. Anzi. Alcune puntate sono memorabili per la tensione e la violenza. Una fra tutte la prima della quinta stagione “Nameless, Faceless” ovvero “Senza nome, senza volto”.

In quel caso il dramma coinvolgeva direttamente il capo della Bau, Aaron Hotchner (Thomas Gibson) che, scovato dal serial killer a cui dà la caccia a momenti viene ammazzato. A momenti.

Nel primo episodio della nona stagione, “L’ispirazione”, abbiamo un altro assassino seriale (ovviamente con la faccia da assassino seriale) che costringe le sue vittime a mangiare la carne (morta) di altre vittime. Secondo l’agente speciale Spencer Reid (noto per essere un genio) questo comportamento un filo estremo va sotto il nome di cannibalismo proiettivo.

Da qualche tempo ascoltando i commenti di amici e parenti che un tempo erano dei divoratori seriali di Criminal Minds sembra che il telefilm sia “troppo”. E in effetti si ha l’impressione che autori e sceneggiatori siano in lizza per le qualificazioni olimpiche per infrangere tutti i tabù. Prosegui la lettura…

La brutta abitudine di mangiare gli amici: i cannibali

14 gennaio 2014 2 commenti
Saverio Bellante che si è auto accusato dell'omicidio di Tom O'Gorman.

Saverio Bellante che si è auto accusato dell’omicidio di Tom O’Gorman.

L’ultimo caso (noto) in ordine cronologico è fresco come un ortaggio appena colto ed è capitato in Irlanda. Nella casa di Tom O’Gorman, 39enne ex giornalista e ricercatore in materia di religione, viveva anche l’italiano Saverio Bellante, 34enne di Palermo. I due, nella sera del 12 gennaio, stavano facendo una partita a scacchi.

A un certo punto, stando a quanto ha raccontato Bellante alla Garda, la polizia irlandese, i due hanno litigato proprio per via degli scacchi. Ignoto, per ora il motivo del contendere. Fatto sta che il palermitano ha afferrato un coltello da cucina e ha ucciso Tom. Poi ha squartato il cadavere e ha detto di “aver mangiato il cuore”.

In effetti, dalle prime indagini, risulta che il cuore di Tom ci sia ancora (anche se non è chiaro se sia ancora al suo posto), a mancare, invece, è un polmone. Probabilmente Saverio Bellante si è cibato di quello. In ogni caso, dopo aver ucciso l’amico, è stato proprio lui a chiamare i soccorsi. Chi è intervenuto sulla scena pare sia ancora in stato di shock.

Il 4 novembre 2012 a Dresda era stato Detlev G. poliziotto 55enne a invitare a cena (per cena? come cena?) il direttore di una società patrimoniale di Hannover conosciuto su un sito dedicato al cannibalismo. La vittima sembra abbia espresso la fantasia di essere uccisa e mangiata. Prosegui la lettura…

Dennis Nilsen e le sue memorie da serial killer

25 novembre 2013 2 commenti
Dennis Nilsen in una foto pubblicata dal Mirror.

Dennis Nilsen in una foto pubblicata dal Mirror.

Nonostante il divieto impostogli dalle autorità britanniche di pubblicare le sue memorie in un libro, il serial killer scozzese Dennis Nilsen, detenuto nelle carceri di sua maestà, è riuscito a eludere qualsiasi sistema di sorveglianza e a far giungere il suo pensiero sul web.

Strano, si sono detti quelli che avrebbero dovuto impedirlo. Strano sì, dato che Dennis Nilsen non ha accesso alla rete internet. Fatto sta che i primi giorni di novembre 2013 un estratto del libro che ha scritto nel 1996 sui delitti che ha commesso è misteriosamente stato pubblicato.

Dennis Nilsen (70 anni) è stato condannato al carcere a vita per sei omicidi e due tentati omicidi. Tra il 1978 e il 1983 ha commesso quindici omicidi tutti ai danni di giovani uomini e di ragazzi. In patria è conosciuto anche come l’Omicida di Muswell Hill (zona in cui era solito attaccare le vittime). Successivamente è stato chiamato Kindly Killer (il Killer benevolo, volendo tradurre).

I sacchi contenti resti umani trovati a casa di Nilsen dalla polizia.

I sacchi con i resti umani trovati a casa di Nilsen.

Dennis Nilsen come Jeffrey Dahmer

Il suo modus operandi è stato definito “agghiacciante” da più di un investigatore. Nielsen strangolava e annegava le sue vittime. Una volta uccise le lavava e le vestiva. Attendeva un po’ prima di sezionarle e smembrarle. I resti finivano bruciati o più semplicemente smaltiti attraverso il lavandino di casa, al 23 di Cranley Gardens, Muswell Hill, North London.

Il fatto che sia stato definito “kindly” non toglie nulla alla sua ferocia. Dennis Nilsen era solito compiere atti di necrofilia. Le sue vittime erano per lo più senza tetto e omosessuali che si prostituivano. Vittime facili, ad alto rischio: se scomparivano, infatti, nessuno correva alla polizia a reclamare un’indagine.

Nilsen è stato definito il Jeffrey Dahmer britannico per il medesimo approccio: avvicinava il disperato di turno con l’offerta di un posto caldo in cui dormire, cibo e sesso occasionale. Una volta ottenuta la fiducia del malcapitato (e c’è da scommetterci che non fosse un’operazione lunga e complicata) lo strangolava e annegava durante la notte. Prosegui la lettura…

I serial killer e l’importanza della casa

Frederick e Rosemary West.

Frederick e Rosemary West.

Quando si torna da un lungo viaggio e si apre la porta di casa si avverte il proprio odore. Ed è una cosa, di solito, piacevole. Odore è infatti inteso in senso positivo, nell’odore di casa, di conosciuto, di famigliare. Quell’odore che riusciamo a sentire, proprio perché lo respiriamo costantemente, solo quando siamo stati lontani per un po’.

La casa e il suo contenuto (la famiglia) per Giovanni Pascoli era il nido, un posto segreto, caldo, accogliente in grado di difenderci dalle intemperie delle vita, di farci assaporare ancora e ancora gli anni magici della fanciullezza, dell’innocenza.

E cercare casa è un momento importante (diversamente sarebbe incomprensibile il fiorire di programmi ad hoc).

Se è vero che molti serial killer sfruttano proprio l’assenza di un punto base perché di mestiere viaggiano (camionisti, commessi viaggiatori, agenti di commercio) è vero anche che alcuni serial killer fanno della loro casa un luogo di afflizione e morte, per le vittime naturalmente. Per loro è pur sempre il loro nido.

La storia di Frederick West (che si è suicidato il primo gennaio 1995, prima di affrontare il processo) ha fatto rabbrividire la maggior parte dei britannici e un congruo numero di abitanti del pianeta. Fred era uno tipo ben lontano dall’essere intelligente, il suo qi, secondo una stima degli esperti, non andava oltre 84, quindi si collocava nel 5% più basso della scala di valutazione.

Fred era uno che faceva fatica a mettere insieme una frase. Il suo elequio sconnesso, il suo sorrisone ebete e i suoi modi da imbranato lo rendevano, dando credito alle testimonianze dei suoi vicini di casa, un innocuo idiota con tanti figli e una brutta moglie. Alla fine, insomma, se anche Fred non era un fulmine di guerra era uno considerato normale. Prosegui la lettura…